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La sardità è questione di cuore: la parola a BEPPE SEVERGNINI

Beppe Severgnini si racconta: la sua vocazione giornalistica, la sardità acquisita e l’amore per la sua squadra del cuore.

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Olbia, 15 Settembre 2019 – “Esprimi il pensiero in modo conciso perché sia letto, chiaro perché sia capito, pittoresco perché sia ricordato ed esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce”. Queste parole del celebre editore Joseph Pulitzer scolpiscono tracce di scrittura presenti nello stile inconfondibile di un giornalista italiano, scrittore, – tra i suoi libri più famosi: “Inglesi”, ”Italiani con la valigia”, ”Un italiano in America”, ”Italiani si diventa”, “Manuale dell’Imperfetto viaggiatore” “La testa degli italiani” – editorialista del Corriere della Sera, corrispondente dall’Italia per il settimanale inglese The Economist e The New York Times, opinionista in vari talk show e conduttore di programmi televisivi: Beppe Severgnini.

Originario di Crema, assiduo frequentatore della nostra isola di cui ne parla con occhi acquosi, brillanti e un “disteso” sorriso, come la risacca del nostro mare quando si abbandona sospesa, prima di allungarsi in un’onda. Forse un abbraccio?

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Bisogna dire che l’isola la conosce meglio di noi, così come alcuni aspetti culturali legati ad antiche tradizioni.

Giornalista e “scrivente” avrebbe detto il critico letterario Roland Barthes, più appropriato di scrittore perché  in “scrivente”  la  parola  offre una spiegazione o un’informazione che può insegnare, istruire; in “scrittore” la parola necessita di esser interpretata.

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A noi piace definirlo “scrivente interstiziale” per quell’attenzione al particolare, una premessa del suo riflettere: un distacco finalizzato a una esigenza incontenibile di conoscere, raccontare, trasporre, trasferire ciò che sfugge per i ritmi frenetici di vita.  Quella  velocità che ci impedisce di cogliere l’essenza, la verità o ancora, l’aspetto più cristallino della realtà. A lui non sfugge niente,  ha una capacità focale degna di una Hasselblad.

Se il suo scrivere fosse una fotografia potrebbe evocare alcuni lavori del minimalismo italiano, se invece fosse un un’opera pittorica oscillerebbe tra espressionismo e pop art. Ma possiamo dire che alle sue tele di vita sovrapponga “magiche lenti” d’ingrandimento dove noi lettori amiamo soffermarci, riflettere e ritrovarci.

Il suo pensiero non è solo logos (ragione) ma anche pathos e  ethos: trasmette emozioni per una delicata capacità introspettiva; delinea e motiva principi etici.

Severgnini ci mostra il suo sguardo sulle cose. La parola si impregna d’immagine, mentre il tempo raccorda distanze, nella sua celere fuga. Così esperienze di vita quotidiana s’intrecciano in una sequenza filmica dove la macchina da presa si ferma sui particolari, gigantografie, a volte stranianti.

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Gli uffici dei giornalisti correvano lungo il perimetro del dodicesimo e tredicesimo piano e godevano di una vista spettacolare. Credo d’aver trascorso i primi tre giorni a guardare il panorama. Londra, ai tempi, era una città orizzontale. Dall’alto si vedevano le distese di case bianche verso nord, la cattedrale di St Paul, la striscia bluastra del fiume, le macchie verdi dei parchi, i bus che avanzavano come insetti panciuti nelle strade affollate. Appena sotto, vicini, St James’s Palace e Buckingham Palace. Le monarchie amano farsi ammirare dal basso; vederle dall’alto è più affascinante. Quando ho smesso di guardare giù, ho cominciato a guardarmi intorno.

Un breve passo che racchiude la forza espressiva dello stile severgniniano. Il brano è tratto dal suo ultimo libro “Italiani si rimane” da cui è nato il “Diario Sentimentale di un giornalista”, (spettacolo teatrale proposto nella Rassegna Sul Filo del Discorso, organizzata dalla Biblioteca Civica e Comune di Olbia. Parole fiume, ciottoli  e musica stratosferica. Folgorata, avevo già l’intervista in testa! n.d.r)

Nel monologo teatrale accompagnato da Serena Del Fiore, – curatrice della sezione musicale, – Severgnini racconta la storia della sua vocazione/passione giornalistica con aneddoti divertenti e significativi. L’elemento autobiografico s’intreccia in un amarcord  di storia culturale del nostro paese.

Ma ora tra acume e perspicacia “ascoltiamo” la sua voce familiare, ironica, divertente: unica.

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Il suo nome Beppe: breve, familiare, semplice, sembra avere un riflesso della sua scrittura. Ci ha mai pensato? 

Beppe è un diminutivo pieno di labiali: non bellissimo, ma rassicurante. E poi è breve; va bene con un cognome lungo e intricato come il mio.  Come tutti sappiamo, un altro Beppe – genovese, più spettinato di me – ha fondato un movimento politico. Evidentemente il nome spinge a fare cose insolite.

Un altro elemento che contraddistingue il suo stile narrativo è l’ironia. Quando ne ha colto l’importanza?

Quando ho capito che l’ironia abbatte molte barriere. Compresa la diffidenza, la più alta e la più ostica.

Per lei, come per tanti intellettuali, l’illusione ha un valore fondante, quasi salvifico. Quanto può aver giovato alla sua vita?

La perdono, Lycia, di avermi chiamato “intellettuale”: in Italia è una parolaccia! Illusione? Diciamo che da ragazzo avevo un sogno – diventare giornalista e scrittore, in Italia e all’estero – e l’ho realizzato. Mi considero molto fortunato. Anche per questo evito di mugugnare e lamentarmi, uno sport amato da tanti bravi colleghi.

Per anni corrispondente estero in Inghilterra, America, Russia; e ha viaggiato in tutto il mondo, dalla Cina al Sudamerica, fino all’Australia.  Come ha vissuto la lontananza?

Come una lezione, uno stimolo e un’occasione. Ma sapevo che sarei tornato nei miei posti del cuore: Crema, la Lombardia, la Sardegna.

“Non conta dove e da chi nasciamo, la patria è questione di cuore”: quale significato attribuisce a questa frase? Qual è il paese a cui si sente più legato? 

Sono italiano, orgoglioso di esserlo. Non è sempre facile: il nostro Paese ti manda in bestia e in estasi nel giro di dieci minuti e di cento metri. “La patria è una questione di cuore” vuol dire anche un’altra cosa: il legame di sangue – sul quale si basa oggi la cittadinanza italiana – è meno importante della lealtà, del rispetto, della passione e del contributo che noi diamo a un Paese. Ecco perché sono favorevole a uno “ius soli” temperato: chi nasce e cresce qui deve essere italiano.

Nel suo libro “Italiani si rimane” (2018), che in ottobre 2019 uscirà in edizione aggiornata Bur-Rizzoli, parla di una figura fondamentale nella storia del giornalismo italiano, il suo maestro Indro Montanelli. Quali grandi eredità le ha trasmesso?

Meno è meglio. Tre parole. Bastano.

Da giornalista quali consigli potrebbe dare a chi vuole intraprendere la sua professione? 

Imparare a fare molte cose: stare in redazione e fare i giornali (di carta e soprattutto online), scrivere, stare in video, fare video, stare in radio, parlare in pubblico, scrivere un libro. Una di queste diventerà l’occupazione principale, quella che darà da vivere. Le altre verranno buone.

Ha lavorato con altre personalità del giornalismo italiano: Enzo Biagi, Mario Cervi, Enzo Bettiza. Allora, le divergenze tra giornalisti erano meno accese rispetto ai nostri tempi?

Anche nel secolo scorso – quando ho iniziato – le rivalità e le invidie esistevano, eccome se esistevano. Ma non c’era internet e non c’erano i social. C’era tempo per far sbollire rancori e malumori. Oggi troppi colleghi sono impulsivi: pensano una cattiveria, la mettono in rete e poi sono guai. Devo dire che io corro pochi rischi: ho molti difetti, ma non sono invidioso. Mai stato. Se un collega è bravo sono il primo a riconoscerlo. Se ha successo, sono felice per lei/per lui.

Diventa corrispondente da Londra per il Giornale a 27 anni. Come ha vissuto l’esperienza londinese? Quanto hanno influito sulla sua scrittura items e/o sovrastrutture concettuali anglofone, più minimaliste?

A Londra ho imparato la sintesi, l’ironia e a non sbagliare giacca: non è poco. Vedere la mia amata Inghilterra nello psicodramma Brexit è, insieme, un’amarezza e una delusione.

Nel passaggio al Corriere della Sera, Lucia Annunziata, che stava con lei a Washington, le donò alcuni consigli su via Solferino. Quali erano?

Ne cito uno solo: mai alzare la voce. Gli altri li trovate in “Italiani si rimane”!

Sardo d’adozione ha vissuto l’ascesa esponenziale della vocazione turistica nella nostra isola. Come l’ha vissuta e cosa migliorerebbe?

L’ho vissuta con gioia: il turismo ha portato benessere a una terra che amo e frequento dal 1973. Una cosa da fare? Basta seconde case (ristrutturiamo quelle che ci sono!). E qualche servizio in più sulle spiagge accessibili: un chiosco, una doccia e un bagno non rovinano certo i luoghi e l’atmosfera.  Ma la chiave è la distanza: lo Stato italiano dovrebbe impegnarsi per rendere semplici ed economici i trasporti  (marittimi, aerei) per  tutto l’anno, non solo d’estate: la Sardegna ha molto da offrire in ogni stagione. Il mercato non basta: e lo dice uno che al mercato ci crede.

Una domanda inerente ai social sempre più oggetto di discussione. Come si dovrebbero utilizzare? I politici  dovrebbero avere un profilo social?

Come si utilizzano? Con cautela. I social (testo, audio, immagini, video ) costituiscono uno strumento potentissimo, che fino a pochi anni fa era riservato ai professionisti (giornalisti, operatori radio e tv). Non mi lamento, è giusto che le cose siano cambiate. Ma bisogna prestare attenzione. Sui social non si vede solo se sono abbronzato: si capisce anche se sono intelligente e/o stupido, e se ho qualcosa da dire. I politici possono avere un profilo social? Certo. Ma se stanno al governo dovrebbero utilizzarlo poco.

Se le proponessero un viaggio sulla luna, per raccontare la vita degli astronauti con il suo stile inconfondibile, abbandonerebbe la sua amata Inter?

Porto l’Inter sulla luna. Vinceremmo pure lì. Quadruplete Spaziale: ci manca.

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©️Riproduzione Riservata

All photos credits Archivio BSEV.

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