Wednesday, 24 June 2026

Informazione dal 1999

Marianna Canu: da Olbia New Orleans, l’arte come ossigeno dell’anima

Incontro con l'artista sarda che sta incantando gli Stati Uniti

Marianna Canu: da Olbia New Orleans, l’arte come ossigeno dell’anima
Marianna Canu: da Olbia New Orleans, l’arte come ossigeno dell’anima
Laura Scarpellini

Pubblicato il 24 June 2026 alle 07:00

condividi articolo:

Olbia. C’è un filo invisibile ma indissolubile che unisce le rocce millenarie della Sardegna alle atmosfere vibranti e sincretiche di New Orleans. Quel filo porta il nome di Marianna Canu, un’artista olbiese poliedrica (pittrice, jewelry designer e scrittrice) capace di trasmutare le proprie radici mediterranee in un linguaggio visivo universale, oggi celebrato con successo , anche oltreoceano.

Cresciuta in un’isola dove l'archeologia dialoga costantemente con il paesaggio, Marianna Canu respira l'arte fin dall'infanzia, plasmata da una dinastia familiare di pittori, fabbri e architetti. È in questo alveo di artigianato colto e forme geometriche romane che, a soli cinque anni, l’artista inizia a dipingere e a strutturare i suoi primi gioielli. Un talento precoce che nel 1990 si consolida nel design di gioielli d'autore, conquistando boutique esclusive e l'attenzione di estimatori celebri grazie a una cifra stilistica di assoluta simmetria ed eleganza.

Tuttavia, l'evoluzione di un'anima creativa non conosce soste. Nel 2011 la Canu compie una radicale transizione espressiva, eleggendo la pittura a olio su tela come suo mezzo d'elezione definitivo. Le sue opere attuali, ascrivibili a un raffinato espressionismo simbolico intriso di impressionismo moderno, sono veri e propri palinsesti cromatici. Attraverso l'uso vibrante del colore e stratificazioni materiche profonde, l'artista non si limita a dipingere, ma scava nella tela, invitando l'osservatore a superare la superficie estetica per decodificare la narrazione emotiva e la storia sottostante. Oggi perfettamente integrata nel tessuto culturale e artistico di New Orleans, Marianna Canu continua a creare su commissione, esporre e tramandare la sua visione tenendo laboratori d'arte per i più piccoli. Una vita interamente consacrata alla bellezza che si riassume nel suo motto più celebre: "L'arte è il mio ossigeno". Proprio in questi giorni abbiamo avuto il privilegio di raggiungerla per una lunga e intima chiacchierata. Nella nostra intervista esclusiva, l'artista si racconta tra la nostalgia della Sardegna, della sua Olbia, all' ispirazione transatlantica e il potere salvifico della pittura.

Marianna la sua arte nasce tra i silenzi e la luce della Gallura per approdare al dinamismo degli Stati Uniti. In che modo il paesaggio sardo continua a influenzare la sua tavolozza cromatica ora che vivi e lavori a Miami?

"Il paesaggio Sardo non ha mai abbandonato la mia mente. La luce bellissima e accecante della Gallura e i contrasti netti tra il granito grigio e il blu del mare sono impressi nella mia memoria visiva. In America la luce e’ altrettanto bella e forte, carica di riflessi neon. Qui a New Orleans la luce non solo e’ forte, ma e’ tropicale e carica di umidita’. La mia tavolozza attuale nasce da questo corto circuito: uso la terra cruda che mi ha creata per dare struttura e anima al dinamismo vibrante di New Orleans. La Sardegna mi da le radici cromatiche, l’America la spinta elettrica".

La sua ricerca si sposta spesso tra pittura e scultura con l'uso di materiali misti. Quanto conta la preparazione tecnica nel mercato americano, dove l'innovazione sui materiali è la chiave per distinguersi nell'economia globale dell'arte?

"La tecnica negli Stati Uniti e’ il punto di partenza, non il traguardo. I collezionisti americani hanno molto rispetto per l’arte e per l’artista, sono informati e pragmatici, cercano l’impatto visivo ma con qualita’ costruttiva e impeccabile. In un mercato globale cosi’ competitivo, la tecnica non e’ solo un vezzo estetico, ma e’ il passaporto per essere presi sul serio da gallerie e istituzioni".

Vivendo negli Stati Uniti, che atmosfera si respira nelle ultime settimane in relazione alle tensioni in Medio Oriente? Come sta reagendo la comunità artistica e civile americana a questa complessa situazione internazionale?

"La mia espressione artistica rimane un’oasi autonoma. Ho un rifiuto totale delle pressioni geopolitiche, sociali o di cronaca. Difendo l’integrita’ del mio percorso creativo, isolandolo dalle logiche distruttive del mondo. L’arte non e’ cronaca, ma assoluto. E’ uno strumento di meditazione e un ponte verso l’inconscio, capace di offrire a chi osserva una via di fuga dal rumore del mondo moderno. La mia arte offre orizzonti illimitati che la realta’, con le sue tensioni, spesso ci nega. Non propongo una fuga passiva, ma uno stimolo a imaginare il possibile. Offro una visione focalizzata sul potere e la complessita’ della mente umana, e la sua capacita’ di plasmare la realta’. Il mio approccio riflette una visione puramente introspettiva e atemporale, che rifiuta le distrazioni del quotidiano per ricercare l’essenza universale. I temi chiave che guidano la mia visione sono: introspezione e inconscio, comunicazione ed esistenza, percezione del tempo, natura e umanita’ ".

In un momento di forte incertezza globale, crede che l’arte possa ancora fungere da linguaggio universale capace di superare i confini e le tensioni politiche, o sente che anche il mercato culturale ne stia risentendo?

"L’arte e’ un ponte che unisce i mondi, e’ un linguaggio universale potente, ma non e’ immune al contesto storico. I costi aumentano, e questo puo’ spingere i collezionisti a investire in valori piu’ sicuri. Nonostante cio’, l’arte concettuale, con vera voce, continua ad attrarre molto interesse. Chi acquista un pezzo d’arte acquista anche un pezzo dell’artista. L’arte ha il potere di esprimere tanto senza l’uso delle parole, e’ il silenzio che urla, che suscita profonde emozioni, ispira, e’ un pensiero che prende vita. L’arte vive, vive non solo nell’anima e nella mente di chi la crea, ma anche di chi la osserva. L’arte e’ ossigeno". 

Lei è un’eccellenza olbiese nel mondo. Qual è il contributo più prezioso che la "sardità" ha dato alla sua carriera negli USA e cosa consiglierebbe a un giovane artista locale che guarda oggi al mercato americano?

" Il contributo piu’ prezioso della mia sardita’ e’ la resilienza, unita a una profonda capacita’ di ascolto e osservazione nata nel silenzio dei nostri paesaggi. Quella determinazione silenziosa mi ha permesso di non farmi travolgere neanche dal rumore di una metropoli americana. A un giovane artista di Olbia o del resto dell’isola consiglierei di: curare l’identita’. Questo e’ fondamentale, non imitate I trend, il mercato globale cerca storie autentiche e radicate. Credete molto in voi stessi e nel vostro prodotto, perche’ se non ci credete voi non ci crederanno neanche gli altri. Studiare l’inglese e il business: l’arte in America e’ un’industria; bisogna saper comunicare e gestire la propria attivita’. Sfruttare il digitale: i confini geografici non esistono piu’ se si sa usare la rete per creare network internazionali.