Wednesday, 18 March 2026
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Pubblicato il 18 March 2026 alle 19:00
Olbia. C'è un'energia particolare che circola nella scena musicale emergente di Olbia. Un'energia viscerale, scomoda, autentica. Si chiama Dario Zuddas, classe 1993, ma sul palco è Jesus Crust, e la differenza non è solo un nome d'arte, è una dichiarazione di poetica.
Il percorso che lo ha portato fin qui è lungo e stratificato. Fin dai 15 anni si fa notare nella scena locale attraverso il punk-rock e il metalcore, forgiando una identità artistica che nel tempo cambia pelle: prima Suicidio, poi U.b.i.k., fino all'incarnazione attuale di Jesus Crust. Una evoluzione coerente, mai casuale, che riflette la maturazione di un artista che ha sempre rifiutato di stare dentro una casella. Sul palco condivide lo spazio con nomi come Salmo, Nitro e Noyz Narcos, portando una penna affilata e una grinta che mescola rap tradizionale con una moltitudine di generi, dimostrando che Olbia ha qualcosa di concreto da dire alla scena nazionale.
"Le radici non si dimenticano" esordisce al nostro incontro, con una franchezza a dire poco disarmante. "Quello a cui punto è distinguermi, dare alla mia neurodivergenza un volto e trasformare il tutto in una forma d'arte." La Vate Mode, la sua cifra stilistica, nata ironicamente dalla battuta di un amico, è esattamente questo: l'abbandono di ogni convenzione in favore dell'esplorazione dei lati più viscerali dell'essere umano.
Il nome Jesus Crust non è blasfemia fine a se stessa. È una costruzione semantica. Perché proprio questo nome: cosa vuol significare per te e cosa vuole trasmettere?
"Jesus Crust nasce come aka nelle battle di freestyle, come alter ego di U.b.i.k.. Il nome non nasce con connotati blasfemi. 'Jesus' nasce perché in un freestyle dissi: 'U.b.i.k. ha il carisma di Cristo'. Spogliando Gesù dei connotati religiosi, era un uomo capace di combattere il potere usando solo la parola — un po' come cerco di fare io attraverso la musica. 'Crust' invece significa crosta: qualcosa di duro, a volte sporco, a volte un avanzo. Jesus Crust è l'incarnazione di una sorta di divinità dell'estremo, dello scomodo, del viscerale. Sul palco non cerco necessariamente approvazione, quanto una reazione imprescindibile — ispirato a metà tra un cattivo Disney e un heel del wrestling. Quello che punto a fare è far dire alla gente: 'Questo è un pezzo di merda, però ha ragione'".
Eppure, dietro la maschera del villain, c'è una persona capace di una tenerezza inaspettata. Il suo ultimo singolo, uscito l'8 marzo, ne è infatti la prova più eloquente.
Il suo ultimo lavoro, uscito l'8 marzo, sta facendo molto discutere per la sua profondità. In un genere spesso accusato di stereotipi, hai scelto di mettere a nudo insicurezze e vulnerabilità, denunciando apertamente il maschilismo. Com'è nata l'esigenza di usare la tua penna per scardinare questi pregiudizi e raccontare un uomo che accetta i propri limiti per cercare un rapporto sincero?
"'Quello che non ti ho mai chiesto' nasce dalla necessità di esternare quel desiderio di aprirsi con una donna, cosa che quasi mai sono riuscito a fare in modo efficace. C'è anche uno sforzo nel comprendere le motivazioni di una lei e, di conseguenza, una paura nel non risultare credibile. Nel brano vengono fatti dei nomi — Sara, Giulia — di ragazze che sono state vittime di femminicidio. Non sono nomi messi lì a caso. Questo brano vuole essere un mix tra una dichiarazione e una critica sociale, volto anche a rassicurare una donna. Nel video tolgo la maschera e la consegno alla donna, dicendo simbolicamente: 'Questa è la mia corazza, te la consegno cosicché tu possa vedere la persona reale che c'è dietro', infrangendo di fatto la quarta parete."
Quanto ai tatuaggi, firma estetica altrettanto riconoscibile, la connessione con la musica è più affettiva che simbolica. I gatti Lilith e Gaara, il numero 33 1/3 nato da un delirante promo di wrestling, il Fiend Skull dei Misfits sulla spalla destra. "La maggior parte sono nati come: Ti piace questo flash? Sì, vai, pasticcia!" Nessuna strofa nata da un disegno, nessun tatuaggio concepito in studio. "Tatuarsi mentre chiudi un pezzo sarebbe come tatuarsi il microfono perché ti piace cantare. Un totale spreco".
Il palco del Vibes Festival ad Olbia, le aperture per Salmo, Nitro e Noyz Narcos, il video di "Level Up" firmato da Mirko Decandia. Ecco quindi che i presupposti per il salto di qualità ci sono tutti.
"Probabilmente non ci farò mai i milioni con questa roba, ma con questo ho fatto pace tempo fa. Quello a cui punto è ritagliarmi uno spazio medio-grande nella scena. Punto a diventare un total package, un emcee a 360° ma non solo — un vero showman. Per esserlo servono cinque caratteristiche: saper scrivere, essere un buon esecutore, il look, la presenza scenica e la capacità d'interpretazione. Ce le ho tutte. Servono anche budget, un team creativo efficace e, soprattutto, la giusta esposizione."
Cinque caratteristiche, che il cantante olbiese elenca con la sicurezza di chi sa esattamente dove sta andando: saper scrivere, essere un buon esecutore, il look, la presenza scenica, la capacità d'interpretazione. Spunta tutto. La messa, come chiude lui stesso, non è ancora finita. Anzi, è appena cominciata: "La messa è finita, andate a farvi fottere. È Vate Mode BayBay!"
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