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99 : 1 La scuola elementare nella Terranova della Belle Époque

Le impossibili condizioni in cui i maestri elementari e le rispettive scolaresche erano costretti ad operare nella Olbia dei primissimi del Novecento

Ph archivio Luciana Lupacciolu
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Certamente il maestro che si trova a far lezione ad un numero così esagerato di alunni, per quanto abbia buona volontà, anzi della scuola faccia un apostolato, ed abbia all’insegnamento buone attitudini, non può riuscire che in minima parte ad ottenere quel risultato che l’animo suo desidera, se non avviene invece (il che fatalmente accade nella maggior parte dei casi) che l’albero delle illusioni si sfrondi e muoia anche il fiore del sentimento”.

Così, nel 1902, esattamente il 7 dicembre, l’articolista de La Nuova Sardegna (che non si firma) commentava a margine la descrizione circa l’insostenibile situazione delle “classi-pollaio” –così oggi le definiamo – che mettevano a repentaglio in primis la condizione psicologica e la vocazione stessa dei maestri elementari di Terranova e -aggiungeremo- non solo di Terranova. Un problema sempre attuale, quantunque certamente non estremo come in quell’epoca, e che le cronicamente scarse risorse messe a disposizione dallo Stato rendono ogni giorno più esasperato ed esasperante per i docenti. Il numero  di alunni all’interno di una classe non dovrebbe infatti assolutamente superare le 18-20 unità. Ciò per gli ovvi motivi didattici, igienico-sanitari, disciplinari, di sicurezza. Ripenso spesso (invecchio) alla mia maestra-suora vincenziana dell’istituto di Via Defilippi a Olbia, dove negli anni Sessanta ho fatto le elementari. Rammento ancora con una certa apprensione come in terza elementare l’appello si soffermasse ogni mattina su ben quarantotto cognomi. Folle del genere oggi farebbero rabbrividire e scappare via qualsiasi maestra o professore, facendoci sorgere spontanee le domande: “Ma come faceva la povera maestra?”, “Riuscivate a lavorare?”, “Chissà che confusione in quella classe!” Nessuna confusione: il clima era proficuo, eccome lo era! Già in quarta elementare padroneggiavamo le basi dell’analisi logica e le forme intransitive e passive dei verbi, e le scuole medie alla “Ettore Pais” le facemmo praticamente vivendo di rendita. Fatti, non chiacchiere in neolingua didattichese di ascendenza anglosassone.

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Non so come facesse la maestra Anna Mura, in arte suor Gabriella. Anzi, lo so: era bravissima, geniale nella didattica e senza lesinare sculaccioni alle femminucce e sonore sberle ai maschietti più indisciplinati. Non era giusto, non andava bene, oh, che orrore!, oh, che scandalo! Ma noi fortunati del 1960 capitati in quella classe di suor Gabriella siamo ben sopravvissuti a quaderni e quaderni consumati a scrivere lettere dell’alfabeto in bella grafia con la penna stilografica; siamo cresciuti sani, forti e rispettosi incassando anche qualche meritato sganassone e sculaccione, e soprattutto sappiamo usare bene il congiuntivo e scriviamo “ha” con la “h”. Appena entrati in classe non ci si sedeva se non dopo avere fatto le preghiere, e a maggio una corona intera di cinquanta avemaria recitata in piedi non ce la levava nessuno, nonostante gli sbuffi e gli occhi che roteavano insofferenti. Studiavamo o no dalle suore?  Sì, e allora prendere o lasciare, queste erano le regole e nessuno brontolava, altrimenti c’erano le altre scuole dove trasferirsi. Mani “in seconda” dietro la schiena durante le spiegazioni, ricreazioni passate a giocare a pallone, a gubine e ad acchiappa acchiappa, schiamazzando e correndo all’aperto come pazze lepri liberate dalla gabbia.

Ginocchia e mani sbucciate, grembiulini strappati e slogature erano tutti accadimenti rientranti nella più totale ordinarietà per dei bimbi vivaci e non rincoglioniti da nottate passate sui videogiochi. Questi infortuni minimi, danni collaterali alle gioie giocate dei bimbi, si sarebbero di contro trasformati in catastrofi umanitarie nel futuro ormai prossimo ed inimmaginabilmente peggiore: il nostro. Tornato a casa mio padre medico mi frizionava, ripuliva e disinfettava la parte escoriata con un po’ di tintura di iodio e poi via a correre più di prima. “Non ti grattare la crosta, lascia che si stacchi da sola fra qualche giorno” e tutto finiva lì. Senza melodrammi, tragedie greche, commedie, questioni, convocazioni, pronto soccorso, denunce, perdite di tempo, stress, processi con istruttorie testimoniali, leggi assurde, iperprotezionismi e cahiers de doleances di mamme e babbi, denunce, articoli sui giornali. Crescevamo sani, crescevamo forti, ripeto, e crescevamo educati a dare anzitutto il giusto peso alle cose. Crescevamo liberi: le piante hanno bisogno di spazio intorno e di luce per sviluppare al meglio i rami e le dimensioni che il loro patrimonio genetico prevede. Capita la metafora?

Terranova Pausania. Scolaresca e bambini di varia età nel 1903. Si riconoscono i fratelli Giovanni, Maria Antonia, Francesca e Pietrino Lupacciolu (foto di proprietà di Luciana Lupacciolu)

Resta certo quel numero esagerato di quarantotto alunni, capaci di mettere a dura prova anche il migliore professionista dell’educazione, eppure in tempi più favorevoli alla stessa. Ebbene -torniamo all’argomento e scusate la digressione –  quel numero da me visto e vissuto negli anni Sessanta è una misera quisquilia davanti alla descrizione della situazione di sessant’anni prima, ovvero dei primi anni del Novecento che il succitato articolo documenta.  Leggiamo qui delle rimostranze portate alla Giunta comunale dalla maestra Pietrina Codina, che fu consorte dell’altro grande maestro elementare ed intellettuale Francesco de Rosa, suMastru Ziccu”, cui dedicammo qualche anno or sono un nostro volume. La classe che la maestrina martire provava ad alfabetizzare era composta da ben novantanove alunne. Ovvio che chiedesse alla Giunta comunale lo sdoppiamento, visto che la legge prevedeva un massimo di settanta alunni per classe. Il maestro Sotgiu, anche lui notissima figura di educatore della Terranova del tempo, dall’articolo risulta avesse una classe doppia (seconda e terza) di soli sessantanove alunni, dove, racconta il cronista anonimo, “in un locale assolutamente infelice e proprio sull’ingresso della scuola esiste una fogna, la quale di tanto in tanto esala profumi poco ameni…”. Si può immaginare che anche dentro la classe, in condizioni di fogna momentaneamente inattiva, gli odori non fossero comunque apprezzabilissimi.

Particolare della foto precedente rielaborato dall’autore dell’articolo. Il primo bambino seduto da sinistra è Pietrino Lupacciolu, padre di Giangiacomo ed Antonetto, che fu sindaco di Olbia negli anni Sessanta

In quegli anni il maestro elementare faceva vita dura. Le buste paga della più nobile delle professioni, di fondamentale importanza sociale, dalle immense responsabilità, erano veramente miserrime (e in ciò nulla è cambiato). Le condizioni le stiamo vedendo sotto alcuni aspetti locali, tuttavia ben generalizzabili. Così era particolarmente nel periodo che va dalla legge Casati legata al momento immediatamente post-unitario (1861) fino alla legge Daneo-Credaro (1911), grazie alla quale si trasformò definitivamente il sistema della scuola –gestito dalle amministrazioni comunali – in un servizio pubblico statale. A seguito di questa legge, votata durante il ministero Giolitti, sarà finalmente lo Stato a sobbarcarsi il pagamento degli stipendi del corpo docente, regolando l’obbligo in modo più efficace anche nelle realtà locali disagiate, dove i magri bilanci municipali, e i comportamenti poco chiari di molti ignorantissimi amministratori, non avevano precedentemente consentito una corretta organizzazione della scuola. Nasceranno allora i primi edifici scolastici statali, fra cui quello veramente importante e monumentale di Terranova, ubicato in Corso Umberto I. In altre parole, prima della legge Daneo-Credaro, erano i consigli comunali che dovevano trovare i locali adatti, arredarli, pagarne gli affitti, fornirne le dotazioni scolastiche, provvedere ai bandi per l’assunzione dei maestri e pagarne gli stipendi, nonché vigilare sulla loro attività didattica ed educativa in sinergia con le autorità scolastiche locali. Ma stava proprio qui uno dei principali limiti del sistema: per esigenze di bilancio, nei comuni meno ricchi si deliberava infatti di tirare al massimo la cinghia su tutte le voci, cercando di retribuire i maestri con il minimo stipendio consentito dalla legge. Fra le conseguenze più perniciose quella delle classi-pollaio, evidenziate nell’articolo del quotidiano più letto del nord Sardegna e  che riportiamo per intero in calce.

 

Il Caseggiato Scolastico e Piazza Municipio in una cartolina viaggiata del 1929

(Nelle scuole, La Nuova Sardegna del 7.12.1902) 

Nelle scuole elementari malgrado le innumerevoli, quanto giuste lagnanze dei maestri elementari di questo Comune fatto alla giunta, e non nell‘interesse loro, sebbene nell’interesse dell’istruzione degli alunni, la stessa giunta, come al solito, persiste nel comodo quanto dannoso sistema di tutto ignorare e a nulla provvedere.

La maestra elementare Codina ha fatto più volte sapere alla giunta, che la  classe in cui ella insegna si compone di ben 99 alunne, e perciò ha chiesto che la giunta medesima provvedesse allo sdoppiamento della classe non permettendo il regolamento sull’istruzione primaria che una classe si componga di oltre 70 alunni.  Certamente il maestro che si trova a far lezione ad un numero così esagerato di alunni, per quanto abbia buona volontà, anzi della scuola faccia un apostolato, ed abbia all‘insegnamento buone attitudini, non può riuscire che in minima parte ad ottenere quel risultato che l’animo suo desidera, se non avviene invece (il che fatalmente accade nella maggior parte dei casi) che l‘albero delle illusioni si sfrondi e muoia anche il fiore del sentimento.

Il maestro Sotgiu ha nelle due classi seconda e terza 69 allievi in un locale assolutamente infelice e proprio sull’ingresso della scuola esiste una fogna, la quale di tanto in tanto esala profumi poco ameni. L’ambiente poi rimane quasi all‘oscuro buona parte
dell’anno, è umido ed angusto, è capace solo di 60 metri cubi d’aria, mentre, per legge, l’ambiente scolastico deve offrire ad ogni alunno 4 metri cubi d’aria. È questo un altro inconveniente che compromette sopra tutto la salute dell’alunno.Però a tutti questi gravi inconvenienti la nostra giunta non si dà premura di pensare; e sì che la questione della pubblica istruzione, per gli amministratori che vogliono fare davvero il proprio dovere, dovrebbe essere il loro pensiero dominante: essa non ha o quanto meno non dovrebbe avere partiti o simpatie personali: perché se diversamente avvenisse il danno ricadrebbe sugli alunni e non sui maestri che godono le simpatie di chi guida la cosa pubblica.
Lo stesso maestro Sotgiu (al quale auguro pronta e completa guarigione) è da circa 14 giorni che non impartisce lezioni perché non lievemente indisposto, né egli né il suo medico sanno quando potrà ritornare fra i suoi allievi.
Nel regolamento v’è una disposizione la quale dice che quando un maestro per constatata malattia non frequenta la scuola per un periodo di 15 giorni, la
giunta deve provvedere alla supplenza. Ma leggi e regolamenti per gli amministratori di Terranova  sono lettera morta, se non costituiscono almeno per loro un onore.

(Abbiamo tratto l’articolo dal volume Da Terranova ad Olbia. Storia memoria, mutazione di un ambiente urbano tra ‘800 e ‘900,  M. Navone e M. Porcu Gaias curr., Nuoro 1990, p. 30s.)

 

©Marco Agostino Amucano

2 dicembre 2018

 

 

 

 

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