mercoledì, 20 gennaio 2021

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"Così salvammo il nuraghe Belveghile dalla distruzione". Intervista a Rubens D'Oriano

Ecco come la Soprintendenza salvò il villaggio nuragico più grande di Olbia

Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 12 gennaio 2021 alle 09:18

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Olbia. Pietre di scandalo, sono, quelle del complesso nuragico di Belveghile, a due passi da Olbia, in una delle zone più amene e fertili dell’agro. Ogni volta che salta fuori una foto sui social, fioccano i commenti a chilometri. Pochissimi fatti da competenti, buona parte da gente ignara di come sono veramente andate le cose, non pochi degni di una querela per diffamazione. Gli strali colpiscono gli archeologi della Soprintendenza archeologica, rei - a detta dei più accaniti pasdaran da tastiera - di aver concesso di giustapporre l’impensabile tetto a un monumento simbolo della sarditas identitaria.

Certo, fa un po’ effetto osservare quei nobili ruderi sotto lo svincolo che dalla trafficatissima SS 125 diretta alla Costa Smeralda immette alla “circonvallazione” che porta verso Golfo Aranci. Sul notissimo Windy Maps, e sulle più importanti app-navigatori il punto è contraddistinto dal nuovo toponimo di “Viadotto Nuraghe”. Ma i milioni di automobilisti che lo avranno cercato girando la testa da un parte e dall’altra per trovarlo mai avrebbero immaginato che mentre facevano ciò il nuraghe stava proprio sotto i loro sedili.

Ortofoto Google Earth dello svincolo interessato dalla presenza del (sottostante) nuraghe Belveghile

L’archeologo che maggiormente viene chiamato in causa è il dott. Rubens D’Oriano, il quale non ha certo bisogno di presentazioni. La città di Olbia deve essere a lui oggettivamente grata per l’azione di tutela costante portata avanti per decenni in qualità di Direttore Archeologo della Soprintendenza Archeologica provincie di Sassari e Nuoro, esercitando le sue funzioni nella relativa sede staccata olbiese. Non è solo per la tutela che Olbia deve molto a questo studioso, ma anche per le sue rivoluzionarie scoperte sulla città fenicia e greca, e per avere diretto lo scavo del porto antico, là dove è sorto il Museo Archeologico che è un po’ una sua creatura, laddove ora è il tunnel che passa davanti al lungomare.

Poiché anche Olbiachefu nasce per svolgere azione di tutela verso l’onesta verità delle cose legate al passato, e visto che proprio da un recente articolo di Olbia.it concernente i futuri scavi del nuraghe Belveghile (leggi qui), condiviso sull’omonima pagina Facebook, sono scaturiti centinaia di commenti, molti dei quali infondatamente accusatori di chissà quali responsabilità, abbiamo ritenuto doveroso e necessario intervistare il D’Oriano, che ora si gode la meritata pensione, perché nessuno meglio di lui può chiarire a noi tutti come sono andate veramente le cose.

Dott. D’Oriano, vorremmo sapere una volta per tutte come andò la vicenda del nuraghe Belveghile e della sua insolita copertura.

“I fatti risalgono all’ormai lontano 1987. In quel momento erano già stati realizzati l’anello di svincolo e il sovrappasso della scorrimento veloce per Arzachena. In pratica, quindi, il luogo dove sorgeva il nuraghe, completamente interrato, era adiacente a tratti di strada già costruiti”.

Completamente interrato? Intende dire che il nuraghe non si vedeva?

“Proprio così, non si vedeva. Al tempo il nuraghe Belveghile risultava completamente interrato e praticamente invisibile. Le vaghe notizie bibliografiche (la torre centrale del nuraghe venne scavata nell’Ottocento dall’archeologo Pietro Tamponi n.d.r.) non erano sufficienti a farcelo rintracciare con assoluta precisione. Fu solo quando i lavori della nuova strada andarono a lambire le strutture più esterne della recinzione del villaggio che l’esatta ubicazione fu svelata”.

In precedenza non vi era stato mostrato il progetto della nuova strada?

“All’epoca non esisteva ancora la norma che impone agli enti promotori di grandi opere pubbliche di sottoporne i progetti anche alle Soprintendenze Archeologiche. Ciononostante la Soprintendenza Archeologica di SS e NU chiese più volte al Consorzio Industriale, che aveva commissionato l’appalto della circonvallazione, di esaminarne il progetto”.

Come sarebbe a dire, più volte...

“Sì, più volte. E senza esito alcuno”.

E quando saltò fuori il nuraghe?

“Vennero bloccati immediatamente i lavori e si procedette allo scavo archeologico, la cui conduzione affidai all’archeologo Antonio Sanciu”.

Uno scavo di notevole impegno, a giudicare dagli spettacolari resti emersi. Chi lo finanziò?

“Lo stesso Consorzio Industriale”.

Rubens D'Oriano

E una volta finito lo scavo?

“A fine scavo si poneva il problema se far costruire la strada al di sopra del nuraghe - così come si vede ora - oppure non permetterlo affatto, facendo passare la strada altrove”.


Perché non fu scelta la seconda ipotesi?


“La seconda ipotesi avrebbe comportato la realizzazione di un nuovo svincolo, con conseguente cospicuo aggravio di tempi e di spesa di denaro pubblico. Stiamo parlando di uno stanziamento di ben quattordici miliardi di vecchie lire dell’epoca. Senza contare la vanificazione di parte di quanto già costruito per centinaia di metri prima e dopo il nuraghe e perciò con ulteriore ingente spesa e dilazione di tempi per la demolizione. È il caso di ricordare che all'epoca la circonvallazione diventava l'unica soluzione per aggirare Olbia, il cui traffico diventava infernale d’estate a causa del congestionamento degli imbarchi/sbarchi del porto, e pregiudicandone l’attraversamento in senso nord-sud. Questo ruolo viene ora svolto dal tunnel, che però è stato inaugurato solo sedici anni dopo, nel 2003”.

E fu così che la Soprintendenza Archeologica per le Provincie di Sassari e Nuoro prese la non facile decisione.

“Non è esatto. Si trattava di una scelta delicatissima. Talmente delicata che la scelta fu rimessa nelle mani dello stesso Ministero per i Beni Culturali. A fare il sopralluogo venne da Roma il Direttore Generale in persona”.



Addirittura! E come fu motivata la decisione del Ministero?

“Il parere della Direzione Generale del Ministero fu favorevole alla realizzazione delle strada per diversi motivi. Anzitutto in considerazione del fatto che la realizzazione della strada lasciava il nuraghe intatto. E ciò grazie alle modifiche imposte dalla Soprintendenza sull’altezza della campata, rialzata rispetto al primo progetto…”

E poi?

“E poi perché non veniva assolutamente compromessa una situazione con caratteri di assoluta eccezionalità. Il Direttore Generale conosceva bene nuraghi come il Santu Antine, Barumini ecc., non era digiuno dell’archeologia sarda nuragica.
Ultimo, ma non meno importante motivo, fu perché la comunità non avrebbe sopportato costi e tempi certo molto maggiori per la realizzazione di una strada tanto importante”.

Insomma, un saggio quanto necessario compromesso…

“Si scelse in buona sostanza di lanciare il messaggio: “La tutela dei beni archeologici può convivere con lo sviluppo urbanistico”. La tutela dei beni culturali non è una operazione astratta, non può evitare di considerare altre istanze sociali altrettanto importanti come, in questo caso, quelle che dettano la necessità di opere pubbliche. In casi siffatti è inevitabile e doveroso individuare soluzioni che salvaguardino entrambe le esigenze. Ai profani sembra sempre tutto molto facile, ma così non è.


Le critiche infatti, anche violente, vengono ultimamente proprio dai “profani”, che puntano il dito soprattutto contro di lei, responsabile della sede di Olbia.

“Ero funzionario archeologo, non Soprintendente, e perciò istruttore delle pratiche, sulle quali la decisione ultima è sempre in capo al Soprintendente. In questo caso poi, come detto, la decisione fu rimessa dal Soprintendente nelle mani del Ministero, vista l’estrema delicatezza. In realtà gli attacchi alla mia persona sono motivati dal fatto che sono uno dei pochi archeologi della istituzioni che si è sempre esposto in prima persona nel fronteggiare la marea montante della fantarcheologia sarda, che esalta la civiltà nuragica oltre ogni limite del ridicolo (i Nuragici dominatori dell'intero mondo antico, la Sardegna nuragica identificata con l'inesistente Atlantide ecc.). Questo impegno mi ha procurato presso i leoni da tastiera la fama di "nemico della civiltà nuragica", e quindi cosa di meglio che imputarmi l'accusa di "distruttore del nuraghe Belveghile"? Sarebbe troppo lungo l'elenco dei siti archeologici nuragici salvati dal disastro grazie al mio lavoro (nuraghe Belveghile, appunto, capanne del villaggio Pedra Niedda, nuraghe e tomba di giganti di Funtana Bajolis, ecc. ecc.). Ed è ancor più lungo l'elenco dei monumenti della stessa epoca dei quali sono stato direttore degli scavi (torre F del nuraghe San Pietro, campagne 2015-16 di Lu Brandali, ultime indagini a Sos Nurattolos, ecc. ecc.) o promotore e supervisore dei lavori di sistemazione per la fruizione pubblica (tomba di giganti di Pedres, pozzo sacro Sa Testa, tomba di giganti di Li Mizzani, ecc.). E non posso tediare il lettore con i miei lavori scientifici nello stesso ambito culturale (identificazione di ceramiche nuragiche in Spagna, diffusione del vino in Sardegna tra XI e VII sec. a. C., ecc.). Non c'è male, mi pare, per un "nemico della civiltà nuragica"

Reperti fittili nuragici provenienti dallo scavo del nuraghe Belveghile (da V. PINNA, Il nuraghe Belveghile di Olbia (OT): il contesto della Torre B, poster presentato al 1° Congresso Regionale "Notizie di Scavi della Sardegna nuragica", Santa Vittoria di Serri 20-22 aprile 2017).

Qual è l’aspetto più positivo, invece, di tutta questa vicenda? Intendo quello di cui lei va più fiero?

“È che la Soprintendenza ha anzitutto salvato il sito da distruzione totale, totale ripeto, apponendo il blocco immediato dei lavori. Se fossimo intervenuti anche solo pochi giorni dopo, il complesso archeologico non esisterebbe più. Grazie alla permanenza del nuraghe nella sua interezza, un domani nulla vieta di abbattere la campata che lo sovrasta, ed esso sarà esattamente come rinvenuto. Insomma se cambierà il sentire comune degli Italiani nei confronti dei beni culturali, tanto da ritenerli più importanti di strade comode e quant’altro, il nuraghe sarà lì intatto. Questa sensibilità è di certo nel frattempo cresciuta ad Olbia, grazie anche - non voglio dire soprattutto - all'impegno profuso per decenni dalla Soprintendenza nell'ambito della divulgazione, ma alla fine degli anni '80, epoca alla quale risale la vicenda del Belveghile, l'atteggiamento dell'opinione pubblica era ben diverso ”.

Il nuraghe Belveghile durante gli scavi del 1987. Foto Soprintendenza archeologica per le Provincie di Sassari e Nuoro.

Fin qui l’intervista a Rubens D’Oriano, che rende giustizia e verità su ciò che accadde oltre trentatré anni fa sull’ormai famoso sito nuragico olbiese, ora al centro di un progetto di un milione di euro presentato da un’equipe capeggiata da dr. Francesco Carrera –il funzionario archeologo che di D’Oriano ha preso il posto nella sede staccata di Olbia – (leggi qui il precedente articolo appositamente dedicato da Olbia.it) approvato e finanziato dal MiBACT (acronimo di Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo). Lo stesso ci informa che “il sito nuragico sarà scavato integralmente impiegando un quinto della cifra. La rimante cifra sarà invece destinata alla valorizzazione e tutela dell’area, creando un parcheggio, un nuovo accesso, ed una speciale protezione a tutela del monumento. L’intervento si collegherà con il progetto della pista ciclabile che toccherà la Zona industriale pervenendo anche al pozzo sacro “Sa Testa”, voluto dal Comune e dal CIPNES, il quale entrerà anche in merito al progetto ministeriale sul Belveghile”. Il quale “per assurdo, grazie all’inedita copertura” come precisa Carrera “si è mantenuto in perfetto stato di conservazione. Se invece abbiamo rilevato offese ai ruderi, queste dipendono in buona sostanza dalla maleducazione di chi vi ha gettato dentro rifiuti di ogni sorta, o potrebbero derivare dal malcostume di salire sulle strutture per scattare foto, danneggiando irreparabilmente le creste delle murature a secco”.
Tra i secondi, aggiungiamo, andrebbero annoverati coloro che in passato hanno fatto sul nuraghe manifestazioni di protesta contro “l’oltraggio alla Sardegna e i Sardi”. Sul nuraghe intendendosi letteralmente sopra il nuraghe, dopo esserci arrampicati sopra (vedi qui). Va da sé che costoro –le cui posizioni politiche hanno il nostro massimo rispetto – hanno rischiato paradossalmente di danneggiare più il monumento di quanto abbia fatto viadotto dello scandalo.

Planimetria del nuraghe Belveghile eseguita dopo lo scavo del 1987 (da A. SANCIU, Lo scavo del nuraghe Belveghile, in Aa. Vv., Archeologia del Territorio. Territorio dell'Archeologia. Un sistema informativo territoriale orientato sull'archeologia della regione ambientale Gallura (R. Caprara, A. Luciano, G. Maciocco curr., Sassari 1996, p. 97s.

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