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GalluraCheFu: la vita irta di ostacoli e difficoltà del lurese Agostinangelo Bardanzellu

GalluraCheFu: la vita irta di ostacoli e difficoltà del lurese Agostinangelo Bardanzellu
GalluraCheFu: la vita irta di ostacoli e difficoltà del lurese Agostinangelo Bardanzellu
Federico Bardanzellu

Pubblicato il 03 ottobre 2021 alle 16:41

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Luras. Agostino Angelo Bardanzellu è ancor oggi ricordato come uomo dotato di una forza eccezionale. Il padre di chi scrive narrava spesso che: «Zio Agostinangelo spezzava le noci con le sole dita, ed era capace di immobilizzare un bue prendendolo per le corna; ad una fiera paesana sfidò il "fenomeno" locale a braccio di ferro e lo batté slogandogli il polso». Forse fu questa straordinaria forza, non solo fisica, ma soprattutto d’animo, a fargli superare tutte le difficoltà che la vita gli avrebbe riservato.

Nacque a Luras il 21 settembre 1883, quinto figlio di Pietro e Antonica Pala Bonetto, e fu battezzato il 22 settembre nella Chiesa di N.S. del Rosario. Compiuti gli studi elementari a Luras e medi inferiori a Tempio Pausania, conseguì il diploma di perito agrario a Cagliari.

Agostinangelo (1883-1953) nel 1940 circa con Maria Grazia Naseddu e Pierantonio 

Assunto ai primi del Novecento come Ufficiale postale, prestò servizio a Trinità d'Agultu. Nel 1910, per il suo decisivo contributo alla pace tra le famiglie rivali Mamia-Pileri ed Oggiano, tradizionalmente nemiche, Agostinangelo fu citato anche dalla “Nuova Sardegna”[1]. Per chi non lo sapesse il ricorso all’istituto delle “Paci” era la conclusione delle faide familiari, conseguenti alle c.d. “nimmistai” (inimicizie). “Di solito, i fatti che davano origine ad una nimmistai variavano da motivazioni prettamente morali (offesa all’onore ed alla reputazione della famiglia, falsa promessa di matrimonio, adulterio etc.) ad altre tipicamente materiali (furti di bestiame o di altri beni, usurpazione di confini, pascolo abusivo, contese per l’acqua etc.)… Nel corso della faida si verificava di tutto: omicidi, ferimenti, danneggiamenti ed incendi, furti di bestiame e di altri beni, che alimentavano ancora di più gli odi ed i sentimenti di vendetta[2].

Da tali circostanze emerge la considerevole autorità morale che aveva conseguito dovunque andasse il robusto postelegrafonico.

Fu poi trasferito da Trinità d’Agultu a San Pantaleo. Sulla “Nuova Sardegna” dell’11-12 marzo 1920, si legge che Agostinangelo Bardanzellu, in quanto presidente dell’apposito comitato indisse un comizio nell’allora frazione di Nuchis per sollecitare la costruzione dello stradone Terranova-Arzachena con prosieguo a Palau. Il 3 luglio 1921 gli fu conferita la Croce di Cavaliere della Corona d’Italia.

Nel primo dopoguerra aderì al Partito Sardo d’Azione. Apertamente e polemicamente antifascista, il figlio Piero racconta che non avesse affatto paura ad esibire la propria tessera postale dove aveva scarabocchiato i fasci con inchiostro verde. La reazione del regime, però, non si fece attendere. Per tale motivo infatti fu inquisito per danneggiamento e, nel 1928, condannato all’interdizione dai pubblici uffici per quindici mesi e mezzo.

Contemporaneamente, la prefettura avviò la procedura per infliggergli il provvedimento di “ammonizione” che non ebbe esito per mancanza di elementi. Il Commissario dipartimentale di PS gli revocò poi la tessera e l’abbonamento ferroviario e lo segnalò per “dubbia condotta politica” al Ministero dell’Interno. Anche questa segnalazione, però, rimase per il momento senza conseguenze perché, il 31 gennaio 1929, la prefettura di Sassari rispose al Ministero che “il Bardanzellu” non poteva essere considerato un “sovversivo”. Come si vedrà nel prosieguo, il Ministero lo terrà però sotto sorveglianza, facendolo pedinare dalle forze dell’ordine.

 

Nel frattempo Agostinangelo svolse attività giornalistica collaborando con “L’Unione Sarda” (1926). “Il Popolo di Roma” (1930), “Il giornale degli agricoltori”, “Il giornale dei postelegrafonici” e il “Corriere dello sport” (1932). Proprio per tale motivo, alla scadenza del periodo di interdizione, preferì non rientrare nell’amministrazione postale.

Tessera di riconoscimento de L'Unione Sarda del 1926 

Essendo perito agrario, alla fine del 1934 fu incaricato dalla famiglia Naseddu, di San Pasquale (ora frazione di Tempio Pausania), di redigere un arbitrato per la suddivisione dell’eredità del capofamiglia appena defunto. Si guadagnò la stima della vedova dello scomparso e si fidanzò con la figlia Maria Grazia, di 27 anni più giovane. La sposò nel 1938, nella chiesa parrocchiale della frazione. Avrà due figli: Pierantonio (1939) e Francesco (1941).

Intraprese allora una redditizia attività di commercio del bestiame. Servendosi di motovelieri che attraccavano a Olbia, Palau e Santa Teresa Gallura, trasportava centinaia di capi a Livorno, Piombino, Viareggio, Savona e li vendeva ai grossisti che li smistavano verso i centri di macellazione. Ormai cinquantacinquenne, pensava che la vita dovesse ora riservargli soltanto anni felici. Purtroppo non fu così.

Il 14 settembre 1939 fu arrestato nella propria abitazione su richiesta dei servizi segreti militari della R. Marina di stanza a La Maddalena. Portato a Sassari, dopo 22 giorni di cella fu destinato al domicilio coatto a Bitti. L’accusa sarebbe stata quella di spionaggio in favore della Francia. Anche se negli atti conservati nell’Archivio Centrale dello Stato non risulta nulla, Agostinangelo era probabilmente in contatto con gli antifascisti sardi fuorusciti in Corsica. Secondo Martino Contu, autore di Studi, ricerche e contributi storiografici sulla Sardegna contemporanea, Aipsa, Cagliari 2012, nella Corsica meridionale erano fuorusciti una quindicina di antifascisti provenienti dall’area della Gallura, quasi tutti ex sardisti affiliatisi al Movimento Giustizia e Libertà, fondato in Francia da Emilio Lussu ed altri.

 

Tessera del Popolo di Roma del 1930

Il figlio Pierantonio riporta i ricordi di sua madre: «venne prelevato mentre stava rientrando a casa. La polizia politica arrivò improvvisamente a bordo di un’auto FIAT di colore nero, in tarda serata, poco prima di notte. Piombò nell’abitazione ed effettuò una minuziosa perquisizione alla ricerca di radiotrasmittenti e di piccioni viaggiatori. Ad agire furono in quattro, vestiti in borghese, con abito e cappello grigio scuro. Pronunciarono poche parole e, effettuata la perquisizione, prelevarono subito dopo mio padre, gli serrarono le manette ai polsi e si allontanarono a tutta velocità senza dire dove fossero diretti. Fu prima imprigionato a Sassari e poi confinato a Bitti, senza che la famiglia ne avesse notizia. Da quel momento iniziò la fase della ricerca, facendo appello al parentado e ad una larga schiera di amici e conoscenti. Dopo circa una settimana, a mia madre venne detto che il marito si trovava in Sardegna ma “per ragioni di sicurezza” non le venne indicata la località. Lo venne a sapere soltanto attraverso un bittese, amico di vecchia data». Il domicilio coatto durò circa un mese. Per tutto quel periodo svolse umili lavori per sbarcare il lunario. Quando fu rilasciato la polizia politica continuò a controllarlo.

Il 15 febbraio 1941 si trovava a Cagliari e non sapeva di essere pedinato. Fu arrestato in Via Roma da due militari solo perché lo avevano visto prendere informazioni. La prefettura richiese il suo internamento in continente definendolo “un individuo estremamente pericoloso”. L’internamento fu disposto il 5 marzo successivo. Il 16 aprile giunse al campo di concentramento di Isernia, ubicato in un ex convento benedettino denominato “antico distretto”. Il campo versava in una situazione di autentico degrado: «al primo piano vi era una grande camera della capienza di 100 brande e altre due piccole della capienza complessiva di 50 brande; al pian terreno un lungo corridoio e 5 vani, della capienza complessiva di 60 brande» [3].

Un compagno di internamento di Agostinangelo, lo scrittore antifascista Eugenio Prandi, ha descritto in un libro il suo impatto con la prigionia: «Appena varcammo il portone sgangherato che lo separava dalla strada, ci trovammo con i piedi entro grosse pozzanghere e camminammo alcuni passi sopra un terreno lastricato in modo primitivo e sul quale era facilissimo sdrucciolare; alla luce del giorno potei osservare che l'acqua che allagava il suolo proveniva dai lavatoi. ...Salimmo una scala che s'inoltrava in un ambiente buio e finalmente entrammo in uno stanzone profondo, un antico granaio coperto dalle sole tegole, dove, malgrado l'ampiezza, l'aria era infetta e quasi irrespirabile. Tutt'intorno v'erano dei covili, una settantina, e sui covili degli uomini che non vidi ma che erano i miei compagni, i quali, rannicchiati sotto le coperte, parlavano tra loro, russavano o se ne stavano come bestie alla cuccia, a combattere il freddo. ...Vi erano due gabinetti con relative porte, una delle quali chiusa da un lucchetto, e un terzo senza porta; naturalmente non potei vedere quello chiuso, ma quello che vidi negli altri due fu sufficiente per farmi uscire a gran velocità e con lo stomaco in tumulto. In un antro senza luce e senza ventilazione un internato aveva elevato un baldacchino di stracci, di cartone e di pezzi di legno che funzionava da bagno. L'acqua fredda veniva presa dai cassoni per mezzo di un tubo di gomma collegato ad una specie di annaffiatoio nel quale un secondo tubo immetteva l'acqua bollente di un gran pentolone sopraelevato, riscaldato a legna. Il bagno si poteva prendere una volta a settimana pagando (all'internato, n.d.r.) dieci lire ogni mese per l'abbonamento. Un internato chiese al dirigente del campo se era il caso di impiantare un bagno a spese di tutti i compagni, ma la proposta venne rifiutata, ritendendola non formulata con serietà. Il refettorio era un locale caratterizzato da un tanfo di rancido e di risciacquature... i posti erano segnati da due piatti, messi vicinissimi l'uno all'altro, e dalla razione di pane, 150 grammi, che veniva distribuita una sola volta alla giornata, alla refezione di mezzogiorno. ... Mi misi a sedere poscia guardai nei due piatti. In uno, guazzanti in un liquido trasparente, così che era facilissimo confonderlo con l'acqua anche senza assaggiarlo, riposavano alcuni esemplari di quella pasta da minestra chiamati cannolicchi: erano esattamente diciannove. Nell'altro piatto vi erano una decina di fette di patate lesse; sopra alle patate verdeggiava un pesto di prezzemolo» [4].

Tessera Corriere dello Sport del 1930

Durante l’internamento venne sottoposto a tortura perché rivelasse i nomi di presunte reti clandestine di informatori del nemico. Tali condizioni inumane riuscirono a fiaccare anche il fisico straordinario di quell'uomo eccezionale, che. perse circa quaranta chili di peso.

A nulla valsero le suppliche della sposa, incinta al settimo mese di gravidanza, che gli fosse almeno concessa una licenza per assistere al parto dell’ultimo nato (luglio 1941). Né le sue richieste di essere trasferito in un campo con il clima più mite, allegando – nel tempo – ben sei certificati medici. Finalmente, il prefetto di Campobasso richiese il suo trasferimento in altri campi a clima più mite, o in comuni di internamento isolato, per un elenco di 12 internati di vecchia data o sofferenti di mali cronici; in esso è compreso Bardanzellu Agostino, di Pietro[5]. Fu comunque necessario il parere favorevole dei Servizi segreti della R. Marina, che avevano a suo tempo richiesto il suo arresto. Partì da Isernia il 1° giugno 1942, dopo quasi quattordici mesi di internamento.

Le persecuzioni però non finirono. Il 12 giugno 1943, a Ozieri, fu nuovamente fermato mentre chiedeva informazioni e poi condotto in stato di arresto al Sottocentro di controspionaggio di Sassari. Si trovava ancora lì all’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre.

Agostino Angelo Bardanzellu nel 1950

*          *          *

Nel dopoguerra Agostinangelo si trasferì a La Maddalena, tornò a dedicarsi all'allevamento e ritrovò in breve tempo la salute e una discreta agiatezza finanziaria: "Sbarcò al Porto fluviale di Ripa Grande (Roma), con una mandria di centinaia di buoi da portare al mattatoio: sembrava rinato!” [6]. Furono brevi anni felici, trascorsi nella tranquillità familiare e dedicati alla vita sociale.

Svolse tale attività presso la loggia massonica locale (era stato iniziato anni prima). Gianfranco Murtas, ne ha recentemente ricordato la figura in un libro edito dalla E.D.E.S., sottolineandone la "singolare attitudine sociale" e il "laicismo, pur connotato di una forte pulsione spirituale", che contraddistinsero gli ultimi anni della sua esistenza: "Bardanzellu ha lavorato sodo per tutta la vita; nell'isola-arcipelago è arrivato nel 1947 e si è subito ambientato, sfogando quel senso sociale che lo ha distinto negli anni precedenti, quando, ad esempio, non ha mai negato né buoi né sementi al contadino che vuole piantare il grano nel suo fazzoletto di terra e non sarà mai in condizione di restituire o compensare il favore; così ha sempre messo a disposizione le sue vacche da latte per le necessità dei bambini ancora da svezzare. Ma non è soltanto generoso, né se ne vanta: sa che la vita è stata benevola con lui. Classico uomo libero e di buoni costumi, egli è di carattere aperto, che guarda con fiducia e sensibilità democratica alla storia che avanza dopo la crisi bellica"[7].

Ben presto, però, fu nuovamente costretto all’immobilità a causa, tra l’altro, di ripetute paralisi. Scomparve nel 1953 a settant’anni di età; è sepolto nel cimitero locale. La domanda inoltrata per il riconoscimento dello “status” di perseguitato politico non venne accolta dalla commissione speciale poiché nei certificati medici da lui prodotti per giustificare il suo eventuale rilascio non si evinceva se il suo cagionevole stato di salute fosse preesistente o acquisito durante la prigionia.

In copertina un’immagine della cerimonia delle “paci” tra le famiglie Mamia-Pileri ed Oggiano tratta dal volume Trinità d'Agultu, lo stazzo , la chiesa il paese di  Mancini - Muntoni e Sini edito da Stampacolor

 

[1] Nuova Sardegna, 10 maggio e 1° giugno 1910.

[2] Ricci, Giovanni Francesco, cit.

[3] Lolli, Maria Laura, Isernia "antico distretto", Bojano, 2003.

[4] Prandi, Eugenio, Politici, Roma, 1946

[5] Lolli, Maria Laura, cit.

[6] Fonte: Claudio Bardanzellu.

[7] Murtas, Gianfranco, Diario di loggia, Sassari 2000.