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Golfo Aranci, la lezione di Marcello Fois: "Mi piace provare a essere classico oggi"

Marcello Fois al “Festival Golfo Aranci Letteratura & Solidarietà”

Golfo Aranci, la lezione di Marcello Fois:
Golfo Aranci, la lezione di Marcello Fois:
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 08 September 2026 alle 16:30

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 Golfo Aranci. Ci sono presentazioni di libri nelle quali si finisce per parlare poco del libro e molto di più della letteratura, e forse sono proprio quelle che vale maggiormente la pena ascoltare. È accaduto ieri, 7 settembre, nella terza giornata del “Festival Golfo Aranci Letteratura & Solidarietà”, la rassegna promossa dal Comune di Golfo Aranci, ideata dallo scrittore Sebastiano Nata e organizzata con la promotrice culturale Elisabetta D’Andrea, con il sostegno dell’assessora all’Istruzione Stefania Frau e della presidente del Consiglio comunale Alessandra Feola. Una prima edizione che porta a Golfo Aranci sedici autori, intrecciando letteratura e impegno sociale. 

Marcello Fois è arrivato alla rassegna per presentare il suo ultimo romanzo, L'immensa distrazione (Einaudi), e il libro è rimasto naturalmente al centro del dialogo con il giornalista Davide Mosca, ma intorno ad esso si è progressivamente costruita una vera e propria lezione sulla scrittura, sulla lettura, sulla scuola, sul rapporto con i classici e sulla necessità di conoscere ciò che è venuto prima di noi.

Il punto di partenza è stato Grazia Deledda, non soltanto la grande scrittrice ma una figura intellettuale e civile che, secondo il racconto di Fois, meriterebbe di essere riscoperta anche oltre l'immagine consegnata dai manuali scolastici. "Nel 1932 la Deledda finanzia il secondo libro di Emilio Lussu, che era Marcia su Roma e dintorni: quindi è finanziato dalla Deledda", ha ricordato Fois. E ancora, riferendosi alle elezioni del 1919: "La Deledda accetta questa provocazione di farsi candidare per il Partito Radicale", trasformando quella candidatura, senza possibilità concreta di elezione in un'Italia nella quale le donne non avevano ancora diritto di voto, in una battaglia politica e simbolica.
"Era quella roba lì, questa signora qua", ha commentato Fois, oltre a essere, naturalmente, "una immensa scrittrice", che ha invitato il pubblico a riprendere in mano perché "straordinariamente leggibile oggi".
Da Deledda il discorso è passato quasi naturalmente al mestiere dello scrittore, perché anche il modo in cui il paesaggio diventa vivo e acquista la consistenza di un personaggio è qualcosa che Fois riconosce di avere ricevuto da lei. Deledda, a sua volta, aveva ricevuto qualcosa da chi l'aveva preceduta, perché "la letteratura è fatta di passaggi di testimone". È uno dei concetti che hanno attraversato l'intera serata: nessuno scrittore comincia veramente da zero, si eredita, si assimila, si trasforma. Si inventano un punto di vista, una voce, una particolare maniera di porre un problema, ma le grandi questioni dell'esistenza sono lì da sempre.
Fois ha ricordato a questo proposito una frase del suo maestro Ezio Raimondi: "Marcello, chi si sorprende troppo non ha letto abbastanza". Tra quel "troppo" e quell'"abbastanza" c'è una precisa concezione della cultura, perché più diminuisce la conoscenza di ciò che ci ha preceduto, più aumenta la tentazione di considerare ogni fenomeno contemporaneo assolutamente nuovo. "Quanto più si abbassa il livello di istruzione, tanto più cresce l'attitudine a pensarsi in un mondo straordinariamente inedito", e invece, sostiene Fois, di completamente inedito c'è assai poco.
Persino le trame, alla fine, sono sempre le stesse: due persone vogliono sposarsi e qualcosa glielo impedisce, un uomo vuole tornare a casa e non riesce a farlo. Da millenni raccontiamo variazioni delle medesime storie, e per questo Fois guarda con una certa insofferenza anche all'ossessione contemporanea per lo "spoiler". "Vorrei capire che spoiler può esserci", ha scherzato. Se riducessimo la letteratura alla trama, Madame Bovary e Anna Karenina potrebbero quasi sembrare lo stesso romanzo, una donna sposata, un amante, il suicidio, e naturalmente non lo sono, perché ciò che conta non è soltanto che cosa viene raccontato, ma lo sguardo attraverso il quale una storia antica viene nuovamente mostrata. "La letteratura fa finta di raccontarti la stessa storia e poi ti obbliga a vedere un angolino che non avevi previsto": è forse una delle definizioni più belle ascoltate durante l'incontro.
Fois arriva così a mettere in discussione persino due parole quasi sacrali quando si parla di scrittori, "originalità" e "ispirazione". "La parola originale, la parola ispirazione, mi fanno orrore", ha detto. "Non voglio essere originale. Voglio scrivere cose che conoscete e voglio scriverle bene e voglio scriverle meglio. Questa è la gara". È una dichiarazione che riporta la scrittura dal territorio romantico dell'ispirazione a quello, molto più concreto, del mestiere, perché lo scrittore lavora materiali che appartengono a tutti, ma deve saperli lavorare meglio, come "un buon dentista, un buon carrozziere, un buon muratore", figure volutamente quotidiane alle quali Fois ha paragonato il proprio mestiere. "Guarda, caro lettore, quello che tu leggerai lo sai già, ma io mi sforzerò di scriverlo meglio".
Anche L'immensa distrazione nasce in questo modo. Il romanzo prende avvio dalla morte di Ettore Manfredini, e il protagonista si trova in quello strettissimo intervallo tra l'arresto cardiaco e la cessazione dell'attività cerebrale, pochi secondi nei quali può essere contenuta una vita intera. L'idea arrivò a Fois leggendo casualmente, in un ambulatorio medico, il resoconto di un caso nel quale era stata registrata attività cerebrale per alcune decine di secondi dopo la morte del paziente. "Mi sono detto: buon Dio, Marcello, ce la fai a scrivere un romanzo che dura trenta-quaranta secondi?". Ma anche questa costruzione, ha sottolineato immediatamente, possiede antenati: Gregor Samsa, Aureliano Buendía, la contrazione del tempo narrativo di Cent'anni di solitudine, fino al cinema di Viale del tramonto, nel quale è un morto nella piscina a raccontare la propria storia.
Ed è proprio riconoscere questi legami a produrre, secondo Fois, uno dei grandi piaceri della lettura. "Quando io posso individuare dentro una storia che sto leggendo una storia che conosco, per me è una specie di godimento fisico". Il lettore, infatti, non è il destinatario passivo di un prodotto finito, ma porta nel libro la propria esperienza, le proprie letture, la propria memoria, e la storia consegnata dallo scrittore cambia entrando in contatto con quel patrimonio personale: idealmente, ogni scrittore finisce così per scrivere tanti libri quanti sono i suoi lettori. Per questo Fois considera la lettura "forse l'atto più privato, più rivoluzionario, più democratico con cui noi abbiamo a che fare". Fra il lettore e il libro non ci sono intermediari: "Non c'è uno sceneggiatore, non c'è un regista, non c'è un costumista, non c'è un direttore della fotografia, non c'è una colonna sonora". Il lettore deve lavorare, immaginare volti e luoghi, costruire voci, rumori, atmosfere, e deve mettere qualcosa di sé nel libro. Ma parlare di lettura significa inevitabilmente parlare di istruzione, ed è stato qui che la lezione letteraria di Fois è diventata una lezione civile. "La democrazia esiste a patto che sia coltivata da una popolazione istruita e critica", e da questa premessa discende una conseguenza altrettanto netta: "Il deperimento dell'istruzione è la prima crepa di una democrazia. Quando comincia a sgretolarsi la scuola comincia a sgretolarsi tutto il resto".

Fois, che ha insegnato per diversi anni, ha affrontato il tema attraverso la progressiva perdita di autorevolezza dell'insegnante, senza alcuna idealizzazione nostalgica, perché la scuola delle generazioni precedenti, ha precisato, poteva essere "terribile sotto certi aspetti". Esisteva però un riconoscimento dell'istituzione e del ruolo del docente che oggi appare molto più fragile, e lo ha spiegato attraverso la differenza fra due domande: "Perché ha dato quattro a mio figlio?" e "Professore, perché mio figlio ha preso quattro?". La distanza linguistica è minima, quella culturale è enorme, perché nella seconda domanda il problema da comprendere è il rendimento dell'alunno, mentre nella prima è già implicitamente sotto processo la decisione dell'insegnante. Fois ha definito tutto questo un "rovesciamento antropologico", raccontandolo con ironia: "I nostri genitori non hanno prodotto geni, hanno prodotto figli". Oggi invece, ha aggiunto, sembra che nascano soltanto geni, perché se il figlio è lento sono i professori ad andare troppo velocemente, e se è veloce sono i professori ad andare troppo piano.
Il problema, secondo Fois, supera ormai i confini della scuola e investe il rapporto stesso della società con la competenza. Quello che gli insegnanti sperimentano da anni comincia infatti ad accadere anche ai medici, perché l'informazione facilmente disponibile rischia di trasformarsi nell'illusione che non esista più differenza tra essere informati e possedere una competenza costruita attraverso anni di studio e di esercizio professionale.
Alla fine, quasi chiudendo il cerchio, Fois è tornato ai classici. Ha scherzato su Manzoni, scrittore da lui amatissimo, quasi compatendolo perché non poteva andare al cinema, non aveva la radio e non disponeva dell'enorme quantità di linguaggi che uno scrittore contemporaneo può assorbire: un autore di oggi porta con sé letteratura, cinema, musica, fumetti, immagini. Nel caso di Fois possono convivere Grazia Deledda e Kafka, García Márquez e Manzoni, Flaubert e Tolstoj, il cinema e i Pink Floyd, non per esibirli, ma perché fanno parte del patrimonio di chi scrive. Ed è probabilmente per questo che la frase pronunciata verso la conclusione dell'incontro riesce a riassumere l'intera lezione: "Mi piace di più provare a essere classico oggi".
Essere classici oggi, allora, non significa imitare ciò che è stato, ma conoscerlo abbastanza da poterlo portare con sé, sapere che altri hanno raccontato prima di noi l'amore, la morte, il ritorno, la famiglia, il desiderio, il fallimento, e avere ugualmente l'ambizione di trovare quell'"angolino" dal quale nessuno li aveva ancora guardati esattamente nello stesso modo. Ricevere il testimone, insomma: correre il proprio tratto di strada, e poi consegnarlo a qualcun altro.