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Olbia, Covid mette in crisi la mitilicoltura: ecco qual è la situazione

Parla Raffaele Bigi, presidente del Consorzio

Olbia, Covid mette in crisi la mitilicoltura: ecco qual è la situazione
Olbia, Covid mette in crisi la mitilicoltura: ecco qual è la situazione
Camilla Pisani

Pubblicato il 21 gennaio 2021 alle 06:00

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Olbia. La cozza di Olbia: praticamente un’istituzione, per alcuni quasi una religione. Al di là degli aspetti metaforici e tradizionali, quel che è certo è che per la città, la produzione e il commercio dei mitili rappresenta un tassello fondamentale dell’economia locale.

Sono diciotto le aziende che fanno capo al Consorzio Molluschicoltori di Olbia, un’associazione che rivendica orgogliosamente le proprie origini antichissime: “I molluschi rappresentano un alimento per l’uomo sin dal Paleolitico, grazie anche alla facilità di cattura. L’ostrica è stata citata dai più grandi poeti e scrittori dell’antichità, Omero, Virgilio, Petronio, Marziale, mentre della cozza rimangono notizie vaghe di Plinio il Vecchio. Il consumo di tante specie di molluschi è ancestrale, come testimoniato da resti trovati nei depositi lasciati nelle caverne dall’uomo preistorico.

Le tracce più antiche in Sardegna farebbero pensare a un’attività di raccolta che risale al IV millennio a. C. dimostrando l’utilizzo dei molluschi come alimento dal Neolitico all’Età dei nuraghi. Nel nostro territorio la più importante traccia di questa attività si è avuta nella Grotta della “Mandria” nell’isola di Tavolara, che chiude ad est il Golfo di Olbia e ne è parte integrante” si legge nel sito dedicato al Consorzio.

Nel corso dell’anno, le attività dei mitilicoltori sono diverse, e vanno dalla produzione alla messa in commercio: la mitilicoltura e l’ostricoltura sono allevamenti in “Acquacoltura estensiva”, forma di acquacoltura interamente basata sull’uso delle risorse naturali.
L’allevamento della cozza e dell’ostrica avviene sin dal 1920 in tre macro aree del Golfo di Olbia: Cala saccaia, Seno Cocciani, Sa Marinedda.

Ma cosa è cambiato, nel 2020, in piena pandemia? Come è noto, la ristorazione ha dovuto alternare brevi aperture a prolungate chiusure o semi-chiusure, e questo ha inciso in negativo anche su quelle attività legate alla fornitura di generi alimentari, tra cui i mitili.

“L’anno 2020 è iniziato in modo terribile, con la chiusura dei ristoranti, per via del lockdown. La nostra attività di produzione dà vita ad un prodotto, la cozza, la cui messa in commercio va da inizio primavera a fine autunno, per poi lasciar spazio ad un’attività di reimmersione commerciale che però incide in maniera inferiore rispetto al fatturato totale. Per i primi quattro-cinque mesi dell’anno, abbiamo dovuto far fronte ad un blocco totale della nostra vendita, il che ha portato, tirando le somme dell’intero anno, ad un calo del fatturato del 40% circa. Il fatturato non è l’unica cosa che conta in un’azienda, e c’è da dire che durante l’estate siamo riusciti a mantenere a livello di quantità le vendite in linea con l’anno precedente. Il calo è stato relativo ai prezzi di vendita perché, avendo fatto dei ribassi per rispondere alla crisi diffusa, c’è stato un ricavo del -15%”, spiega Raffaele Bigi, presidente del Consorzio.

Per fortuna, nonostante la parziale chiusura delle attività di ristorazione, le cozze di Olbia hanno trovato, soprattutto nel periodo festivo e prefestivo, la strada per arrivare agli estimatori del prodotto: tramite la GDO (grande distribuzione organizzata) e le pescherie, il frutto della produzione annuale è stato interamente venduto.

“Tracciando una valutazione relativa all’anno 2020, si evidenzia che il prodotto è stato venduto, ma a prezzi decisamente inferiori rispetto al consueto, lasciando quindi delle grosse lacune nei bilanci aziendali. In più, aspetto non secondario, il nostro settore era reduce dalla calamità naturale del 2018, quindi si trovava già in difficoltà, e confidava nel 2020 come anno della rinascita; ma ovviamente alle perdite del 2018/2019 si sono aggiunte quelle derivanti dalla pandemia, lasciando aperte ferite già esistenti. Non ha aiutato, in questo senso, la farraginosa burocrazia italiana, per colpa della quale molti degli aiuti non sono stati distribuiti, come ad esempio i ristori regionali. È stata aperta una finestra per gli indennizzi a ottobre 2020, che ad oggi non è stata nemmeno esaminata. Purtroppo la tempistica è fondamentale, è la cosa più importante; quando comincia la stagione estiva, chi è riuscito a sopravvivere tira il fiato, ma chi è rimasto indietro non riesce a recuperare”, commenta Bigi.

Sotto l’aspetto della produzione, invece, nessun problema: la raccolta del novellame procede senza intoppi e in abbondanza.

Conclude il presidente del Consorzio: “la produzione per l’anno prossimo ci sarà, e ci aspettiamo che con il risolversi dell’emergenza sanitaria, la gente avrà voglia di muoversi. Non abbiamo timore delle prospettive, che ci sembrano positive, ma è in questo momento che stiamo avendo grandi difficoltà. Parlando a nome delle diciotto aziende consorziate, ho avuto modo di vedere come ognuna di esse si trovi in acque agitate. Per quanto il nostro sia uno dei settori che ha patito meno il lockdown, c’è comunque una evidente sofferenza economica”.

Se nel regno dei ciechi anche un orbo è re, è pur vero che persino l’orbo soffre della sua mutilazione: si apre una sfida da vincere per la mitilicoltura, a dispetto della crisi pandemica; un nuovo capitolo tutto da scrivere, tra speranza ed incertezza, nel segno di una delle più forti tradizioni commerciali della città.