In un post diffuso ieri 25 febbraio, i volontari hanno scritto: "Fischietto è tornato a casa, di questo siamo felici perché il nostro obiettivo è sempre e solo il benessere degli animali". Ma hanno anche spiegato di aver sentito "il bisogno di fare una riflessione" dopo gli attacchi ricevuti. "Non giudichiamo, proteggiamo" si legge ancora. "Quando si trova un animale per strada non si conosce la sua storia. Quello che sappiamo è che è in pericolo. E il nostro dovere – morale, civico, umano – è metterlo in sicurezza".
Nel mirino delle critiche anche il richiamo al microchip. Su questo punto la posizione è netta: "Il microchip non è un dettaglio. È legge. È l’unico strumento che permette di ricongiungere immediatamente un animale smarrito con la sua famiglia. Se Fischietto avesse avuto il microchip, sarebbe tornato a casa in pochi minuti, senza stress, senza fraintendimenti, senza post". Un concetto semplice ma centrale: con un microchip registrato e leggibile spesso basta una telefonata per risolvere tutto. Senza, si attiva una macchina fatta di segnalazioni, pubblicazioni, verifiche e tempo. E il tempo, in questi casi, è prezioso.
Non è la prima volta che nel territorio si verifica una situazione simile. Uno tra i tanti episodi, avvenuto in condizioni persino più complesse, ha riguardato direttamente una nostra collega di redazione. Era il 4 luglio 2024. Rientrando a Olbia in tarda serata, lungo la strada di Su Spiritu Santu, la giornalista si fermò dopo aver notato una mucca in mezzo alla carreggiata. Mentre attendeva l’arrivo delle forze dell’ordine, un automobilista di passaggio la informò che poco più avanti qualcuno stava tentando, contro il tempo e il buio imminente, di mettere in salvo una chihuahua che correva avanti e indietro sull’asfalto. La collega si avvicinò sul posto per tentare il recupero, ma nel frattempo la cagnolina aveva imboccato una strada sterrata fuggendo verso l’aperta campagna. A quel punto l'automobilista fu costretto a rientrare a Olbia, lasciando la collega sola con il pensiero di quel cane terrorizzato, abbandonato ad un brutto e certo destino. Era buio pesto, a quel punto la collega contattò la LIDA Olbia per chiedere aiuto e ricevere indicazioni su come intervenire senza strumenti adeguati: il recupero riuscì ma la cagnolina, in stato di shock, la morse. Nonostante la ferita sanguinante, intorno alle 23 l’animale fu portato al rifugio sano e salvo. La giornalista venne medicata nella stessa serata da un volontario della Lida. L’episodio del morso non fu reso pubblico per evitare possibili ricadute negative sull’immagine di quel piccolo esserino smarrito . Quella chihuahua, ribatezzata Milk, grazie alla messa in sicurezza e alla pubblicazione dell’appello, poté ricongiungersi ai suoi proprietari.
In quella notte l’alternativa al rischio concreto di un investimento o alle fauci di un animale selvatico non era un post sui social: "c'è un piccolo cane che vaga in campagna qualcuno cerchi di recuperarlo". Ieri, con il pincher anziano, lo schema è stato identico: intervenire, proteggere, informare. "Non facciamo pubblicità, facciamo appelli" scrivono ancora i volontari. "Non chiediamo medaglie né riconoscimenti. Chiediamo solo rispetto per il lavoro che facciamo ogni giorno, gratuitamente". E infine l’invito ai proprietari: "Mettete il microchip, teneteli al sicuro e se un giorno dovessero perdersi, ringraziate chi li trova invece di offendere chi li salva".
Il punto, alla fine, è semplice. Un cane vagante nel buio non è un’opinione. È un rischio, per se stesso e per gli automobilisti. Un animale senza microchip non è una dimenticanza irrilevante. È tempo perso, che può significare stress, pericolo, incidenti. Chi interviene non lo fa per visibilità. Lo fa perché qualcuno deve farlo. Dietro ogni post c’è una corsa contro il tempo. C’è chi si ferma quando potrebbe tirare dritto. C’è chi si prende un morso. C’è chi apre un rifugio alle undici di sera. C’è chi si espone pubblicamente pur sapendo che arriveranno critiche. La discussione è legittima. Ma il bersaglio è sbagliato.
Perché senza chi interviene, senza chi pubblica, senza chi insiste sul microchip, molti di questi cani non tornerebbero a casa. E qualcuno non avrebbe una seconda possibilità.
Il pincher è tornato dalla sua famiglia. La chihuahua, nel 2024, ha evitato un destino ben diverso. La prossima volta che leggeremo un appello fermiamoci un attimo prima di commentare. Perché salvare non è un crimine.