Sunday, 13 September 2026
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Pubblicato il 13 September 2026 alle 07:00
Golfo Aranci. La cena delle anime, il nuovo romanzo di Maria Laura Berlinguer affronta il tema della memoria, racconta la Sardegna e le donne che attraversano il tempo. Abbiamo incontrato l'autrice in occasione del Festival Letteratura e Solidarietà che si è tenuto a Golfo Aranci. L'autrice si presenta tra passato, presente e futuro in un dialogo che celebra la Sardegna, le tradizioni, le passioni e i legami con i nostri cari.
Iride Dessì, (protagonista de La cena delle anime di Maria Laura Berlinguer), ritorna in Sardegna per il funerale del padre: un viaggio dentro la memoria e nelle radici della propria famiglia. Dopo anni lontana da Padria, paese del Meilogu, Iride sembra aver dimenticato le antiche tradizioni della sua terra, tra cui la chena pro sos mortos, la notte in cui si apparecchia la tavola per accogliere simbolicamente il ritorno dei defunti. Nella grande e vecchia villa di famiglia, accolta da Tata, la donna che si è presa cura di lei durante l’infanzia, la protagonista avverte però il peso dei ricordi e la presenza degli avi. È una fotografia di un secolo prima a riaprire una porta sul passato e a spingerla a indagare nella storia della propria famiglia, fino a incontrare la figura della trisavola Mimì Oppes, donna colta e inquieta, costretta a un matrimonio d’imposizione. Il cuore di Mimì appartiene però a Emanuele Manca, affascinante bandito e simbolo di ribellione, con il quale vive un amore clandestino e impossibile, capace di sfidare le convenzioni del suo tempo. Accanto a lei c’è Elisabeth Hope, studiosa inglese libera e indipendente, la cui amicizia rappresenta un altro legame con un mondo culturale più ampio. Attraverso racconti, segreti sepolti e il ricorso alla psicogenealogia, le vicende di Iride e Mimì finiscono così per intrecciarsi, dando vita a una saga familiare nella quale passato e presente continuano a dialogare, sullo sfondo di una Sardegna arcaica, misteriosa e ricca di anime.
Ed è proprio l’esigenza di raccontare una Sardegna diversa dagli stereotipi ad aver guidato Maria Laura Berlinguer nella scrittura. «La Sardegna ha tante cose da raccontare, non è solo mare e non è solo Sardegna rurale. Ha tante anime», spiega l’autrice, che ha scelto di guardare soprattutto a un Ottocento attraversato da un grande fermento culturale. Un’epoca nella quale uomini e donne contribuirono alla crescita culturale dell’isola, mantenendo salde le proprie radici ma coltivando rapporti e collegamenti con l’Europa. Una Sardegna fatta di studiosi, di archeologia, di cultura e di memoria, che Berlinguer ha voluto riportare alla luce anche attraverso una storia profondamente personale. Nel romanzo, infatti, riaffiora la figura del suo bisnonno, grande studioso di archeologia e numismatico, Vincenzo Dessì, "il nonno di mamma". Un legame con la cultura e con la ricerca che trova un ulteriore riferimento nel museo Sanna di Nuoro, dove è presente una sala dedicata.
La scelta di ambientare la storia proprio a Padria nasce da un ricordo d’infanzia e da un reperto archeologico che ha accompagnato le estati dell’autrice. «Mio nonno mi raccontava le storie dei manufatti», ricorda Berlinguer, riferendosi alle tre celebri spade nuragiche di Padria. In Sardegna ne sono state ritrovate circa un centinaio e, secondo la lettura proposta dall’autrice, non sarebbero state destinate al combattimento, ma avrebbero avuto una funzione votiva. A Funtana Coperta, nel territorio di Padria, ne sono state rinvenute tre: la più alta è caratterizzata da lamine di bronzo e presenta una particolare suddivisione, con una parte riferita ai vivi e l’altra ai morti. Un’immagine che, agli occhi della scrittrice, sembra creare una connessione simbolica con il mondo delle anime. Memoria familiare, tradizione e ricerca scientifica diventano così i tre filoni dai quali prende forma il romanzo.
Al centro della storia c’è anche una delle tradizioni spirituali che più hanno affascinato Berlinguer: la cena dei morti, celebrata tra il primo e il due novembre. L’idea nasce dalla convinzione, presente nella tradizione, che i morti non scompaiano del tutto, ma continuino a esistere in una dimensione parallela e possano tornare, almeno simbolicamente, per guidare i vivi. Per accoglierli si prepara la tavola con cura: un posto in più, la tovaglia buona, i piatti e i cibi che appartenevano alla memoria dei propri cari. E ci sono anche regole precise: sulla tavola non devono essere posati coltelli, forchette o altri oggetti appuntiti. In alcune famiglie, racconta l’autrice, si arriva persino a preparare il letto con le lenzuola migliori, come se la casa dovesse essere pronta ad accogliere davvero chi non c’è più.
Raccontare queste tradizioni significa, per Berlinguer, sottrarle all’oblio. «Mi piace scrivere per raccontare cose che rischiano di essere dimenticate», afferma. La sua storia di scrittrice è iniziata relativamente tardi: a 56 anni ha pubblicato il suo primo romanzo con una piccola casa editrice. Eppure la scrittura, nella sua vita, è sempre stata presente. Grande lettrice, Berlinguer non aveva mai pensato di diventare scrittrice: «Scrivo da sempre», racconta, spiegando che la scrittura per lei non è mai stata un problema. Il passaggio decisivo è arrivato durante il periodo del Covid, quando ha lasciato il lavoro di avvocato per dedicarsi a un blog dedicato alla promozione delle competenze Made in Italy. Un periodo difficile, ma anche un momento di pausa e di riflessione che le ha permesso di approfondire il mondo dei racconti e della scrittura.
Oggi l’autrice sente di essere finalmente nel proprio ambito. Una convinzione legata anche a un principio nel quale crede profondamente: ciascuno nasce con un talento, ma per trasformarlo in qualcosa di concreto servono determinazione e volontà. La cena delle anime è, in questo senso, anche un romanzo della consapevolezza e della voce femminile. È dedicato alle donne, alla madre e alla nonna dell’autrice, e si presenta come un romanzo corale e profondamente femminile. Una storia che, tuttavia, ha saputo raggiungere un pubblico più ampio, compreso quello maschile.
Un motivo di particolare orgoglio per Berlinguer è stato il percorso internazionale del libro: La cena delle anime è stato pubblicato prima in cinque Paesi europei — Spagna, Francia, Olanda, Svezia e Germania — e solo successivamente in Italia. Un esordio singolare per un’autrice che da bambina non aveva mai sognato di fare la scrittrice. Il suo destino, allora, le sembrava un altro: sapeva che sarebbe diventata avvocato, si era laureata e aveva aperto un proprio studio.
La sua formazione letteraria, invece, è sempre stata molto ampia. Berlinguer racconta di essere cresciuta anche con il realismo magico americano e di amare profondamente la letteratura sarda e quella russa. Tra i libri a cui è particolarmente legata c’è Il maestro e Margherita, insieme ai grandi classici che ama rileggere nel corso degli anni. Perché, osserva, tornare sullo stesso libro a distanza di tempo significa anche imparare a interpretarlo diversamente: cambiano il lettore, la sua esperienza e, di conseguenza, lo sguardo con cui affronta la storia.
Anche la cucina entra nel suo universo narrativo. Figlia di una cuoca «meravigliosa», Berlinguer racconta di essere stata educata al gusto e di amare anche il racconto delle ricette, soprattutto quelle legate alla tradizione e alle sue numerose varianti territoriali e familiari. Tra i piatti che predilige ci sono le impanatine fritte, preparate con carne di manzo e piselli e poi fritte. Nella sua cucina racconta che trovano spazio anche molte erbe e che, come la memoria, cambiano da famiglia a famiglia, da luogo a luogo.
Ll’autrice ha le sue abitudini legate alla scrittura: è molto organizzata e predilige la sua camera, soprattutto nel pomeriggio. È lì che continua a costruire storie, riportando alla luce persone, tradizioni e frammenti di un mondo che rischierebbe di perdersi. Ed è forse proprio questo il filo più autentico de La cena delle anime: raccontare il passato non per restare ancorati ad esso, ma per comprendere quanto, ancora oggi, continui a vivere dentro di noi.
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