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OLBIAchefu- foto - cartoline

La roccia del “dinosauro” di Su Arrasolu

Oggi la chiamano Zona Industriale, ma un tempo il suo nome era Su Arrasolu. E in quel tratto di costa spuntava dal mare una strana roccia…

PH LUCIA LUPACCIOLU RIELABORATA PER OLBIACHEFU
Spesati orizzontale

Olbia, 2 settembre 2018- Era un’abitudine, per quei ragazzi, andare a Su Arrasolu. Tradotto in logudorese, il nome della tanca che fu dei Lupacciolu, avi del versante paterno, vuol dire arbusti spinosi,  fra cui è il biancospino, nobile pianta dai fiori delicati, bianchissimi e minuti.

Nel tiepido e terso pomeriggio del 18 settembre del 1955  un gruppo di cugini e amici di una vita si era recato ancora una volta, spensieratamente, alla spiaggetta che stava sotto la vigna. I grappoli scuri pendevano ormai turgidi, nella trepida attesa di essere staccati dai tralci di lì a pochi giorni, ed i grandi stavano nella casa del custode per organizzare tempi, fasi e spazi della complessa operazione della vendemmia. Il vino rosso scuro e dal profumo intenso della tanca Lupacciolu di Su Arrasolu era rinomato e richiestissimo dai zillèri olbiesi, dove veniva servito sfuso appena spillato dalle botti di legno e servito ai tavoli con uova sode, onde limitarne gli effetti della potente gradazione alcolica.

Morostesa 2019

“Ajò, salite tutti insieme sulla testa del dinosauro, che vi scatto una foto”. Ed eccoli là che ancora ci sorridono felici dopo oltre sessant’anni, in questa bellissima stampa concessaci  da Lucia Lupacciolu, e che verrà presto pubblicata anche nel secondo volume di In Olbia di Patrizia Anziani. Seduti sulla roccia che ricorda precisamente la testa dell’enorme brontosauro del Giurassico, posano seduti ed accalcati, partendo da sinistra: Loredana Tamponi; poi la sorella Ivana, recentemente scomparsa; la piccola Luisella Coli, loro cuginetta; zia Lucia Lupacciolu appena menzionata, ed infine mio cugino, il compianto Agostino Meridda, noto Ninnino, figlio di zia Anita, la sorella di mio padre. Sullo sfondo si intravede un pezzo di Tavolara che sbircia e si gode la scena. Si riconoscono anche gli inconfondibili pali lignei infissi, che spuntano dall’acqua ed impiegati al tempo per l’allevamento delle cozze.

Stralcio della tavoletta IGM in scala 1:25.000 del 1931, con la regione Tanca di Su Arrasolu riportata erroneamente come “Varrasola”

Legato proprio a questa attività, alcuni mitilicultori avevano ottenuto dai Lupacciolu di costruire un piccolo molo non lontano dalla “testa di dinosauro”, con una piccola baracca di legno ove riporre gli attrezzi del loro lavoro. Nella carta topografica dell’Istituto Geografico Militare in scala 1:25.000 del 1962 il piccolo molo è ben riconoscibile, come anche nelle foto aeree scattate dagli Alleati durante i bombardamenti della primavera del 1943. La carta topografica del 1962 riporta anche altri tre piccoli edifici (indicati con quadratini neri alle quote di 3 e 5 slm) e prossimi alla linea di costa (vedi lo stralcio ingrandito che riportiamo qui sotto). Edificate originariamente come casette per alloggiare i militari di stanza presso una postazione di contraerea (tra questi era il giovane ing. Mario Lupacciolu), nel primo dopoguerra furono riadattate come piccoli alloggi e/o magazzini per la vigna. Più ad ovest era anche la casa del pastore, ben distinta da quella del custode della vigna, su una collinetta in faccia a Sa Contra ‘e Cocciani, alla quota di m 17 slm, ora completamente spianata.

Stralcio IGM in scala 1:25.000 del 1962. I cerchi rossi comprendono, da sinistra: il piccolo molo un tempo usato dai mitilicultori a Su Arrasolu; le casette costruite dai militari di stanza nella postazione di contraerea nella Seconda Guerra Mondiale; la casa del pastore di Su Arrasolu. Il triangolo rosso posiziona invece la roccia del “dinosauro”.

Foto satellitare Google Earth del 2018. Cerchiate in rosso le aree Ex Palmera ed Ex Val Chisone

A partire dal 1961/2 circa la tanca di Su Arrasolu (non era l’unica in questa località, doveroso precisarlo) che misurava cinque ettari, fu progressivamente smembrata in lotti e venduta. Primo acquirente fu la Società Talco e Grafite Val Chisona di Pinerolo (TO), che si faceva portare il talco dai giacimenti del Montalbo di Siniscola per trasformarlo nei suoi derivati. Subito dopo comprò un secondo grande lotto, immediatamente ad ovest della “Val Chisona”, la fabbrica della Palmera, inaugurata nel 1964, di cui restano oggi gli enormi, tristi capannoni abbandonati, il molo a forma di “T” e qualche scatoletta di tonno coi piselli arrugginita e dimenticata negli uffici, ormai abitati solo da piccioni. Due prestigiose industrie che hanno fatto la storia dell’economia locale nel XX secolo, ormai essendo solo un nome o dei quasi ruderi.

La spiaggetta nella zona Ex Palmera, un tempo Su Arrasolu. Foto dell’autore, settembre 2018

Mi chiederete ora che fine ha fatto, e dove si trova la stupenda formazione rocciosa in granito, gioia dei teenager olbiesi in foto, che andavano sulla spiaggetta sotto la vigna a raccogliere arselle e jogas pisciadas con le mani, per gustarsele crude all’istante. Bene, anzi, male, la “testa di dinosauro” andò distrutta subito e senza troppi complimenti, quando la “Val Chisone” (ormai  storpiata in “Valchisona” nella memoria degli olbiesi anziani) costruì il suo molo per l’imbarco dei prodotti finiti di lavorazione. Per la cronaca, oggi sulla stessa area insiste la P. AUL. Immobiliare- Lavori Marittimi). Fu questo il primo nucleo della Zona industriale extraurbana, che sorse laddove mai sarebbe dovuta nascere. Su quella linea di costa – oggi un po’ tutti lo pensano, ma è come un pianto di coccodrillo- si sarebbe potuto programmare uno dei lungomari più belli del Mediterraneo. Invece ci sorgono una grande industria fallita ed alcuni cantieri nautici. Qualcuno ha fatto i soldi, qualcun altro prima li ha fatti, poi li ha persi e se ne è andato via. Ma ad essere veramente fallita è la programmazione urbanistica della nostra città fatta in quegli anni. Ci giocammo così una delle porzioni più incantevoli e ricche di fauna ittica del nostro golfo interno, quella che più avrebbe dovuto essere salvaguardata e valorizzata a fini non solo turistici. La roccia del dinosauro ora scomparsa resta nella foto ricordo e diventa così simbolo di una fondamentale scommessa territoriale ed urbanistica persa. Me è stato il progresso, tranquilli ragazzi, è stato lo svilupppo, quello vero, quello con le tre “p”!

©Marco Agostino Amucano

2 settembre 2018

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