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Gli attacchi dei pirati barbareschi e la tratta degli schiavi in Gallura tra il XV e il XIX secolo

Sino ai primi decenni dell’Ottocento lo schiavismo era ancora praticato soprattutto dai pirati barbareschi

Gli attacchi dei pirati barbareschi e la tratta degli schiavi in Gallura tra il XV e il XIX secolo
Gli attacchi dei pirati barbareschi e la tratta degli schiavi in Gallura tra il XV e il XIX secolo
Federico Bardanzellu

Pubblicato il 15 agosto 2022 alle 06:00

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Olbia. Nel precedente articolo del 3 luglio u.s. abbiamo citato un episodio di fuga dallo schiavismo accaduto nel 1768 nei dintorni di Terranova. Sino ai primi decenni dell’Ottocento, infatti, lo schiavismo era ancora praticato soprattutto dai pirati barbareschi. Come abbiamo spiegato, costoro erano musulmani di etnia araba o molto più probabilmente berbera, provenienti dall’Africa settentrionale. Furono attivi a partire dal XV secolo, in coincidenza con l’insediarsi del dominio turco-ottomano nell’Africa settentrionale. Dalle loro basi di Algeri, Tunisi e Tripoli, saccheggiavano le coste degli Stati cristiani e prendevano prigionieri per ridurli in schiavitù. 

Stiamo citando, quindi, un insieme relativamente più ristretto della più complessiva pirateria arabo-musulmana. Questa era attiva, in particolare, tra l’VIII e il XIII secolo, all’epoca in cui l’Africa settentrionale era sottoposta al domino arabo. Tra i pirati cosiddetti barbareschi, tuttavia, ci potevano essere anche cristiani, catturati e islamizzati, che col tempo si erano affrancati dalla schiavitù e avevano conquistato posizioni di primo piano nella comunità. 

Numerose incursioni furono effettuate da questi pirati lungo le coste galluresi. Un interessantissimo report lo ha redatto Francesco Casula con la sua relazione-ricerca: La Sardegna e le invasioni arabe-turco barbaresche. Casula è autore anche della monumentale opera: Letteratura e civiltà della Sardegna. Dalle sue ricerche abbiamo estratto i casi relativi alla Gallura, come da mission della nostra rubrica. 

Le prime incursioni
La prima incursione barbaresca in Gallura risale al 1418, quando i pirati approdarono a Terranova e si diressero nel territorio di Telti. Dopo aver invaso e saccheggiato la comunità, portarono con sé persone e cose. Un’incursione violenta e famosa si ebbe un secolo dopo. La notte di Ognissanti del 1514 i barbareschi sbarcarono sulla spiaggia di Siniscola e, attaccato il villaggio, fecero più di cento schiavi e uccisero sedici o diciassette uomini. Dopo aver effettuato “efferate crudeltà”, si allontanarono con un grande bottino. 

La gravità dell’evento indusse il Re di Spagna, che dominava l’Isola, ad ordinare alle galee di Napoli di sorvegliare mari e coste dell’intera Sardegna. Nonostante la guardia costiera napoletana, appena sei anni dopo, nel 1520, i Mori sbarcarono nuovamente in Gallura e devastarono il villaggio di Caresi, frazione dell’attuale Santa Teresa Gallura. 

Il disastroso saccheggio del 1553 operato dalla flotta di Dragut
L’incursione più tremenda si ebbe nel 1553. La flotta del terribile corsaro Dragut, dopo aver invaso la Corsica, si riversò sulle coste settentrionali della Sardegna. Assalì e saccheggiò Terranova, mettendola a ferro e fuoco. Il disastroso saccheggio va inquadrato nell’ambito dell’alleanza franco-turca contro Carlo V per il controllo dei traffici nel Mediterraneo. Nell’estate del 1553, infatti, i francesi avevano ottenuto l’appoggio delle galere di Dragut per la conquista della Corsica, allora sotto il controllo genovese. Dopo aver saccheggiato Pantelleria e Licata, Dragut si mosse verso la Sardegna. Sotto il dominio spagnolo, Terranova era ormai ridotta a centro scarsamente popolato. Tuttavia manteneva ancora lo status di Città essendo sede vescovile e per essere circondata da una cinta muraria. 

Per tale motivo la sua amministrazione civica doveva provvedere autonomamente alla difesa con i pochi mezzi a disposizione. La situazione sociale ed economica di Terranova era infatti estremamente difficile. Il procuratore feudale, Salvatore Aymerich, tentò di superare l’emergenza potenziando il corpo dei miliziani che dovevano pattugliare la costa. Avvertiti per tempo, gli abitanti e lo stesso podestà Jofrino Pinna abbandonarono la cittadina, portandosi dietro tutto ciò che potevano, e si rifugiarono nei villaggi dell’entroterra.

Sabato 29 luglio 1553 gli assalitori sbarcarono senza incontrare alcuna resistenza. Gli uomini di Dragut fecero prima incetta di acqua e vettovaglie. Il loro obiettivo iniziale era, probabilmente, quello di rifornirsi, colpendo la corona spagnola nell’unico porto della costa orientale sarda che poteva minacciare la futura eventuale conquista della Corsica. Ma, prima di abbandonare la cittadina, decisero di incendiarla, costituendo sempre un porto strategicamente importante sia dal punto di vista militare che da quello commerciale.

Le conseguenze del saccheggio di Dragut
Il saccheggio comportò per Terranova un trauma difficilmente rimarginabile. Le mura erano ormai distrutte, le case incendiate, i campi abbandonati. La distruzione operata da Dragut dimostrò che la cinta muraria, di concezione medievale e mai restaurata, era ormai inadeguata. Di conseguenza, la sede vescovile fu spostata a Castellaragonese (oggi Castelsardo), maggiormente difesa. Gli abitanti, con in testa il podestà Jofrino Pinna, non ebbero intenzione di rientrare nella cittadina prima di almeno sei mesi. Era infatti pericoloso riprendere le normali attività sinché la città fosse esposta alle truppe francesi stanziatesi in Corsica, al comando di Giordano Orsini.

Con il tempo, però, nonostante l’immobilismo del governo e del feudatario spagnoli e le enormi difficoltà, nel giro di una decina d’anni si tornò a contare circa quattrocento abitanti. Dopo il drammatico saccheggio, comunque, Terranova non riacquisterà più l’importanza rivestita nel Basso Medioevo. 

Nuove incursioni e saccheggi
I saccheggi non si fermarono con quello di Dragut. Nel 1555, un centinaio di barbareschi sbarcò presso Porto San Paolo. Fortunatamente le cavallerie dei comuni galluresi, capitanate da Francesco Casalabria, li mise in fuga. Gli assalitori lasciarono sul campo quarantaquattro corpi prima di risalire sulle navi. I quattro pirati catturati furono liberati dietro un riscatto di seicento scudi. 

L’anno dopo la flotta turca, dalle sue postazioni marittime in Corsica, effettuò altre incursioni in Gallura. Fu però respinta grazie anche ad Antioco Bellit, governatore del Logudoro, che aveva rafforzato l’attuale Castelsardo ed altre fortezze. Francesco Calasabria inoltre, alla testa della cavalleria, percorse i litorali galluresi impedendo ulteriori sbarchi. Nel 1562, una nave turca naufragò presso l’isola di Tavolara, dove si rifugiò l’equipaggio. I galluresi, radunatisi in gran numero, invasero l’isola e attaccarono i barbareschi. Ne uccisero un gran numero e ne fecero prigionieri altri. Inoltre liberarono trenta schiavi cristiani prigionieri nella nave naufragata.

La costruzione delle torri di avvistamento
Finalmente, a partire dal 1572, si iniziò a costruire le torri di avvistamento, fortemente volute dall’Imperatore Carlo V a difesa del suo impero, ora retto dal figlio Filippo II. I lavori sull’intera isola erano appena iniziati, quando, nel febbraio 1581, i pirati attaccarono Siniscola dopo esser sbarcati sulla spiaggia di Santa Lucia, ancora priva della sua torre di avvistamento.

L'imperatore Carlo V in un disegno dell'Ottocento 

Duecento di essi depredarono il villaggio, uccisero e fecero centocinquanta prigionieri, tra uomini e donne. Ma, sulla via del ritorno, trovarono la squadra armata di Bernardino Puliga, formata di soli dieci uomini, che li sconfisse dopo averne fatto strage. I barbareschi lasciarono sul campo l’intero bottino e tutti i prigionieri così liberati. Soltanto pochi degli assalitori riuscirono tornare alle navi e i sopravvissuti furono messi in catene.I galluresi peraltro si impadronirono di tre galee, impossessandosi delle bandiere nemiche.

I barbareschi vollero però vendicarsi della sconfitta e due anni dopo approdarono nuovamente sulla stessa spiaggia. Entrati in Siniscola uccisero un gran numero di persone, saccheggiarono le case e molti abitanti furono tratti in schiavitù. Fu allora che furono avviati i lavori delle due torri di Santa Lucia e della Caletta. In tutta la Sardegna, alla fine del Cinquecento le torri costruite sul mare erano già ottantadue. Un piccolo contingente di soldati, insediato sulle torri, una volta avvistate le navi in arrivo, dava l’allarme ai villaggi vicini, permettendo così alle popolazioni di predisporsi alla difesa o di mettersi in salvo. In tal modo molte incursioni barbaresche fallirono e molti pirati furono uccisi o fatti prigionieri. Per tutto il Seicento la situazione in Gallura fu relativamente sotto controllo.

La Gallura e le incursioni barbaresche al tempo dei Savoia
All'inizio del XVIII secolo, la Sardegna, nel giro di pochi anni, fu occupata dagli Austriaci (1708), poi venne ripresa dagli Spagnoli (1717), restituita all'Austria con il Trattato di Londra (1718) e, infine, ceduta ai Savoia che, nel 1720, assunsero il titolo di Re di Sardegna. Sul fronte degli attacchi dei pirati barbareschi, almeno in Gallura, non si registrarono particolari interventi per tutta la prima metà del secolo.

Nel 1753 alcune galee regie si impossessarono di una imbarcazione tunisina, combattendo presso Tavolara. Si trattava probabilmente delle prime tre galee della marina sarda, acquisite dai Savoia con la cessione del Regno di Sicilia, a seguito del Trattato di Utrecht. Nel 1762 i barbareschi sbarcarono nuovamente nelle spiagge di Siniscola e catturarono uomini e bestiame. Tentarono di farlo anche a Terranova, ma furono respinti dalla popolazione. 

Il 14 ottobre 1799 una squadra tunisina gettò l’ancora a sei miglia da La Maddalena. L’isola era però comandata da Domenico Millelire, lo stesso ufficiale che, nel 1793, aveva sconfitto Napoleone fregiandosi della prima medaglia d’oro al valor militare del Regno di Sardegna. Millelire armò la popolazione, la schierò sulla spiaggia e fece tuonare i cannoni. I Tunisini pensarono bene di levare le ancore e di volgere le vele verso il mare aperto. I primi due decenni del secolo XIX registrarono una serie di scontri fra le navi della marina sarda e i pirati barbareschi ancora intorno a La Maddalena. Oltre al Millelire si segnalarono per valore il nocchiero Tomaso Zonza e il comandante Vittorio Porcile.

La fine della tratta degli schiavi e delle incursioni barbaresche
Nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, il bey di Tunisi aveva in corso i preparativi per altri sbarchi sulle coste sarde. Come da consolidata tradizione diplomatica, il Re di Sardegna strinse alleanza con le due più forti potenze del momento, almeno sul Mar Mediterraneo: l’Impero Britannico e quello Russo. In particolare il governo britannico individuò come mediatore inglese l’ammiraglio Exmouth, che assunse anche la delega dei re di Sardegna e delle due Sicilie. Exmouth si presentò con la flotta inglese di fronte alle tre reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli e impose loro di stringere relazioni diplomatiche e consolari con i regni di Sardegna e delle due Sicilie (entrambi da lui rappresentati). 

La missione dell’ammiraglio inglese Exmouth, ebbe un ottimo risultato perché venne imposto agli stati barbareschi la fine della tratta degli schiavi. Il 3 aprile 1816 si accordò con il bey di Algeri per la liberazione di tutti gli schiavi cristiani per la contropartita di cinquecento piastre di Spagna. Tra questi 23 sardi, con l’esborso di una somma pari a sessantamila lire che furono anche recuperate poco dopo. Analoghi trattati per l’abolizione della schiavitù furono firmati con le reggenze di Tunisi e Tripoli. Gli accordi chiusero sostanzialmente il periodo dei saccheggi contro la Gallura e il resto del Mediterraneo e la relativa tratta degli schiavi.

La Torre di Santa Lucia, situata nella omonima frazione del comune di Siniscola

In copertina: Dragut, "Pirata" dell'Impero Ottomano (litografia a colori)