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Olbiachefu

La mia Olbia resta sempre ad aspettarmi

Ricordi di Salvatore Careddu

La mia Olbia resta sempre ad aspettarmi
La mia Olbia resta sempre ad aspettarmi
OLBIAchefu

Pubblicato il 18 settembre 2022 alle 19:00

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Olbia. Quando nel 1956, settimo di otto figli, partii da Olbia su un traghetto per arruolarmi nei Carabinieri, avevo con me una semplice valigia di cartone.

Dopo una quarantennale attività nell’Arma dei Carabinieri, svolta al servizio della gente, dei potenti e dei poveretti, dei presuntuosi e dei modesti, ho ripreso quella vecchia valigia dall’armadio, lì riposta tanto tanto tempo fa.

Il giovane Salvatore Careddu in divisa da Carabiniere 

Ero povero quando mi sono arruolato e sono rimasto tale alla fine della mia carriera, ma sono ricco, molto ricco della mia “esperienza”. Il tempo fa scivolare gli anni in modo inesorabile. Tutto passa, ma tutto resta.

Così mi ha inviato un messaggio un caro amico di Olbia, con il quale correvo sul piazzale della chiesa del centro storico, ritrovo di noi ragazzi e anche di chi non era ormai più giovane. 

Quel messaggio del mio amico, che in amicizia non esiste “ex”, manco se ci si perde di vista, perché restano i ricordi, i sentimenti, mi ha fatto ritornare con la mente là dove ho vissuto infanzia e gioventù. Un viaggio diverso, a ritroso, fatto di sensazioni e memorie alla riscoperta dei tanti luoghi a me cari. In particolare ricordo il sugherificio "olbiense" dei soci Pietrino Columbano e Martino Cossu, dove ho lavorato tre anni dopo aver preso la licenza nell’avviamento commerciale, ma ricordo anche quegli uomini, giovani o padri di famiglia, mentre si recavano a lavorare nella Compagnia Portuale “Filippo Corridoni” a quei tempi fiore all’occhiello di Olbia.

Perché ad Olbia, o si andava al porto, oppure andavi per mare, a prendere dei colpi di mare in faccia. Oggi, salvi rari superstiti, il porto non è più neanche del paese, che già da anni ha mutato sembianze. Ma questo era il nostro paese, il porto, la chiesa di San Paolo, e quella di San Simplicio, piazza Regina Margherita, corso Umberto. Per raggiungere la spiaggia bisognava andare all’isola oppure a “sos bagnettus” prima del Lido del Sole a Pittulongu.

E tutti si conoscevano, e si davano del tu, e tutti avevano un soprannome, che infatti sui manifesti da morto sotto nome e cognome si metteva la parentesi “vulgo…”, così tutti sapevano chi piangere. E prima ancora ci pensava la campana che suonava “l’agonia” per annunciare che qualcuno se n’era andato, tre tocchi lunghi distanziati alla giusta cadenza, e chi sentiva la campana cominciava a chiedere a un altro chi potesse essere, prima ancora che fosse affisso il manifesto che spesso capitava di dar per morto quello sbagliato.

E questo era il mio paese, la mia Olbia.

Il caro amico nel mio messaggio mi ha fatto tornare là dove ho vissuto, infanzia e gioventù,  restano i ricordi e i sentimenti. Sebbene ormai non conosca più nessuno, che i più non sono in pensione ma al cimitero che se voglio incontrarli devo andare là. E dove ormai ogni angolo è occupato da auto e moto, noi che avevamo le strade vuote, regno libero. Mi sono sentito reduce da una vita lontana che pur dopo periodi di assenza, tornato sento il cuore che un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

©Maresciallo Salvatore Careddu