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Tempio, incontro con Licia Azara: il volto nuovo dello storytelling

Incontro con "La rubastorie" che cura la memoria della Sardegna

Tempio, incontro con Licia Azara: il volto nuovo dello storytelling
Tempio, incontro con Licia Azara: il volto nuovo dello storytelling
Laura Scarpellini

Pubblicato il 29 April 2026 alle 16:00

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Tempio. Classe 1986, tempiese d'inverno ma amante dell'estate, Licia Azara rappresenta l'evoluzione moderna della narrazione d'identità. Professionista nel marketing digitale di BPER dopo una lunga esperienza in Smeraldina, Licia ha saputo conciliare la concretezza dell'economia con un’urgenza creativa che, nel settembre 2021, l'ha spinta a "riesumare" una passione per la scrittura a lungo accantonata. In un momento di riflessione personale post-pandemica, la blogger ha smesso di essere un’abitante passiva della sua terra per diventarne una testimone attiva, girando l'isola – spesso in solitaria – tra siti archeologici e borghi dimenticati.

Il suo progetto, "La Rubastorie", nato ufficialmente nel settembre 2023, non è una semplice rassegna turistica, ma un’operazione di recupero della memoria orale. Licia non si limita a descrivere luoghi: li abita attraverso le storie degli anziani, degli archeologi e delle guide incontrate lungo il cammino. Il suo approccio "ruba" frammenti di vita per restituirli a una collettività che rischia di perdere il proprio DNA culturale. Dai post virali sul femminicidio di Antonia Mesina alla partecipazione come voce narrante del Carnevale Tempiese al fianco di Giuliano Marongiu, la sua cifra stilistica è l’immedesimazione: trovare l’universale nel particolare di una vicenda umana.

Cruciale nel suo percorso è stata la docu-serie “Cenere”, dedicata alla tragedia di Curraggja del 1983. Un lavoro corale nato dal passaparola che ha saputo dar voce ai sopravvissuti, cambiando la prospettiva della stessa Azara: raccontare le persone per parlare alle persone. Oggi, questo viaggio continua sugli spazi più intimi di Substack, dove Licia esplora una dimensione narrativa "slow", tra laboratori teatrali con Alberto Capitta e il sogno mai celato di un primo romanzo, convinta che il valore e l’impegno siano l’unica rivoluzione culturale possibile.

Licia, lei ha l’innata capacità di “rubare” storie alla quotidianità per salvarle dall’indifferenza. Qual è il dettaglio o l’emozione che le fa capire che un frammento di vita ordinaria è pronto per diventare un racconto?

"È una bellissima domanda. Credo che per qualunque tipo di storia ciò che fa la differenza è sempre lo sguardo di chi osserva. Non esistono storie più interessanti di altre, ma storie che possono essere più o meno affini con il mio sentire. Solitamente provo una strana emozione o entusiasmo quando leggo i racconti che poi ruberò per le mie storie. Quello è il punto di partenza nella mia scelta. Dopo aver percepito un’emozione cerco di comprendere se quella storia possa avere una portata umana universale: riguarda tutti noi? Ha dentro un messaggio che ispira, che fa riflettere, che motiva, che può cambiare la prospettiva? Ecco, queste sono le domande che mi pongo. Ma il punto di partenza è sempre un’emozione, uno strano istinto: solo se fa vibrare le mie corde potrò essere capace di restituire la stessa emozione a chi legge".

Nonostante il successo sui social, lei si schernisce di fronte alla definizione di "blogger". Perché preferisce la dimensione più intima di "persona che racconta" rispetto a quella, oggi così ricercata, di influencer della narrazione?

"Il motivo principale è che credo che occorra dare dignità e valore alle professioni. Per me un influencer della narrazione o uno storyteller rappresentano una professione precisa, fatta di impegni, scadenze, strumenti, regole, algoritmi. Io ho studiato questi strumenti, li conosco e ho anche provato a inquadrare quello che faccio in uno schema preciso. Ma la verità è che, almeno in questa fase, ho bisogno di sperimentare, di provare strade diverse, di essere libera da schemi imposti. La scrittura per me è un atto liberatorio, una sorta di esigenza, una forma di espressione e ho necessità di mantenerla libera, almeno per capire dove posso arrivare e dove mi può portare. Rubo storie, ma non me la sento di rubare anche un titolo professionale così preciso, per il momento sono solo una persona che ha voglia di raccontare storie sulla sua terra".

La sua avventura digitale è iniziata nel 2021 quasi per gioco. In un'epoca dominata da video rapidi e immagini frenetiche, quanto è stato sorprendente scoprire che il pubblico ha ancora una fame profonda di storie scritte con cura?

"La verità è che a seconda del canale che utilizzo ho dovuto cedere a piccoli compromessi. Il canale con cui ho iniziato nel 2023 con la rubastorie è Instagram e, per quanto mi incaponissi, ho dovuto rinunciare ad un certo tipo di scrittura, pur di arrivare al pubblico. Ho cercato di condensare le storie all’interno di caroselli che potessero essere fruibili da tutti, per la loro velocità ed estrema sintesi, relegando la parte di scrittura più creativa alla caption. In alcune occasioni però quello stile così schematico non mi permetteva di dire esattamente quello che avrei voluto dire: ho iniziato a fare dei video. E poi sono passata al luogo dove invece le persone hanno ancora voglia di leggere, di apprezzare le parole degli altri: Substack. Ho creato un nuovo canale nel 2025 e ho iniziato così a utilizzare Instagram per mettere al centro l’evento e la storia e a spostare su Substack la parte più personale e intima di quei racconti, analizzandoli in chiave estremamente personale".

Il suo stile sembra sospeso tra la tradizione dei vecchi "contastorie" e la modernità di Instagram. In che modo la sua Tempio e le sue radici influenzano il ritmo e il colore della sua scrittura?

"Credo che la mia scrittura sia in primo luogo figlia delle mie origini: mio padre è tempiese e mi ha permesso di avvicinarmi alla cultura gallurese. Mia madre è di bonorva, non troppo distante da qui, ma con dialetto (logudorese), tradizioni e abitudini completamente diverse da quelle della gallura. Ecco, credo che la convivenza a casa di queste due diverse culture sia stato il primo passo nella mia formazione. Il resto è arrivato dopo, da ultratrentenne. Mi imbarazzava ogni volta che parlavo con qualche persona non sarda sentire che conosceva la Sardegna molto più di me, che aveva visto molti più posti di quelli che invece avevo visto io . Nel 2021 ho iniziato a voler scoprire piccoli angoli della Sardegna, anche da sola. E più esploravo, più venivo in contatto con storie incredibili che volevo condividere con tutti. Ecco, devo dire che l’esplorazione dei luoghi  è ciò che alimenta tantissimo le mie storie: quando entri in un paese nuovo o percorri un sentiero mai battuto ti imbatti sempre in una persona del posto, una guida, un anziano del paese che è pronto a stupirti con un aneddoto, una storia antica, un suo ricordo. È da queste vicende che spesso nascono le storie".

C’è un romanzo nel suo cassetto che aspetta solo il momento giusto. Qual è la sfida più grande nel passare dalla brevità fulminea di un post alla struttura complessa e profonda di un’opera narrativa?

"Questa domanda è davvero difficile ma ci provo. Credo che un progetto di ampio respiro come la stesura di un romanzo ci metta di fronte ad una serie infinita di ostacoli e momenti di frustrazione. Ecco, quando si scrive un testo breve la frustrazione è ugualmente breve. Dura il tempo della raccolta delle informazioni, del montaggio di un video, della ricerca della musica giusta. è una gestazione veloce ecco, si intravede subito la via d’uscita. Un romanzo invece richiede la capacità di percepire una luce che in alcuni casi potrebbe essere molto lontana e questo genera una frustrazione che a volte diventa letale. Nel mio caso la difficoltà maggiore sta nel riuscire a declinare il messaggio che vorrei trasferire in personaggi che siano credibili, verosimili, rotondi, umani e che si muovano dentro una storia coerente ed avvincente. Insomma, scrivere un libro è un mestiere e richiede tecnica e costanza. Laddove dovessi riuscire a scrivere il mio romanzo naturalmente non mi definirei mai scrittrice, ma una che scrive storie".