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Olbia, l’ordinanza sui cani finisce al TAR: Comune pronto a difendere il provvedimento contro il randagismo

I cani di zona industriale al centro di un contenzioso a Tar

Olbia, l’ordinanza sui cani finisce al TAR: Comune pronto a difendere il provvedimento contro il randagismo
Olbia, l’ordinanza sui cani finisce al TAR: Comune pronto a difendere il provvedimento contro il randagismo
Patrizia Anziani

Pubblicato il 09 September 2026 alle 12:04

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Olbia. La vicenda dei cani randagi della zona industriale di Olbia approda davanti al giudice amministrativo. L’Associazione Rispetto per Tutti gli Animali APS ha presentato ricorso al TAR Sardegna contro il Comune di Olbia e l’amministrazione si prepara a resistere in giudizio.

A certificarlo è la proposta n. 6420/2026 del Servizio Legale del Comune, relativa al ricorso RG 840/2026, sulla quale il Settore Finanze e Personale ha espresso il 7 settembre parere favorevole sotto il profilo della regolarità contabile. Il documento disponibile, va precisato, non contiene il testo del ricorso e dunque non consente ancora di conoscere nel dettaglio i motivi giuridici con i quali l’associazione chiede l’intervento del TAR. Conferma però l’esistenza del contenzioso e la volontà del Comune di Olbia di costituirsi per difendere il proprio operato tradotto con l’ordinanza n. 42 del 30 giugno scorso, con la quale il sindaco Settimo Nizzi aveva vietato la somministrazione di alimenti ai numerosi cani vaganti e randagi presenti nel distretto produttivo consortile del CIPNES Gallura. Un provvedimento necessario che aveva però immediatamente provocato aspre polemiche, anche a livello nazionale, ma sul quale è necessario ricordare un elemento fondamentale: l’obiettivo operativo non era affamare i cani. Nella zona industriale era infatti in corso un'attività coordinata per recuperare animali difficilmente avvicinabili dall'uomo. Il sistema utilizzato prevedeva il posizionamento di gabbie-trappola e l'impiego del cibo come attrattore. Il problema era molto semplice: un cane che aveva già mangiato altrove non aveva alcun motivo per entrare nella gabbia. 

Lo aveva spiegato chiaramente Ignazio Sanna, portavoce di AGES Sardegna, associazione impegnata nelle operazioni: la distribuzione incontrollata di crocchette e cibo umido rendeva estremamente difficili le catture. Gli animali venivano alimentati dagli operatori nei punti stabiliti, proprio per condurli nelle gabbie e poter finalmente intervenire con le catture. Una volta recuperati, il percorso prevedeva il trasferimento alla LIDA di Olbia, i controlli veterinari, la microchippatura, la sterilizzazione e la messa in sicurezza, con la prospettiva, quando possibile, di arrivare successivamente all'adozione.

È quindi su questa distinzione che si è giocata sin dall'inizio gran parte della controversia: vietare ai cittadini di distribuire liberamente il cibo nell'area delle catture non equivaleva a stabilire che i cani dovessero rimanere senza alimentazione.  Più volte anche dalle nostre pagine di Olbia.it avevamo richiesto un intervento deciso al fine di mettere in sicurezza i cani vaganti, non solo per gli stessi animali, ma anche per i ciclisti e gli automobilisti, al fine di scongiurare possibili incidenti o tragedie. I numerosi cani, con cuccioli al seguito, si assiepavano nei luoghi più impensati per poi attravversare all'improvviso la carreggiata stradale. Alcuni episodi avevano visto il coinvolgimento di ignari ciclisti che a causa del malcapitato incontro avevano riportato cadute e ferimenti. 

Anche la LIDA di Olbia era intervenuta con decisione nel dibattito, schierandosi a sostegno della necessità delle operazioni. L'associazione, che conosce direttamente la situazione degli animali recuperati nella zona industriale, aveva definito quel comparto una vera e propria "fabbrica dei cuccioli", raccontando anni di nascite incontrollate, malattie e animali recuperati in condizioni difficili. La frase utilizzata dalla LIDA sintetizzava il problema: "Un cane con la pancia piena non entrerà mai in una gabbia". E ancora, l'associazione aveva chiarito: "Questa non è un'ordinanza contro i cani, ma per i cani".

Il ragionamento era quello già espresso dagli operatori: continuare a distribuire alimenti al di fuori dei punti controllati poteva significare impedire la cattura delle femmine non sterilizzate e, conseguentemente, lasciare che nuove cucciolate continuassero a nascere in un'area industriale certamente non adatta alla vita degli animali.

L'Associazione Rispetto per Tutti gli Animali si presenta come una realtà senza fini di lucro impegnata contro ogni forma di violenza sugli animali, dai maltrattamenti alla caccia, e rivendica un'impostazione monotematica e trasversale rispetto agli schieramenti politici. La tutela degli animali è dunque il terreno sul quale l'associazione ha scelto di muoversi anche attraverso il ricorso alla giustizia amministrativa.

Sarà il TAR, naturalmente, a valutare la fondatezza delle contestazioni e la legittimità degli atti adottati dal Comune. Ma il giudizio giuridico sull'ordinanza non dovrebbe cancellare la realtà dalla quale quel provvedimento è nato. Da anni i cani della zona industriale rappresentano un'emergenza che Olbia.it ha documentato più volte: branchi vaganti, cadute di ciclisti, pericolosi attraversamenti, cucciolate, animali difficilmente avvicinabili e volontari impegnati per mesi nel tentativo di recuperarli.  Dopo anni trascorsi a chiedere sterilizzazioni e interventi strutturali, quando finalmente Comune, ASL Gallura, CIPNES, AGES e LIDA hanno iniziato a lavorare su catture e sterilizzazioni, è difficile sostenere che lasciare quegli animali indefinitamente sulla strada possa rappresentare una soluzione. Il Comune ha scelto quindi di difendere in giudizio il proprio operato. E sarà nelle aule del TAR Sardegna che verranno confrontate le ragioni dell'associazione ricorrente e quelle dell'amministrazione.