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Olbia, “vivere di turismo, senza vivere male”

Il turismo è una risorsa. La malagestione no

Olbia, “vivere di turismo, senza vivere male”
Olbia, “vivere di turismo, senza vivere male”
Barbara Curreli

Pubblicato il 18 August 2026 alle 08:00

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Olbia. Il dibattito sul turismo, soprattutto nelle città e nei territori che vivono una forte pressione durante i mesi estivi, non può essere ridotto alla contrapposizione tra chi è “pro” e chi è “contro” i turisti. Il turismo rappresenta una risorsa fondamentale per l’economia e per il futuro del territorio, ma proprio per questo deve essere governato con attenzione, lungimiranza e responsabilità. La vera questione, dunque, non è stabilire se i turisti siano troppi, ma chiedersi se le nostre città siano oggi in grado di accogliere questi flussi senza compromettere la vita quotidiana di chi le abita. Perché una destinazione può crescere nei numeri e, allo stesso tempo, peggiorare nella qualità della vita. Ed è proprio da questa contraddizione che nasce la riflessione che segue, inviata in redazione da una cittadina.

Ecco il testo integrale che condividiamo con i nostri lettori.

"Capisco che il dibattito sull'impatto del turismo sulla nostra città e comunità è attuale e sicuramente esacerbato dai numeri in crescita esponenziale degli ultimi anni, che rendono più difficile la vita quotidiana delle persone residenti in estate. A mio parere, il punto da discutere non è se i turisti siano troppi (siamo turisti tutti, dopotutto), ma se si può gestire bene questo fenomeno. Gestire bene vuol dire permettere una convivenza serena tra chi abita, studia e lavora in questi territori e chi li visita, senza sostanziali perdite in qualità della vita. Senza impattare sul diritto alla casa, ad esempio, sul riposo notturno, sulle cure mediche, sulle ferie estive (tra l'altro, le scuole sono chiuse anche a Olbia e anche i genitori locali devono occuparsi della prole), sulla mobilità.  Questo non avviene. La vita delle persone residenti nella nostra città è alla mercé della malagestione del fenomeno, con istituzioni ed enti pubblici e privati che non perdono occasione per battersi il petto per i numeri da record degli arrivi ma non sembrano in grado di gestirli, se non chiedendo di sopportare, sminuendo le ragioni dell'insofferenza dei cittadini, come se le nostre necessità possano aspettare. Incapaci di governare il problema della montagna di rifiuti prodotti dal carico antropico estivo e della pulizia dello spazio pubblico, nonostante l'aumento delle tariffe a carico dei residenti. Ne parliamo da mesi, potevamo prepararci, ma le strade bloccate da un numero doppio di auto sulla rete stradale, rispetto a quante questa potrebbe accoglierne, sono ancora lì, anzi è molto peggio, per cui anche chi vuole raggiungere il luogo di lavoro deve adeguarsi a tempi di percorrenza lunghissimi, se non impossibili. Per non parlare del trasporto pubblico congestionato e incapace di rispondere alla domanda di spostamento e mobilità quotidiana di tanti che si spostano dal circondario spesso proprio per lavorare nei servizi turistici (ché case per loro a Olbia non ce ne sono). Pure chi vola per raggiungere il continente è impattato: è diventato normale fare oltre un'ora di fila per i controlli bagagli anche se ci si sposta per lavoro, cure o altri impegni, o attendere l'imbarco in piedi, per mancanza di sedute sufficienti nello scalo, a volte per ore. Il turismo è la nostra fortuna e il nostro destino? E allora va gestito insieme a chi abita qui, garantendo che tutti possano beneficiarne e nessuno ne sia impattato negativamente. Si può vivere bene o vivere male di turismo e noi lo stiamo facendo ancora male".

Il turismo non è il nemico e non lo sono i turisti. Il vero problema è un modello che continua a misurare il successo quasi esclusivamente attraverso gli arrivi e le presenze, dimenticando che dietro quei numeri ci sono persone, servizi, strade, case, ospedali, trasporti e comunità che devono continuare a funzionare. Non si tratta di scegliere tra residenti e visitatori, ma di costruire un equilibrio che oggi non c’è. Perché una città è davvero una destinazione di successo non quando riesce semplicemente ad accogliere sempre più persone, ma quando riesce a farlo senza costringere chi ci vive tutto l’anno a pagare il prezzo di quella crescita.