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La famiglia Deiana-Schiria di Rudalza tra leggenda e storia

Nuovo racconto di Giuliano Deiana

La famiglia Deiana-Schiria di Rudalza tra leggenda e storia
La famiglia Deiana-Schiria di Rudalza tra leggenda e storia
Giuliano Deiana

Pubblicato il 09 maggio 2021 alle 18:30

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"Nei primi del '700, a Rudalza, si erano stabiliti due fratelli, provenienti dalla Barbagia, Pietro e Giovanni Maria Deiana. Erano discendenti di un Giovanni Deiana al quale, tre secoli prima, la Giudichessa Eleonora d'Arborea aveva assegnato il Giudicato del Mandrolisai e della Barbagia. Probabilmente i due fratelli barbaricini decisero di stabilirsi in questa zona spopolata della Gallura per sfuggire alla giustizia".                                                                                         Qualche tempo fa, l’amica Marella Giovannelli, che ringrazio per la sua cortesia, è stata così gentile da inviarmi il testo del suo articolo* pubblicato il 15 marzo del lontano 2009 sul suo piacevolissimo blog. Ho estratto il brano che ho riportato più sopra perché quelle righe hanno avuto la capacità di riportare alla mia coscienza, con molto nitore, un racconto che mio nonno paterno mi fece non molto tempo prima di morire e che credevo totalmente scomparso dalla mia memoria.      Il mio buon vecchio non aveva una grande scolarizzazione. Ad un’età che noi oggi definiremmo ancora della fanciullezza, era stato imbarcato come mozzo e, a bordo dei velieri, aveva frequentato la sua scuola che lo aveva portato a diventare un apprezzato nostromo su molti dei transatlantici che hanno creato il mito glorioso della nostra marineria. La Storia, poi, non era il suo forte – come non lo era neppure per me in quell’età adolescenziale – ma, nell’occasione che sto per narravi, mostrò una sorprendente dimestichezza con genealogie nobiliari e personaggi che la Storia l’avevano fatta.      Per correggere le sue poche inesattezze o colmare le sue lacune, alcuni dettagli storiografici presenti nel mio racconto sono i miei. Mi sono preso la libertà di aggiungerli per meglio delineare il periodo in cui il fatto narrato si svolse. Nella sostanza, però, ciò che riferisco è esattamente quel che nonno Giuliano mi raccontò, davanti al fuoco, quella lontana sera d’inverno nella sua casa in via Cavour.                Nonno si accomodò meglio sulla poltroncina da bar con seduta e spalliera in filo di plastica che Adorico gli aveva regalato. Allungò le gambe verso il caminetto dove brillava uno striminzito focherello, trasse dal taschino del panciotto la tabacchiera e, presi una cartina ed un pizzico di trinciato, si accinse a rollarsi una sigaretta. Ai fornelli, nonna spignattava e mugugnava.      — Non mi stai raccontando una favola, vero?      — Ti sto dicendo la pura verità, così come me l’ha raccontata mio nonno, ma è come se l’avessi letta sui libri di storia, tanto è vera.      — Nonno, non sempre i libri di storia dicono la verità.      — Lascia stare. Ora non cominciare a fare lo “studiato”. Siccome ti hanno insegnato quattro poesie a memoria, ti credi di aver capito tutto e di sapere ogni cosa. E, invece, hai ancora da imparare a soffiarti bene il naso. Questa che ti sto raccontando è storia: una piccola storia della nostra famiglia, se vuoi, ma pur sempre storia.      Tacqui, messo all’angolo dall’improvvisa loquacità di nonno Giuliano.      — Ma anche nonno Pietro la conosce?      — Certo che sì. Non ti ho forse detto che me l’ha raccontata mio nonno? E se Pietro è mio fratello, mio nonno era anche il suo. “Logica ineccepibile” – pensai e mi accinsi ad ascoltare accomodandomi meglio che potevo sul basso sgabello di legno.      — Hai mai sentito parlare di guerra di SUCCESSIONE SPAGNOLA? — Me lo disse così, con un’enfasi esagerata, come se volesse pronunciare quelle parole tutte con lettere maiuscole.      — Sì, la stiamo studiando a scuola. Mi ricordo che è iniziata nel 1701. Nonno fece un ampio gesto col braccio e storse le labbra per dire che non sapeva o che poco gli importava.      — Sì, la data poteva essere quella, più o meno. Ma non è molto importante la data. È importante, invece, sapere che, a quella guerra, parteciparono anche due nostri familiari, due antenati miei e tuoi.      Il mio viso doveva aver assunto un’espressione di incredulo stupore perché nonno volle essere più preciso:      — Sai, ad un certo punto, tutti volevano essere re di Spagna.      — Be’ nonno, non proprio tutti, solo i francesi e gli austriaci e, a essere più precisi: Filippo d’Angiò e l’arciduca Carlo d’Asburgo. Questa volta il vecchio non irrise il mio sfoggio di cultura, anzi: parve compiacersene.      — Hai ragione. È per quei due che noi sardi dicevamo: Pa' noi non v'ha middori, non impolta lu ch'ha vintu, o sia Filippu Quintu o Càrrulu imperadori!1. A noi non importava nulla, né dell’uno, né dell’altro, perché, intanto, nessuno dei due ci riempiva la pancia gratis.      — Còmo no incumintzes a fàghere su rivolusciònariu. Lassàlu in pàghe a nebòde tóu2 — aveva detto nonna continuando a rimestare con un mestolo di legno dentro un tegame fumante.      — Ìte b’intràt sa revolusciòne! Mi fio meravìzende chi no aias mùrrunzadu ancora!3— e poi, per dare maggior importanza al suo discorso, aggiunse in italiano: — io stavo illustrando a mio nipote la parte che presero i suoi antenati nella Guerra di Successione Spagnola. Ma ìte ndh’ischìs tùe de istória!4 Assestò meglio la poltroncina sollevandola da entrambi i braccioli e facendole fare un piccolo balzello di lato quasi a riaffermare con orgoglio, e in modo definitivo, che la sua posizione era quella del capo famiglia intronizzato e indiscutibile nelle sue affermazioni, poi, schiaritasi un po’ la voce con un lieve colpo di tosse, riprese a raccontare.      Parlò del Giudicato di Arborea e del pronipote di un suo giudice5 marito di una certa Quirica Deyana: la figlia di quel Giovanni che era stato infeudato Signore delle Barbagie di Ollolai e del Mandrolisai da Martino il Vecchio. Confesso che mi meravigliai non poco nel vedere come, nonostante le intromissioni irridenti della moglie, nonno parlasse di genealogie nobiliari e di fatti di storia che a me erano del tutto sconosciuti, con molta disinvoltura, grande facilità e dovizia di dettagli. Tanto dettagliata e lunga fu la sua esposizione che i vetri della finestra che dava sul Barchile6 si scurirono per la notte che incombeva e il fuoco nel camino cominciò a spegnersi.      Nonna Giua, che tutto avrebbe tollerato, meno che il fuoco si spegnesse in sua presenza, scostò con finta irruenza il marito e la sua poltroncina e, chinatasi sul focolare, ne ravvivò la fiamma aggiungendo qualche legnetto e un po’ di carbone. Poi soffiò sul fuoco con un lungo tubo di metallo e mille scintille si levarono in volo.      Finito che ebbe, non si fece scappare l’occasione per punzecchiare il vecchio nostromo che la osservava bonariamente, ma col distacco con cui, forse, in passato, avrebbe guardato il mozzo a cui avesse ordinato di ramazzare il ponte e di lucidare gli ottoni.      — Si fid istàdu pro te, fimus móltos de frìttu!7 — Uscendo dalla cucina, aggiunse: — càndho chèrides chenàre, jamàdemi.8      Nonno allungo le gambe verso il focolare portando i suoi scarponi senza lacci a non grande distanza dal fuoco. Pensava di aver riacquistato la sua tranquilla posizione, ma aveva fatto male i conti, perché nonna era riapparsa in cucina per prender il «Giornale d’Italia» che aveva dimenticato.      — Una dìe o s’àttera t’as a brujàre sos pès comènte a Pinocchio.9      — Andha e agabbàla, Pedri’, limbùda chi no ses àtteru. Eh… ma… jà as a bìdere!...10 La sentimmo rovistare nella credenza e ritornò da noi con due piccoli bicchieri in cui aveva versato un po’ di vino rosso. Porse il primo al marito dandogli un buffetto sulla guancia e il secondo a me:      — Bevetevi un goccio — disse ad entrambi e poi, rivolta a nonno: — comènte si nàrad? Aperitivu? Leàdi unu aperitivu prìma ‘e chena, comènte fàghias a Zenua, ma cùsta ‘òlta, cun nebòde tóu.11 Un velo di nostalgia passò negli occhi di nonno che, sollevato il bicchiere verso di me, esclamò:      — Salute!      — Salute minna’! 12 Ma io non bevo. Non mi piace il vino a digiuno. Mi guardò con aria sbigottita e, come se volesse consolarsi per un dispiacere, facendo finta di attizzare il fuoco, mi disse:      — Ohi! no as leàdu dai me, tùe. No pàred nemmàncu chi ti jamàs Bilianu. As leàdu tótu dai bàbbu tóu, tùe…13 — e poi, con un residuo di imperio, mi comandò: — buffa!14      Bevette un sorso e, senza aspettare la mia risposta, riprese il discorso lì dove nonna lo aveva interrotto.      — Eravamo rimasti a Giovanni Deyana padre di Quirica e suocero di Leonardo Cubello, ti ricordi? — accennai di sì col capo. — Siamo, nel tempo di cui parlo, fra la fine del 1300 e i primi decenni del 1400. Per arrivare, però, a quel che ci interessa, dobbiamo fare un salto di tre secoli e arrivare agli inizi del 1700.      — Alla guerra di successione spagnola?      — Esattamente a quella guerra.      — Comincio a capire, nonno. Vuoi vedere che dei Deiana hanno partecipato a quella guerra? E magari pure dalla parte degli austriaci. Nonno ritrasse le gambe, strinse i braccioli della poltroncina ed eresse in tutta la sua residua imponenza il busto, come se fosse pronto a scattare per dar battaglia.      — Dalla parte di quei “mangiasego”15, di quegli “sbafapatate”15? Un Deiana? — mi disse con un tono che non ammetteva repliche. — Ragazzo, ti stai dimenticando che sulla medaglia che mi hanno appuntato sul petto c’è scritto “Fusa nel bronzo nemico” — poi, ricordandosi che io ero suo nipote e non il mozzo di bordo e che lui era mio nonno e non il nostromo, con tono più dolce mi domandò: — e chi era il nemico, secondo te? Erano quei maledetti “patatucchi”15, quei “pluferi”15, quei “caiserlicchi”15 del caz… Si bloccò in tempo ricordandosi che io ero ancora un minorenne e che il dovere di ogni buon nonno è quello di non dare scandalo alla propria progenie e di contribuire a una sana educazione: marinara, si intende, dei nipoti.      Nel chiamare gli austro-ungarici con quei nomi, aveva dimenticato l’iniziale intonazione dolce e, via via che li pronunciava, la sua voce era andata assumendo un’aggressività sempre maggiore.      — Ma, nonno Giuliano, io non ho mica detto che sei tu che ti sei schierato con gli austriaci.      — Non c’entra! Il nostro nome non può essere infangato.      Avrei voluto dirgli che lui, per mare, aveva combattuto, nell’ultima guerra, suo malgrado e come quasi tutti gli italiani, a fianco dei “mocheni”15 e anche mio padre, in Spagna, lo aveva fatto, ma poi pensai che fosse meglio tacere e ascoltare il racconto che nonno voleva fare.      Tacque per un istante, pensando, forse, quel che anche io avevo pensato, ma non gli avevo detto. Prese il mio bicchiere, col vino che non avevo bevuto, dalla mensola del caminetto, ne bevette un sorso e riprese a raccontare.      Quel Giovanni Deyana, suocero di Leonardo Cubello, oltre a Quirica, aveva avuto altri figli che si sposarono ed ebbero, anch’essi, molti altri figli e nipoti. E così, di generazione in generazione, in una successione ininterrotta di Deiana, erano passati i secoli. Tre esattamente, ed eravamo arrivati a quei due “barbaricini” di nome Pietro e Giovanni Maria.      — Scommetto che quei due erano nostri parenti. Non è che avete molta fantasia in famiglia, eh, minna’?       — Intanto te l’ho già detto all’inizio che erano nostri parenti, e poi, porta un po’ di rispetto per i tuoi antenati; “quei due”, come tu li chiami, hanno un nome: si chiamavano Pietro e Giovanni Maria. In secondo luogo, che cosa vuol dire che abbiamo poca fantasia?      — Vuol dire che, dopo tre secoli, in famiglia girano sempre gli stessi nomi: Giovanni come un tuo fratello e come tuo figlio, Giovanni Maria come un altro tuo fratello, tuo figlio e tuo nipote e Pietro, come il primo dei tuoi fratelli. Tu sei l’eccezione. Da dove te l’hanno pescato il tuo nome?      — Da un Bilianu Liscia che era il mio padrino. Ma questa è un’altra storia e te la racconterò un’altra volta. Si bi resesso.16 Sì, girano gli stessi nomi perché, come in molte altre famiglie, e non solo qui da noi, ai figli, si imponevano i nomi dei nonni, o di qualche congiunto. Questa era la tradizione. Vedrai che anche tu, quando avrai un figlio, se sarà maschio, lo chiamerai Giovanni Maria come tuo babbo.      — Ah! Quindi è accertato che erano nostri antenati i due barbaricini.      — Ancora?! Il loro certificato di nascita non l’ho mai visto – mi rispose in tono un po’ risentito. – Mio nonno ce lo raccontava così perché anche a lui lo aveva raccontato, nello stesso modo, suo nonno e io, identicamente, lo sto raccontando a te. E anche babbo mi diceva la stessa cosa: anche lui aveva sentito la stessa storia dal padre di suo padre. Dapòi, si no bi chères crère, abbaida a tie.17                — Ma io ti credo, nonno. Come puoi pensare che non ti creda? È che mi fa un effetto strano sentirti parlare di questi parenti del Settecento. Del S e t t e c e n t o!  Ma te lo immagini? Quando si portavano le parrucche incipriate! Oh, ma non c’era ancora stata neppure la Rivoluzione Francese! Mamma mia! Mi è sempre sembrato che Antoni Calvone, il nonno di mamma, fosse, già lui, antichissimo. E anche tua suocera, Bainza Paneddha. Tuo babbo Giuseppe non riesco nemmeno a immaginarmelo. È così antico che non ne ho nemmeno mai visto una fotografia. Mammamia! E che parenti li devo considerare questi del Settecento? Bisbisbisbisbisavoli…      Il vecchio sorrise bonariamente, si raddrizzò un po’ sulla schiena, mi allungò un piccolo scappellotto e continuò il suo racconto.      Mi disse che in Sardegna, a parte quelli a cui non importava nulla né dei francesi, né degli austriaci, gli altri si erano schierati un po’ con Filippo V, un po’ con Carlo III, insomma, si erano create due fazioni: quella dei “filippeschi” e quella dei “carlisti” che subito s’erano messe a guerreggiare fra di loro. Io, che mi ero ormai immedesimato nel racconto e che avevo accettato come componenti della famiglia quei lontani uomini, gli domandai:      — e noi da che parte stavamo? Mi hai detto prima che non poteva accadere che un Deiana fosse dalla parte dei “mangiasego”, dunque eravamo coi filippeschi.       — Certo che sì — disse con convinzione, quasi con orgoglio. —  Mi dispiace soltanto che un nostro lontano parente sia passato dall’altra parte. — Aggiunse nonno con un tono di sincero rammarico.      Disse proprio così: “un lontano parente” e mi ci volle del bello e del buono per capire che si riferiva ad un certo Artaldo, ultimo maschio della famiglia Alagon, che, attraverso il matrimonio di un suo antenato con Benedetta Cubello-Deyana, era, secondo mio nonno, in qualche modo imparentato con noi. Costui, mi disse, nonostante avesse ricevuto da Filippo V l’ambito Grandato di Spagna, non solo era stato così irriconoscente da passare alla parte dei carlisti, ma, addirittura, aveva dato in sposa sua figlia Emanuela al viceré Fernando Menes de Sylva conte di Cifuentes quando, nel 1708, gli austriaci avevano occupato la Sardegna. Insomma, secondo mio nonno: un traditore.      — Come traditori erano stati quei barrosi18 dei tempiesi, primo fra tutti quel falso di Valentino che, per ricompensa della sua infedeltà, aveva ricevuto in dono, indovina che cosa? — Nonno non attese la mia risposta che, del resto, non sapevo — I territori del Mandrolisai, ricevette. Sì, esattamente quelli che erano stati i possedimenti di quel Giovanni Deyana che già conosci. Lo fece conte, quell’usurpatore austriaco: conte di San Martino. Conte per avergli leccato il culo e per averlo aiutato a sconfiggerci.      — Abbaida comente faeddhas a su piseddhu. Maleducadu chi no ses atteru!19 — disse nonna che, nell’altra stanza, aveva sentito la rabbia del marito.      A me sembrava strano che mio nonno si accalorasse in tal modo per vicende tanto lontane nel tempo e mi meravigliava moltissimo che prendesse così viva parte a questioni che, ormai, non riguardavano più nessuno. Avevo deciso di non commentare per nessuna ragione, ma mi scappò di dire:      — A sconfiggervi?! Ma nonno, tu non c’eri. Se ti avesse sentito nonna, ti direbbe: “Ammintendi ti ni sei di li preti di minnanna.”20      Nonno sorrise bonariamente pensando che sua moglie mai gli avrebbe mosso un rimprovero in gallurese, bevette ancora un piccolo sorso di vino e, dopo aver posato il bicchiere sulla mensola del caminetto, raccolse le gambe e, con difficoltà, cercò di sollevarsi dalla poltroncina. Lo aiutai a mettersi in piedi.      Ci indirizzammo verso il corridoio, come sempre mi prese sottobraccio e, strascicando i piedi gonfi negli scarponi slacciati, iniziò con me la breve passeggiata nel nostro piccolo ambulacro.      — Bah! Cuminzada est sa passizada!21 — commentò nonna sentendo lo scalpiccio. Nonno non le rispose.      — Io non c’ero, ma se ci fossi stato sarei stato un filippista. Vero com’è vero Dio! — aggiunse per dare più valore alla sua affermazione.      — E perché avresti parteggiato per Filippo e non per Carlo? Oggi, voglio dire, non nel 1700.      — Perché sono un socialista, come tutti in famiglia, non un fascista.      Mi venne voglia di ricordargli che, nelle vecchie fotografie che lo ritraevano in divisa da nostromo, lo avevo visto col fascio sul bavero. “Mi obbligavano a portarlo”, mi aveva detto una volta che glielo avevo chiesto. E io gli avevo risposto che suo fratello Giovanni non aveva mai voluto portarlo quel distintivo e neppure la camicia nera, e che, per questo, era dovuto scappare sui tetti quando i fascisti di Civitavecchia erano arrivati a purgare mezza Terranova. “Non tutti sono eroi, o incoscienti come tuo nonno Giovanni” mi aveva risposto. Per questo cacciai indietro la mia voglia e non gli dissi nulla. Mi limitai a domandare se i filippisti potevano essere considerati i progressisti di oggi e i carlisti i conservatori. Mi rispose di sì, trasse un profondo sospiro pregno di reconditi significati e continuò il suo racconto.      Mi disse che le tensioni fra le due fazioni si erano talmente inasprite che erano sfociate in gravi disordini e anche in rivolte scoppiate in Gallura, fomentate dall’azione sobillatrice di carlisti arrivati dalla Corsica. Ma il malcontento contro il governo borbonico, acuito anche dall’azione eccessivamente repressiva del viceré che aveva preso di mira i simpatizzanti filoaustriaci sardi colpendoli con la confisca dei loro beni e con l’espulsione dall’isola, molto presto, si era esteso a tutta l’isola e i fiancheggiatori dell’arciduca asburgico avevano conquistato sempre più consensi.  Sommosse erano scoppiate anche a Castellaragonese e ad Alghero.      —   In questo clima, gli inglesi, che non sanno mai farsi i fatti loro e non stanno bene se non mettono il becco in casa d’altri, si misero d’accordo con gli olandesi e decisero che a loro conveniva che la Sardegna passasse in mano a quegli “sbafapatate” di merda.      Si fermò un attimo e tese l’orecchio per ascoltare se, dall’altra stanza, arrivasse qualche rimbrotto. Tutto tacque e nonno riprese la sua stanca passeggiata e il suo racconto.      Una flotta di quaranta e più vascelli, bombarde e altro naviglio, salpata da Barcellona e comandata da un ammiraglio inglese si diresse verso il porto di Cagliari e lì comparve il 12 agosto del 1708. Dopo un breve bombardamento dimostrativo della città, al viceré Pedro Manuel Colón de Portugal e al Magistrato civico, già poco inclini a combattere, non restò altro che accettare le vantaggiose proposte di resa dell’ammiraglio inglese: per il viceré: tutela della sua persona, dei suoi beni e rientro in Spagna ospite della flotta “nemica”; per i sardi che avessero accettato il dominio asburgico: conservazione di tutti i beni e di tutti i privilegi goduti sotto Filippo V; per coloro che, invece, avessero rifiutato la nuova signoria: possibilità di trasferirsi liberamente altrove con la garanzia che non sarebbero stati perseguitati per le loro opinioni politiche. E così, con l’onore delle armi che, però, non furono neppure impugnate, Cagliari si arrese e riconobbe Carlo III come suo legittimo sovrano. Di lì a qualche giorno fu la volta delle piazzeforti di Alghero e di Castellaragonese. E così, un bel giorno di quell’anno, i sardi cessarono, dopo quattro secoli, d’essere spagnoli e divennero austriaci.      — Va be’, ma Pietro e Giovanni Maria? — chiesi fermandomi.      — Non essere impaziente, — mi rispose nonno invitandomi, con una lieve spinta del braccio che si appoggiava al mio, a proseguire nel nostro deambulare. — I filippeschi più convinti, quelli che avevano deciso di non tradire il loro re e di non diventare sudditi del nuovo sovrano che essi consideravano, a ragione, illegittimo e che erano espatriati dalla loro terra, chi in Spagna, chi in Corsica, chi a Genova, cominciarono a organizzarsi intorno a quelli che, in sos Istamentos22, soprattutto nel braccio militare, erano stati coloro a cui avevano affidato le loro deleghe a rappresentarli. Primo fra tutti Francesco di Castelvì nemico giurato di quel giuda di Alagon. Ma te l’hanno insegnato cosa sono gli Stamenti? Lo sai?      Gli risposi di no. Mi spiegò cosa fossero e mi disse che del braccio militare facevano parte, perlopiù, famiglie iberiche o che avevano quell’origine. Le poche famiglie sarde ammesse erano quelle a cui il re aveva riconosciuto particolari meriti nei confronti della Corona.       Mi disse che aveva certezza, dal racconto di suo nonno, che i “due barbaricini” erano fra coloro che si stavano organizzando intorno al marchese di Laconi23, ma che, ahimè, non sapeva dove essi fossero espatriati: se in Corsica o a Genova, come sperava che fosse, perché così sarebbero stati i precursori della tradizione della nostra famiglia che ha sempre vissuto intensi rapporti con quella città.      Sia come sia, il 7 giugno del 1710 una flotta di sedici velieri da trasporto scortati da otto galee di scorta giunsero a Bonifacio provenienti da Genova. A bordo, un corpo di spedizione di duemila uomini fra spagnoli, francesi, sardi filippeschi e molti miliziani assoldati nell’isola d’Elba e a Livorno. Il piano di guerra prevedeva che quattrocento uomini, sotto il comando del conte de Castillo, sbarcassero a Terranova, che era notoriamente filoborbonica, duecento a Castellaragonese e gli altri, guidati dal marchese di Laconi a Portotorres da dove avrebbero tentato la conquista della piazzaforte di Alghero. Lì, avrebbero atteso i rinforzi che Filippo V aveva promesso per proseguire alla conquista del “Capo di sotto”.24      — I comandanti avevano pianificato tutto bene, ma non avevano tenuto conto di due cose che non potevano prevedere perché non le sapevano. E come potevano saperle, meschini!      L’incedere di nonno si fece più lento, poi si fermò. E si arrestò anche il suo racconto. Non so se l’interruzione fosse un calcolato stratagemma per indurre in me un effetto di ansiosa attesa, o se, invece, quel che aveva in animo di dire avesse risvegliato in lui emozioni e ricordi sopiti.      — Che cosa non sapevano, nonno? — gli domandai.      — Il tradimento del capo in testa, — disse con molta sofferenza che io credetti di capire fosse dovuta alle tristi esperienze di un nostro non remoto passato bellico.      — Chi è che tradì, nonno Giulia’?      Sospirò profondamente. — Questa volta non era un re, ma sempre un caporione di sangue blu era. Uno con un mucchio di nomi, ‘ché uno solo non gli bastava a fare il giudaiscariota. Era colui che Filippo aveva messo a capo dell’operazione militare di riconquista dell’isola. Era il duca di Uceda.25 L’altra cosa che non potevano sapere è quanto infide siano le Bocche.      — Quali bocche? — gli chiesi con molta meraviglia.      — Quelle di Bonifacio. A giugno il tempo è quasi sempre buono, ma lungo costa c’è un rischio maggiore di temporali pomeridiani. E se ti capita di prendere il maestrale, quel vento che discende dalla Valle del Rodano, ohi ohi! allora son dolori. I colpi di vento di nordovest creano una corrente di traversia così forte che ti butta sulle scogliere della Corsica. Quelle correnti si incanalano e aumentano la loro forza così tanto che un vento teso o fresco, forza 5 o 6 tanto per intenderci, può diventare nelle Bocche un vento forte o di burrasca. — L’anima del vecchio marinaio che aveva solcato tutti i mari del mondo veniva fuori con tutto il suo entusiasmo residuo. — Biliane’,26 pensa che anche col buon tempo, in giornate di sole, il passaggio di perturbazioni sul golfo del Leone o sul Mar Ligure possono portare sulle Bocche burrasche pericolose e così improvvise che, se non conosci il mare, non fai nemmeno in tempo ad accorgertene. Tu non lo sai, ma tanti anni fa, una fregata francese andò a fracassarsi sullo scoglio di Lavezzi. Ci morirono più di settecento soldati in quel naufragio.      Non si può dire che, dal punto di vista religioso, nonno fosse un praticante, nonostante le perenni sollecitazioni della moglie e di Monsignore27 a celebrare almeno il rito pasquale, ma, detto di quel naufragio, si segnò due volte col segno della Croce e aggiunse sottovoce:      — Déu ndhe aldede!28      Io, che mi ero un po’ perso nelle sue dissertazioni atmosferiche, lo incalzai: — e allora?      — Allora, solo i quattrocento uomini di Castillo riuscirono a sbarcare a Terranova. Gli altri, la burrasca li bloccò a Bonifacio.      — E c’erano anche Pietro e Giovanni Maria insieme a quei quattrocento?      — È certo! Se no perché te la racconterei tutta questa storia?      — E come li accogliemmo noi? Cioè: voglio dire gli olbiesi.      — E come vuoi che li accolsero? Ai terranovesi quello sbarco non fece né caldo, né freddo. Troppo abituati eravamo a veder sbarcare gente forestiera sulla nostra terra.      — Va be’, ma non avevi detto che a Olbia erano tutti filippini?      — Aggiummài29 filippini! Filippeschi si dice, filippeschi! Sì, raccontano che ce ne fossero tanti, come tanti carlisti c’erano a Tempio. Ma si sa, la più gran parte delle persone se ne frega. E poi, te l’ho detto: troppa gente avevamo visto sbarcare sulle nostre coste. Chissà! Qualcuno li avrà guardati con simpatia dicendo, magari, anche “finalmente!”, ma, certo, non saranno andati ad accoglierli con le bandiere.      Accolti benevolmente o completamente ignorati, gli uomini del conte del Castillo rizzarono le loro tende nei pressi della chiesa di San Simplicio disponendosi ad attendere l’arrivo delle altre colonne armate. Convinti di poter contare sull’effetto sorpresa, non approntarono alcuna opera di difesa del loro accampamento nonostante si trovassero su un terreno pianeggiante e completamente aperto. E male gliene incolse perché, allertati dall’infedeltà del duca di Uceda e informati del loro arrivo, i carlisti tempiesi, sotto il comando di Francesco Pes e di Giovanni Valentino, radunarono un gran numero di miliziani e di cavalieri e il giorno 10 dello stesso mese discesero a Terranova in milleseicento e posero i loro accampamenti sull’altura di Isticadeddu a non grande distanza dal campo antagonista, praticamente alla loro vista.      Con un’ottima mossa strategica, il Pes fece disporre una parte delle sue truppe sulle vie che dalla piana di Terranova conducevano verso Castellaragonese e Portotorres, con le altre attaccò l’accampamento del Castillo.      — Dal giorno 11 e fino al giorno 15, la piana che va dalla Tanca de su Sticcadu, Monte Telti, fino a Putzolu fu teatro di feroci scontri. Artiglieria campale non credo che ne avessero, né gli uni, né gli altri, ma moschetti e picche sì. E anche baionette. E pure leppe.30 Le avranno avute almeno i sardi che c’erano. E i tuoi lontani parenti barbaricini, di sicuro, sapevano usarla bene la leppa, come sapevano usarla i nostri “sassarini”31 quando andavano, all’arma bianca, all’assalto dei “crucchi” col loro coltello, invece che con la baionetta.      Nonno si fermò e poi, appoggiandosi più pesantemente a me, mi indirizzò verso la cucina e lì si sedette di nuovo di fronte al caminetto in cui il fuoco, ormai, languiva.      — Il piano che gli asburgici avevano pensato per sventare il tentativo di riconquistare l’Isola a Filippo V dopo il tradimento di quel fellone del duca, era perfetto: informare i carlisti tempiesi per bloccare l’avanzata delle truppe d’invasione verso le piazzeforti di Castellaragaonese e di Alghero e informare gli inglesi che incrociavano con la loro flotta al largo della Sardegna, per imbottigliargli dal mare.      Fu così che l’ammiraglio John Norris, comandante in capo della Royal Navy nel Mediterraneo, che incrociava con la sua flotta al largo della Sardegna, fece sbarcare sul litorale di Terranova mille uomini e dispose il suo naviglio in modo da interdire l’eventuale arrivo delle navi spagnole di rinforzo alla spedizione che erano rimaste bloccate in Corsica.      Non bastò il coraggio dei quattrocento uomini del conte del Castillo per uscire indenni dall’assalto dei tempiesi in faccia e da quello degli inglesi alle spalle. Stretti in una morsa, la più gran parte di loro dovette arrendersi. A loro fu tributato l’onore delle armi, ma furono tratti prigionieri a Barcellona.      — Nonno, hai detto “quasi tutti”. Vuol dire che qualcuno si salvò? Scommetto che Pietro e Giovanni Maria riuscirono a farla franca.      — Bravo! Hai indovinato. Secondo il tuo trisnonno essi, unitamente ad altri, riuscirono a scappare e a nascondersi; ti dirò poi dove. Quelli che sicuramente ne ebbero provento furono quei paddhosi32 dei tempiesi che ci guadagnarono cinque anni di esenzione dai tributi, il Pes fu premiato da Carlo col titolo di marchese di Villamarina e il Valentino, che qualche anno prima era già stato nominato conte, si ebbe la titolarità della chiesa di San Martino. Sarà per questo che i tempiesi ci guardano come poveracci: noi mazzisaliti33 e loro paddhosi, ma tutti nobili. — Poi, allungando le gambe verso le poche braci che erano rimaste, mi intimò: — mi’34non sposarti una tempiese, mi’!      Feci cenno di no col capo e gli chiesi se, a quella fuga, si fosse fermato il racconto del mio trisavolo sui due barbaricini lontani discendenti di Giovanni Deyana. Mi rispose di no. Essi erano ricomparsi quando, nel 1717, quattrocento ventisei austriaci erano sbarcati a Terranova per cercare di bloccare l’avanzata dei borbonici che stavano riconquistando l’Isola. A terra essi avevano trovato a contrastarli non più di sessanta galluresi armati.      — Tutti galluresi, o anche qualche barbaricino? — gli chiesi provocatoriamente.      Sorrise e mi disse di sì: fra loro c’erano, secondo suo nonno, anche Pedru e Juanne Maria Deyana.35      — E cosa mai poterono fare in sessanta contro quei soldati così numerosi e sicuramente meglio armati di loro?      — Con la forza nulla, ma con la furbizia e l’intelligenza fecero molto, — mi rispose con un sorriso traboccante di soddisfazione.      — Con la furbizia? Ma che cos’hanno fatto? Anche loro un cavallo di Troia? “Il cavallo di Olbia” — dissi ridendo. — Mica c’era Ulisse lì.      — Ulisse no, — mi rispose il nonno, — ma un prete sì. Qualche volta anche loro sanno essere in gamba, — aggiunse dimenticandosi di essere un mangiapreti.      Mi disse che non ricordava più bene come fossero andate le cose, ma che gli pareva di rammentare che quel reverendo avesse preso il posto, fingendo, del capo di quel drappello di sessanta uomini che, invece, era posto sotto il comando di uno che doveva essere parente dei Sardo spedizionieri.36 Tutti si finsero partigiani di Carlo e si dissero disposti a guidarli per le malagevoli contrade della Gallura che gli austriaci non conoscevano. Quelli, ben felici dell’accoglienza, li seguirono, convinti di poter arrivare indenni alla rocca di Castellaragonese e, poi, alla piazzaforte di Alghero.      Giunti che furono nella valle del Mascari, in prossimità di Sassari, furono indirizzati verso un canalone molto angusto ed impervio che il battaglione austriaco fu costretto a percorrere sfilando lentamente. A quel punto, fu facile per i galluresi spianar contro i soldati i loro moschetti e costringerli alla resa. Fatti prigionieri, furono tutti tradotti a Sassari.      — Sì, va bene. Sono contento per te che gli austriaci abbiano preso una sùssa,37 ma dei nostri due eroi che cosa ne è stato?      — Ritornarono lì dove, per sette anni, si erano nascosti.      — Dai minna’12, non tenermi sulle spine.      — Lì dove, per sette anni, li hanno creduti banditi barbaricini che si nascondevano alla Giustizia.      — Eia!38, ma dove? Dove!      — A Rudalza, a punta Asfodelo. — Fece una lunga pausa. —  Lo sai come si chiama l’asfodelo in sardo?           — Schiria39, — dissi sorridendo come uno che ha capito tre secoli di storia della sua famiglia.      — Appunto! — mi rispose nonno bevendo l’ultimo goccio di vino che era rimasto.      Dall’altra stanza arrivò la voce di zia Teresa che era rientrata dalla sua quotidiana visita alla sorella, in via La Marmora.      — Inue est babbu? A cust’ora ancora dàe Forteleoni?40      — None! Est accùltu a sa tziminèa umpàre a su nebode41, — rispose nonna e poi, sollevando la voce perché la sentissimo, — finidu azis cun custos contos de foghìle? Ajó chi chenamus, Teresa est bendhida, cun unu pagu de minestrone chi at mandhadu Maurizia.42      Dietro la casa, verso piazza Regina Margherita, si sentiva Adorico che, con gran trambusto, raccoglieva le poltroncine per la chiusura serale del bar.      La notte era arrivata. Allein-Bruson, 7 maggio 2021   © Giuliano Deiana 20121     Note * Madonna del Monte: affacciata su più mari è la chiesetta più romantica della Gallura di Marella Giovannelli  1) Per noi non ci sarà alcun miglioramento, non importa chi abbia vinto, sia esso Filippo Quinto o l’imperatore Carlo. 2) Ora non iniziare a fare il rivoluzionario. Lascialo in pace tuo nipote. 3) Che cosa c’entra la rivoluzione! Mi stavo meravigliando che non avessi brontolato ancora! 4) Ma che ne sai tu di storia!... 5) Ugone II d’Arborea, figlio di Mariano III, nonno di Eleonora d’Arborea e bisnonno di Leonardo Cubello. 6) L’attuale piazza Regina Margherita di Olbia. 7) Se fosse stato per te, saremmo morti di freddo. 8) Quando volete cenare, chiamatemi. 9) Un giorno o l’altro ti brucerai i piedi come Pinocchio. 10) Vai e smettila, Pietrina, linguacciuta che non sei altro. Eh… ma… già vedrai!... 11) Come si dice? Aperitivo? Prenditi un aperitivo prima della cena, come facevi a Genova, ma questa volta, con tuo nipote. 12) Apocope di minnannu, nonno. 13) Ohi! Non hai preso da me, tu. Non sembra nemmeno che ti chiami Giuliano. Hai preso tutto da tuo padre, tu… 14) Bevi! 15) Appellativi riservati nel Lombardo-Veneto, per scherno, ai soldati austriaci durante il Risorgimento, ma entrati, durante la Grande Guerra, nella gergalità del linguaggio militare. 16) Se ci riesco. 17) Se poi non vuoi crederci, vedi tu. 18 )Barrosu: ciarlone, millantatore. 19) Guarda come parli al ragazzo. Maleducato che non sei altro! 20) “Ti stai ricordando dei preti di nonna”. Modo di dire gallurese, col significato di: ti stai ricordando di cose ormai fuori tempo. 21) Bah! È iniziata la passeggiata! 22) Gli Stamenti. Ciascuno dei bracci del Parlamento del Regno di Sardegna sotto le Corone di Aragona prima e poi di Spagna, fino alla creazione del Parlamento Subalpino sotto Carlo Alberto di Savoia. 23) Francesco di Castelvì. 24) In sardo Su Cab'e giossu area geografico-amministrativa della Sardegna risalente alla dominazione catalano-aragonese. Corrispondeva al settore centro-meridionale dell’isola e aveva come polo urbano di riferimento Cagliari. L’area settentrionale, invece, era denominata Capo di sopra (Cab'e susu) e aveva il suo polo di riferimento a Sassari. 25) Juan Francisco Pacheco Téllez-Girón, duca di Uceda, conte di Montalbán, marchese di Menas Albas, marchese di Belmonte. Fu capitano generale della Galizia, viceré spagnolo di Sicilia, ambasciatore a Roma, membro del Consiglio di Stato spagnolo, Cavaliere dell'Ordine Francese dello Spirito Santo e Grande di Spagna. Nel 1710 si schierò a favore di Carlo III dopo aver, attendibilmente, passato agli inglesi e ai sostenitori degli Asburgo informazioni sulla spedizione per la riconquista dell’isola ai Borboni. 26) Apocope del vezzeggiativo Giulianino, Giuliani’. 27) Monsignor Francesco Cimino, per cinquant’anni “Primo arciprete della primaziale di San Paolo Apostolo in Terranova-Olbia. Padre, maestro, educatore, evangelizzatore di molte generazioni della città”. 28)  Dio ne guardi! 29) Macché! 30) Leppa: “coltellaccio lungo come una sciabola, con relativo fodero, che gli antichi Sardi portavano a cintola e di cui si servivano per svariati usi”. Da P. Casu Vocabolario Sardo Logudorese – Italiano, ma anche il classico coltello sardo a serramanico. 31) I fanti della Brigata Sassari. 32) Letteralmente: “pagliosi”, di molta paglia e poco grano. Detto di persone di molta apparenza, ma di poca sostanza. Borioso. 33) Letteralmente: “pancia salata”. Appellativo con cui i tempiesi chiamano gli olbiesi. 34) Apocope di mira “guarda”. Come dire “guarda bene”. 35) Pietro e Giovanni Maria. 36) Gesuino Sardo spedizioniere in Olbia fino al 1955. Dall’unione della sua ditta con altre, nacque l’attuale Unimare. Il riferimento, nel racconto, è a Giovanni Battista Sardo di Tempio che era stato nominato nuovo comandante della Gallura da Vincenzo Bacallar marchese di San Filippo. 37)  Batosta 38)  Sì! 39) Schiria è il soprannome della mia famiglia. 40)  Dov’è babbo? A quest’ora ancora da Forteleoni? (Forteleoni era il nome dell’esercente di una bettola di Olbia ubicata in piazza Matteotti). 41)  No! È vicino al caminetto insieme al nipote. 42) Avete finito con queste leggende? Su che ceniamo. Teresa è arrivata, con un po’ di minestrone che ha mandato Maurizia. Contos de foghìle, letteralmente: “racconti del focolare”.