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Olbia, Diana Toska racconta la comunità albanese: "la diversità è ricchezza"

Conosciamo meglio questo popolo e le sue tradizioni

Olbia, Diana Toska racconta la comunità albanese:
Olbia, Diana Toska racconta la comunità albanese:
Camilla Pisani

Pubblicato il 22 febbraio 2021 alle 06:00

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Olbia. Il tratto multiculturale di Olbia è qualcosa che certamente la definisce, la rende più ricca, più aperta: non sempre l’accoglienza è materia semplice, ma grazie alle numerose contaminazioni culturali avvenute sul territorio, si può dire che la città è meta di un’integrazione positiva.

Lo racconta bene Diana Toska, autrice del libro “Una gioventù distrutta” (edizioni Taphros) e operatrice culturale di Labint.

Nella sua autobiografia, l’autrice ripercorre le tappe dell’intricato percorso che l’ha portata ad approdare da un difficile passato alla città di Olbia: “Le mie radici sono in Albania, ma la mia casa è Olbia – dice Diana Toska – perché è qui che ho costruito tutto quello che ho di bello; qui ho ritrovato me stessa, ho trovato l’amore e costruito la mia famiglia.

Olbia è per me importantissima, una città nella quale ho stabilito affetti sinceri e che sento profondamente familiare”.

Non è stato sempre facile, però: “quando sono arrivata, ormai più di venticinque anni fa, esisteva un forte pregiudizio nei confronti delle persone provenienti dall’Albania. La città non era ancora così multiculturale come oggi, e non appena la gente veniva a sapere della mia provenienza, cambiava immediatamente atteggiamento.

Questo mi ha portato a nascondere le mie origini, e persino il mio stesso nome, per anni – ricorda l’operatrice e futura vicepresidente del Labint – e questo mi ha fatto molto soffrire. Dover rinnegare davanti alle persone la mia identità è stato sgradevole, e sono felice che col tempo le cose siano cambiate radicalmente”.

Col passare degli anni, infatti, la società olbiese si è resa sempre più permeabile alle altre culture, pur mantenendo fortissima la propria identità.

In questo senso, il lavoro di mediazione culturale svolto da Labint è fondamentale per favorire lo scambio reciproco e la corretta integrazione tra mondi diversi: il primo scoglio da superare è ovviamente la lingua, senza la quale è impossibile interagire con la gente del posto e trovare lavoro; i corsi di italiano per stranieri svolti in Labint diventano quindi essenziali per chi arriva dall’estero.

“Il mio percorso di emigrazione è stato molto difficile, come racconto nel libro, e mi sono trovata spesso davanti al bivio tra la vita e la morte, tenendo duro unicamente per i miei figli, ai quali volevo garantire un futuro migliore.

Rispetto a venticinque anni fa, adesso è più semplice, sia perché in Albania si guarda molta tv italiana, cosa che permette di memorizzare la lingua, sia per le numerose aziende aperte da italiani; c’è molto più scambio e meno pregiudizio” dice l’operatrice Labint.

La comunità albanese è molto vasta: su circa trecentoventi residenti in Gallura, duecento si trovano nella zona di Olbia: lontani da casa, il rischio di perdere poco a poco il contatto con le proprie tradizioni e i propri costumi è alto, soprattutto con il progredire delle generazioni; come accade frequentemente, l’occasione per rispolverare il proprio orgoglio nazionale nasce dalle riunioni di comunità.

“Notando che non credevo giusto vedere come, a differenza delle altre comunità straniere sul territorio, la nostra non avesse mai avuto occasione di riunirsi, ho preso le redini della situazione organizzando una festa, tre anni fa, per la festa della bandiera albanese.

È stato un successo, sono arrivati albanesi da tutta la Gallura, addirittura anche dal sud Sardegna; questo significa che c’è una voglia di riunirsi e di condividere con la città le nostre tradizioni. Alla festa erano invitati anche il nostro Sindaco e l’assessore Serra.

Abbiamo cantato, ballato, insegnato le canzoni tradizionali albanesi ai bambini nati qui, che purtroppo spesso non imparano la lingua madre ma solo l’italiano, perdendo così il contatto con le origini.

Il desiderio di integrazione da parte della comunità albanese è forte, abbiamo anche sfilato con i costumi tradizionali durante la festa di San Simplicio.

Basta coinvolgere le persone, e questo vale per tutti gli stranieri, e loro danno l’anima.

Lo vedo durante i progetti per le donne organizzati da Labint, in cui lo scambio culturale diventa qualcosa di cui arricchirsi, un veicolo di integrazione incredibile, che rende persone sconosciute provenienti da paesi diversi un’unica grande famiglia.

Io stessa sono cambiata profondamente, dopo l’integrazione ad Olbia, non sono più quella donna sottomessa che non pensava di meritare rispetto, ma sono diventata una donna aperta, forte, coraggiosa e tenace” spiega ancora Diana Toska.

Il melting pot culturale è una vittoria umana, oltre che un mezzo per rimanere costantemente aperti all’altro: quello che Olbia non deve mai dimenticare è che la diversità è ricchezza, e che l’esercizio della curiosità e della fratellanza è quotidiano, instancabile; in un mondo sempre più variopinto, l’obiettivo è crescere insieme, facendo della differenza un plus irrinunciabile.