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Alcune antiche "paràuli folti" in Olbia e dintorni

Alcune antiche
Alcune antiche
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 03 aprile 2016 alle 14:21

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Le paràuli folti, in dialetto gallurese "parole forti", ossia efficaci, potenti, paràulas foltes nel logudorese di Olbia, sono delle formule, filastrocche o cantilene recitate a scopo magico, sovente, seppure non necessariamente, menzionanti i santi e la divinità, i quali tuttavia -quando ciò accade- non sempre sono direttamente invocati. In genere sono brevi e rimate, con metrica e rime rudimentali necessarie per facilitarne la memorizzazione ed il loro tramandarsi di generazione in generazione.

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Non sempre nella recitazione li paràuli sembrano mostrare, in alcuni passaggi, nessi immediati con il fine o il problema che si intende risolvere. Ad esempio, nella seconda delle paràuli che ora vedremo, non si capisce d'immediato il collegamento fra San Martino, andato come ospite, ed il mal di pancia. Sembra semmai che certe scene in esse descritte, nella loro apparente paradossalità, vogliano piuttosto affermare il valore puramente fonetico di parole, assonanze, consonanze, rime ecc. e la conseguente, attribuita capacità magico-evocativa. Di fatto sarebbe l'intenzione del recitante a renderle efficaci, come sempre accade nelle formulazioni a scopo magico.

Queste formule venivano e vengono ancora gelosamente custodite e tramandate in generefra Natale e Capodanno, periodo molto utilizzato per questo genere di "iniziazione" e ritenuto propiziatorio anche per le varie forme di azione magica operativa occulta, popolare e non.

Gli scopi delleparàuli foltisono molteplici: trovare oggetti ed animali smarriti, ottenere una divinazione o addirittura il blocco del cane del fucile onde impedirne il colpo, ma molto più frequentemente lo scopo della loro recitazione era ed è terapeutico, in special modo per le malattie dell'infanzia, come nei casi che pubblichiamo.

I primi tre, in gallurese, vennero trascritti nella prima metà del secolo scorso in uno stazzo nei dintorni di Olbia dall'Ing. Mario Lupacciolu,fratello di mia nonna paterna, per venire poi riportate nel volume di Maria Azara sulle tradizioni popolari della Gallura (1).

il-mal-di-testa-si-combatte-con-i-rimedi-naturali_image_ini_620x465_downonly Contro il mal di testa

Una capruledda da lu mari ‘inìa e in tarra la linga soia punìa. Cos’è lu ch’hai, capruledda mea, chi sei muggendi e traggendi cu la linga in tarra pultendi? Socu caranta dì e caranta notti cu un dulòl di capu folti. Anda a maceddu pidda cjalbeddu una itta d’ulia lu dulol di lu capu passatu ti sia.

Una capretta veniva dal mare/ e metteva la lingua in terra./ Che hai, capretta mia?/ Che stai muggendo e trascinandoti,/ e portando la lingua per terra? / Sono quaranta giorni e quaranta notti/ con un forte doler di testa./ Vai al macello/ prendi cervello/ un rametto d’olivo/ il doler della testa/ passato ti sia.

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Contro il mal di pancia

Santu Maltinu pa istragniu andesi, omu bonu e femina mala incuntrèsi, tarrenu infusu e padda senza granu. Nostru Signori ti ponghia la manu. No par amori tòju, ma par amori soju sia lu sintimentu di la mazza passatu ti sia.

San Martino andò come ospite / Trovò uomo buono e donna cattiva / Terreno bagnato e paglia senza grano / Nostro Signore ti ponga la mano / sia non per amor tuo, ma per / mor suo / Il mal di pancia passato ti sia.

Per fermare il sangue che scende da una ferita o dal naso

Santu Paulu in banca staggìa tre culteddhi d’aglientu tinìa, unu trappàa, l’altu pungìa, l’altu paràa lu sangu ch’iscìa. Sta sangu in vena tòia Comu stesi Gesù Cristu in sedi soia.

San Paolo stava a tavola / aveva tre coltelli d’argento,/ uno tagliava, l’altro pungeva,/l’altro parava il sangue che usciva. / Sta sangue nella tua vena / Come stette Gesù Cristo nella /Sua sede (ossia in croce n.d.t.)

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Le successive paraulas appartengono invece alla vecchia Terranova-Olbia e le riportiamo dal noto volume di Pietrina Moretti (2). La prima accompagnava la delicata operazione di inserimento di un gambo di prezzemolo imbevuto d’olio nel retto del bambino con la stipsi, che avrebbero dovuto sortire in breve tempo il tanto sospirato esito liberatorio:

Serra serra battiga at erra battiga a muru. Sorighitteddu ti ch’entrede in culu ti nde òghede su ch’as mandigadu. Sorighitteddu e culeddu pisciadu.

Serra serra/batti in terra/batti al muro./Un sorcetto/entri nell’ano/e ti tolga/ciò che hai mangiato./Sorcetto/ e sederino bagnato.

Per risolvere invece il singhiozzo del bambino si usava recitare la seguente cantilena: Tres isticulas tres margaridas tres perras de fae. S’innamuradu meu lu poted’aere

Tre singhiozzi / tre margherite / tre mezze fave / l’innamorato mio possa averlo.

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Se qualcuno veniva morso da un cane ecco pronte le seguenti paraulas:

Cane, fizu ‘e cane

fizu ‘e giudeu cando ses nadu no bi fidi Deu.

Cane, figlio di cane / figlio di giudeo / quando sei nato/ non c’era Dio.

 

La paura o terrore venivano invece esorcizzati col seguente scongiuro che iniziava in un latino maccheronico: Avisti maris nemici mei veritade tue esperte iros. In nomine de su Babbu de su Fizu amine lesu. Ogni umbra mala che siada attesu.

Allontanami dai pericoli / del mio nemico. /Cacciali con la tua verità. / In nome del Padre / del Figlio amen Gesù. / Ogni ombra maligna / sia lontana.

Infine, per sciogliere gli stati d’ansia ecco le paraulas a cui si ricorreva, con i primi tre versi in italiano: Cristo viva Cristo regni, da ogni male mi difendi. Santu Gosamu e Damianu Sa manu ‘e Maria Sia pius bona ‘e sa mia. Cristo viva / Cristo regni / Da ogni male mi difendi / San Cosimo e Damiano / La mano di Maria / sia più potente della mia.

 

NOTE

1) M. AZARA, Tradizioni popolari della Gallura dalla culla alla tomba, Roma 1943 (ediz. anastatica A. Forni editore, Sala Bolognese 2005, pp. 95 ss.).

2) P. MORETTI, Olbia. Testimonianze di vita, Sassari 1992, p. 109 s.

 

Tutte le immagini sono state tratte da internet.