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Guerra in Iran, il prezzo che paghiamo: intervista a Matteo Meloni

Il perché e il per come le vicende iraniane ci toccano da vicino

Guerra in Iran, il prezzo che paghiamo: intervista a Matteo Meloni
Guerra in Iran, il prezzo che paghiamo: intervista a Matteo Meloni
Angela Galiberti

Pubblicato il 13 March 2026 alle 07:00

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Olbia. Le vicende internazionali possono sembrare molto lontane, ma in un pianeta finito e globalizzato questa sensazione è inevitabilmente erronea perché nasce da una falsa credenza, vale a dire che tutto ciò che non è direttamente vicino a noi non può toccarci in modo concreto. Questa errata convinzione ha guidato, in parte, l'indifferenza verso il genocidio dei palestinesi di Gaza che va avanti dal 2023 e, in parte, sta guidando l'interesse verso l'aggressione che gli Stati Uniti d'America e Israele hanno compiuto il 28 febbraio 2026 (e che sta andando ancora avanti) contro l'Iran. Di questo tema, profondamente attuale e che ci tocca (eccome) da vicino, ne abbiamo parlato il giornalista Matteo Meloni, esperto in geopolitica (Asia Occidentale e Centrale, Nord Africa, Statio Uniti e rapporto Paesi Nato), Editor in Chief di SpecialEurasia, nonché autore di “Geopolitica delle Nazioni Unite”: un libro drammaticamente attuale che spiega in modo puntuale, documentato e senza fronzoli la crisi delle organizzazioni internazionali e in particolae dell'ONU.

Dott. Meloni, come dobbiamo leggere l'attuale situazione?

Dobbiamo necessariamente tornale al senso della storia. L'Iran, nel 1979, ha vissuto un'importante rivoluzione che ha permesso a questo Stato di distaccarsi da un mondo che lo stava colonizzando. Quella rivoluzione è stata fatta da tutte componenti della società iraniana, hanno partecipato tutti quanti, anche gli ebrei iraniani. Prima di quella rivoluzione, era un Paese controllato da Stati Uniti e Gran Bretagna. Mohammad Mossadeq divenne primo ministro nel 1951, dopo regolare elezione, ma nel 1953 ci fu un colpo di Stato e c'era una ragione per quel colpo di Stato. Mossadeq, appena nominato primo ministro, nazionalizzò le compagnie petrolifere. La rivoluzione del '79 arriva proprio a causa delle commistioni tra lo scià e gli interessi occidentali. Quando osserviamo cosa succede in Iran, non dobbiamo dimenticarci tutto questo. Dell'Iran si dice che non è democratico, ma allora perché gli Stati Uniti fanno affari con l'Arabia Saudita e con gli Emirati che non sono certamente Stati democratici, ma poi bombarda l'Iran? L'Iran, semplicemente, non si è piegato alle logiche di sfruttamento di carattere coloniale che vediamo in tanti altri contesti, come ad esempio quello di Gaza.

Come mai sta accadendo tutto in questo momento?

Perché in questo momento la comunità internazionale è molto fragile, i grandi consessi come le Nazione Unite stanno perdendo forza. Parliamo di un'organizzazione che dovrebbe essere di aiuto per impedire all'umanità di finire nel baratro. In questo momento c'è uno spiraglio per quelle potenze che hanno interessi espansionistici per attuare i loro obiettivi. Da tempo si dice che Israele stia puntando al “Grande Israele”, del resto dobbiamo ricordare che lo Stato israeliano non ha dei confini precisi. In questo scenario si inseriscono gli Stati Uniti, guidati da un presidente arteriosclerotico che prima afferma “Make America Great Again”, poi disconosce le promesse elettorali: non è un caso che il movimento MAGA si stia sfaldando al proprio interno per queste motivazioni. C'è però un altro problema: il movimento messianico che vede nell'Armageddon il ritorno del messia. Sembra assurdo, ma purtroppo è molto concreto. Quando vediamo Trump che prega con esponenti religiosi, poi ascoltiamo gli israeliani, è evidente che questo aspetto religioso si lega alla geopolitica e alla politica. Non solo, Trump ha sempre cercato di far naufragare i rapporti internazionali con l'Iran. Durante la sua prima campagna elettorale disse che avrebbe fatto naufragare il JCPOA, il trattato fortemente voluto da Obama su nucleare e revoca sansioni, per dispetto politico, spinto dalle richieste israeliane. Quel trattato era importantissimo, perché aveva consentito all'Iran di rientrare nella comunità internazionale, le sanzioni erano state tolte, erano state eliminate le limitazioni su alcuni beni essenziali come gli aerei. Era un trattato vincolante che è stato disconosciuto dagli Stati Uniti: quando è accaduto ero in Iran, nel 2019. Il Paese ripiombò in una spirale di tristezza e rabbia. Non dimentichiamoci poi degli Epstein files, l'aggressione serve anche a distrarre da questo scandalo internazionale.

Che dire della posizione dell'Italia in questo frangente?

L'Italia aveva con l'Iran dei rapporti storici centenari. Questi rapporti davano al nostro Paese un'aura di credibilità incredibile, infatti avevamo rapporti commerciali intensi benché depotenziati dalle sanzioni USA. Questo dovrebbe farci capire come le decisioni unilaterali statunitensi danneggino tutti gli altri. Attualmente, l'Italia non ha alcuna credibilità internazionale, soprattutto a causa delle posizioni del Governo che ha rovinato l'immagine diplomatica italiana che, prima, era considerata molto valida. Essere proni agli Stati uniti ci fa vedere come una sorta di terza gamba delle volontà di Washington e Tel Aviv. Abbiamo perso quasi del tutto il nostro valore diplomatico, del resto abbiamo un ministro degli Esteri che ha affermato che il diritto internazionale vale fino a un certo punto.

Molti si chiedono come mai anche gli Stati Uniti hanno questa posizione prona nei confronti di Israele.

Secondo me c'è continuità ideologica tra Trump e Netanyahu, non si capisce però quali possono essere i vantaggi che arriveranno “domani”. Abbiamo un Paese come gli Stati Uniti in crisi sistemica, con enormi problemi all'interno dei suoi confini, ma che spende 5 miliardi di dollari in un'aggressione militare: è letteralmente un impero che sta crollando e gli imperi che crollano fanno sempre molti danni. Il problema è proprio la gestione del crollo, gli equilibri sono tutti saltati.

Pensa che gli Stati Uniti si stiano avvicindando alla loro seconda guerra civile?

Da tempo se ne parla, ma non è auspicabile. Sicuramente gli Stati Uniti stanno facendo acqua da tutte le parti: il loro bipolarismo perfetto tra Democratici e Repubblicani non funziona più perché non dà spazio ad altre idee. Ciò si dimostra molto facilmente: ci sono lobby trasversali, fortissime, che riescono a influenzare il Congresso e non solo. Una delle più forti è l'Aipac, per esempio. Però guardiamo cosa è successo a New York, qua le lobby non sono riuscite a imporsi: ha vinto un candidato sindaco della scuola di Sanders. Gli Stati Uniti non sono un monolite: ci sono milioni di cittadini che cercano di sbarcare il lunario, che cercano più diritti, queste istanze esistono già basta considerare la figura di Sanders. Peccato che i democratici abbiano impedito la sua candidatura: avrebbe vinto al posto di Hillary Clinton.

Parliamo di Europa. Non riusciamo proprio ad avere un ruolo forte e decisivo: abbiamo una Commissione che, letteralmente, accetta qualsiasi azione illegale come se fosse acqua fresca.

L'Unione Europea, oggi, è come un vaso di terracotta in mezzo a vasi ferro. L'Unione ha perso il treno per dare risposte globali, lo ha perso nel momento in cui ha deciso di non puntare su una politica estera comune e questo ci ha reso estremamente fragili. Non c'è una linea unica e ne paghiamo il prezzo. Il mondo è cambiato e quel treno non passerà mai più. Il nostro mondo non è più in pace, anche se in realtà non lo è mai stato davvero. La nostra ricchezza lo ha reso più insicuro. Non a cosa Borrel diceva che l'Unione Europea era un giardino da curare, mentre fuori c'era il deserto. Vero, siamo la patria del diritto, ma le nostre azioni e le nostre non-azioni ci hanno portato alle condizioni attuali ed è il motivo per cui non possiamo giocare un ruolo vero neanche negli accordi commerciali.

Parliamo di Sardegna, qual è il prezzo dell'instsabilità e della guerra? Visto e considerato che viviamo in un mondo globalizzato e che le catene di approviggionamento coinvolgono principalmente l'Asia e dunque il Golfo Persico, il Mar Rosso e il Canale di Suez.

Il primo prezzo che paghiamo è quello del petrolio, basta guardare il prezzo della benzina alla pompa. Nonostante la presenza della Saras, per la quale accettiamo le esternalità negative, i carburanti in Sardegna costano tanto. Dovremmo pagarli meno, invece ci accolliamo l'inquinamento senza avere un vantaggio almeno economico. Il secondo prezzo è l'impatto ambientale della guerra: l'inquinamento circola, non rimane necessariamente localizzato. Stiamo lottando contro il cambiamento climatico, come cittadini dobbiamo rispettare regolamenti molo rigidi, ma ci ritroviamo con leader che compiono dei veri e propri ecocidi in barba a qualsiasi indiazione su climate change o utilizzo di determinate sostanze. Giusto l'altro giorno ho visto un video sull'utilizzo di bombe al fosforo in Libano. Non dimentichiamoci neanche che Netanyahu, che ha sulla testa un mandato di cattura internazionale, passa nei cieli sardi molto spesso in barba allo Statuto di Roma.

Come ci orientiamo in questo mare magnum di informazioni? Non è sempre facile distinguere il vero dal falso, del resto la prima vittima della guerra è la verità.

Il mio consiglio è quello di partire dal senso della storia: per analizzare le informazioni dobbiamo partire dalle basi, quindi dal contesto storico. Poi, dobbiamo capire quali sono i vantaggi di chi pubblica la notizia, dobbiamo capire se quella persona è legata a un governo o a un'istituzione di un governo. Quando i progetti sono indipendenti, il vantaggio è quello di leggere un'analisi scritta senza le pressioni esterne. Poi, leggiamo un po' di tutto di ogni orientamento per farci un'idea, per avere una comprensione di livello generale.

 

 

Matteo Meloni, giornalista, si occupa di geopolitica di Asia Occidentale e Centrale, Nord Africa, Stati Uniti, rapporti tra Paesi Nato, di organizzazioni internazionali. Già Addetto Stampa al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha lavorato come Digital Communication Adviser alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite a New York. Editor in Chief di SpecialEurasia, è Direttore Responsabile della rivista TocTocSardegna. È membro del Centro Studi Criminalità e Giustizia. Docente di geopolitica per enti e istituzioni pubbliche e private, collabora con associazioni e ONG nello sviluppo del pensiero critico in ambito politica estera e relazioni internazionali. Ha curato dal 2019 al 2023 la rubrica “Notizia del giorno” per eastwest - rivista di geopolitica.