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L’Estate 2003: un (infernale) ricordo

Bacchus 1085

Olbia, 30 giugno 2019- Sono bastati pochi giorni di fine giugno con temperature da Tropico del Cancro per fare risorgere un po’ ovunque lo spettro di immagini, sensazioni e comportamenti dell’estate 2003. Esperienza negativa, indimenticabile, psichedelica per le persone comuni che la dovettero vivere in prima persona.

I privilegiati come me che per la giovane età ed il buono stato di salute uscirono non poco provati, ma comunque indenni dalla mannaia delle alte pressioni di cui tratteremo, trasecolano al cospetto di coloro che paiono avere dimenticato, anzi rimosso quei mesi invivibili. Come può essere intervenuto –mi sono chiesto-  questo inspiegabile black out mnemonico su un disastro climatico così funesto accaduto appena sedici anni fa? Mi soccorre qui lo psicologo, che mi illustra come consimili forme di oblio siano spesso frequenti a seguito di fatti traumatici. La conseguente, apparente rimozione dalla memoria è dunque solo un meccanismo di auto protezione dall’esperienza sgradevole. In parole povere la propria mente – stressata da un’emozione intensamente dolorosa– si tutela cancellandone il brutto ricordo, secondo un meccanismo interiore definito come amnesia retrograda, o transitoria. Chi ne soffre stia comunque tranquillo: siamo qui per fargli ricordare tutto.

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Iniziò a fine aprile, la canicola, con temperature che si impennarono precocemente sui 30° ed oltre, accompagnate dalla disastrosa siccità di mezza Europa.  Maggio ci fece subito sospettare, complici gli inquietanti grafici delle previsioni meteo, che aprile non era stato altro che il leggero antipastino che avrebbe preceduto una portata unica ed abbondantissima che Matrigna Natura ci stava cucinando nei suo rovente forno africano.  Due ondate di calore degne dei peggiori primi di agosto si abbatterono feroci all’inizio e alla fine del mese delle rose. A Decimomannu, per fare un solo esempio, il penultimo giorno del mese fece segnare 36 gradi sul termometro. In quella giornata si ebbero temperature superiori ai 30° su circa due quinti della Sardegna, Olbia compresa. La cosa diventava preoccupante.

Giugno giunse. E si aprirono le annunciate bocche dell’Inferno, da noi come in mezza Europa, e su a nord fino alla Danimarca, all’Inghilterra, e anche nelle alte quote alpine. Fermiamoci ai dati della nostra Olbia. In un implacabile climax, a partire dal 4 giugno (che segnò un pudicissimo 29,1 gradi) venne infilato un filotto di indimenticabili giornate di “bel tempo” tutte oltre la soglia fatidica dei 30°, con punte prevalenti tra i 35 ed i 40 gradi nella seconda metà del mese. Eravamo già stremati alla festa di San Pietro e Paolo, ma non potevamo sapere che il peggio del peggio era ancora da venire.

Mappa dell’anomalia termica della Sardegna del luglio 2003. (tratta da
https://www.ilmeteo.it/portale/archivio-meteo/Olbia/2003/Luglio

Le previsioni meteo televisive raggiungevano quotidianamente, in Sardegna, in Italia, nell’intera Europa centro-occidentale (tutte sotto shock per quel  primo, interminabile e violentissimo cataclisma di temperature per noi insopportabili)  degli share superiori alla finale Italia-Germania dei mondiali di calcio 1982, o alla diretta del crollo delle Twin Towers dell’11/09/2001. Con la differenza che le finali di calcio almeno variano sempre, per squadre, risultati e realizzazioni; e così anche il crollo dei due grattacieli di Manhattan costituiscono evento unico ed irripetibile nella plurimillenaria storia umana. Quelle previsioni meteo, invece, restarono monotonamente uguali per  circa tre mesi e mezzo, ma paradossalmente stava  proprio in tale pazzesca anomalia l’originalità della notizia. Erano infatti soltanto un deprimente, quotidiano ribadire sulla persistenza di un’estesissima area di alta pressione, installatasi dove laddove tutti noi sapevamo – ohimé -perfettamente. Un “cammello” – così lo definivano i meteorologi basiti- che sulla sinuosa e beffarda gobba ci portava flussi interminabili di minacciosa aria rovente proveniente dall’immenso Sahara. A differenza delle volte precedenti, ora il “cammello” aveva deciso di accovacciarsi sul Mediterraneo e sull’Europa occidentale, e per nessun motivo ne voleva sapere di alzarsi e sloggiare. Peggio del mulo sardo.

 Anche il tempo, cronologicamente inteso, pareva essersi immobilizzato dal fenomeno. Ogni giorno scorreva inesorabilmente, atrocemente  uguale a se stesso. Ossia non scorreva. O almeno tutti avevamo questa inedita, falsa percezione, vera però come le vere allucinazioni. Come se Chronos, il dio greco del tempo che passa, e Giove, il dio della pioggia e dei fulmini, avessero aderito ad uno sciopero di longevità trimestrale. Con loro se ne era partito in vacanza anche Eolo, il dio dei venti. Correva così  indisturbato in cielo e trionfante sulla Terra il carro infuocato di Helios-Apollo. In quegli infiniti giorni, settimane, mesi, Tavolara divenne un banale, grigio, fumoso, indefinito rettangolo informe all’orizzonte. Il cielo, reso biancastro e lattiginoso dalla calura da Sahel, non mostrava nemmeno la nuvoletta sfilacciata della speranza.

Arrivati a luglio, inaugurato con un incandescente 38°, ogni record venne infranto, almeno rispetto agli ultimi due secoli, e così – non fermiamoci provincialisticamente alla nostra isoletta – anche in tutta l’Europa occidentale. Nel nostro piccolo di Olbia, riportando gli aridi dati presi da un noto portale web, ricaviamo che su trentun giorni, solo due (il 4 ed il 6 luglio) scesero di pochissimo sotto i 31°. Tutti gli altri sciorinarono temperature da delirio febbrile, con picchi di 39,9 e 41,6 gradi rispettivamente nel 17 e 22 luglio; poi 38,7,   38,8 e  38,5 rispettivamente dei giorni 16, 21, 28 luglio; scendendo ancora di temperatura, arriviamo ai 37,8,  37,7 e 37,2 dei giorni 1, 18 e 25 luglio; poi ancora 36,7, 36,1 e sempre 36,1 gradi nei giorni 15, 26 e 27 luglio; poi 35,4, 35,7, 35,3, 34,4 gradi rispettivamente dei giorni 12, 13, 14, 29 luglio; 34,8, 34,3, 34,6, 34,3, 34,8 gradi rispettivamente nei giorni 9, 11, 19, 20, 23, luglio. Mi fermo qui, vi risparmio i 33 virgola e i 32 virgola, perché io non sono l’Estate 2003 ed ho ancora pietà del genere umano. Per lo stesso motivo ometterò di trascrivervi anche il bollettino di guerra della prima quindicina di agosto: potete andare voi stessi a consultarvi le temperature giorno per giorno qui.

Solitamente chi vive sul mare si dovrebbe ritenere più fortunato, nel frangente di eventi calamitosi di tale stregua. Così potrebbero pensare i più giovani che non hanno passato quel rito iniziatico, e auguro loro di mai passarlo. Ebbene, non fu così. Salvo qualche rara eccezione, il mare restava piatto e liscio come la nafta, con qualche timidissimo, accenno di sardonico libeccio. Farsi il bagno in quel brodo chiamato mare, arrivato anche lui precocissimamente a temperature sui 30° o giù di lì, era pratica inutile ai fini del sollievo agognato. Provate ad immaginare poi cosa significava salire sulle auto lasciate in sosta sotto il sole, pochissime delle quali al tempo avevano l’aria condizionata, e anche per le abitazioni civili costruite non criteri “moderni” (ossia assassini) era più o meno lo stesso supplizio. Si arricchirono non poco e in breve tempo coloro che le pompe di calore le vendevano e le installavano, i loro magazzini si svuotavano in pochi giorni per le richieste che tempestavano i loro Motorola col flap. Nelle grandi e piccole città della Pianura Padana, come Milano e tutte le altre, l’eccesso di consumo dell’energia elettrica causò gravi problemi nella fornitura della stessa, con continui black out. Anziani e malati di cuore morivano a migliaia e migliaia, come le mosche in un incendio. In Italia l’Istat calcolò 18.000 morti per tutta l’estate. I dati vennero (timidamente, a dirla tutta) contestati da qualche politico in malafede, che aveva paura di essere sembrato poco tempestivo nell’intervenire, a fronte dell’emergenza estrema ed inimmaginabile. Non era d’altronde impresa impossibile mettere in dubbio quei dati, perché se viene segnato dal medico che uno è morto di arresto cardiaco, vallo tu poi a dimostrare che sono stati i trentatré gradi della camera da letto,  protratti per settimane a farlo schiattare. Questione di cause prime, che non sempre le scienze applicate possono dimostrare. In Francia, solo nelle tre prime settimane di agosto, sarebbero stati oltre 10.000 i morti per la stessa causa, in gran parte sempre anziani e malati cronici residenti nei grandi centri urbani (leggi qui).

La morte passò implacabile anche sui regni animale e vegetale. I mitili di Olbia finirono praticamente bolliti, a tonnellate, nel golfo interno diventato come la borsa invernale in lattice per l’acqua calda che usava mia zia. Gli alberi si seccavano, nelle campagne, prosciugati della loro linfa, anche quelli resistenti assai come il corbezzolo e la roverella. Gli olivastri piegavano le foglie, accartocciandole su se stesse. Tacevano là fuori gli animali, qui nella campagna di Suiles dove assediato resistevo ad oltranza, con persiane sbarrate, ventilatori e pompe di calore a manetta notte e giorno e almeno quattro docce quotidiane. Non un belato di capretta, non un cinguettio delicato, nemmeno un lamento di cane. La coppia di tortorelle nostre amiche smisero di tubare sul pino rinsecchito.
I corvi non gracchiavano più nelle ore meridiane: aprivano la bocca e basta e nemmeno scappavano per non perdere l’ombra di un muretto. Pensate che anche il gallo del vicino rifiutava di salutare il sole delle albe subito incandescenti, in quelle giornate infami. Tutto sembrava sospeso per la sopravvivenza, anche i cenni di vita, che sono la vita della natura. Paradossale, ma fu così, ve lo giuro.


Mappa dell’anomalia termica della Sardegna dell’aprile 2003.

Passò anche questo incubo, grazie a Dio. Pochi giorni dopo Ferragosto, la  più malvagia ed imponente area anticiclonica dell’era volgare, l’anomalia climatica planetaria che pure molti sembrano oggi avere scordato e rimosso, collassò afflosciandosi su se stessa come un drago ferito, ed accadde ciò che ormai non speravamo più. Perché anche la speranza si era liquefatta. Ricordo ancora come oggi il profumo intenso di quell’acquazzone, come mai più ne sentirò. Stavo appoggiato con la spalla ad una colonna della veranda, a scrutare incredulo i nuvoloni neri ed il vento che si alzava improvviso. Sentii i primi goccioloni caldi battere violentemente sul mio viso, mescolandosi alle calde lacrime di gioia. Solo chi ha vissuto direttamente quell’esperienza, può capire.

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