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Golfo Aranci, Marco Lodoli si racconta al Festival "Letteratura e Solidarietà"

"Solo un giorno": un libro tra fantasia e realtà, destino e scelta

Golfo Aranci, Marco Lodoli si racconta al Festival
Golfo Aranci, Marco Lodoli si racconta al Festival
Ilaria Del Giudice

Pubblicato il 20 September 2026 alle 07:00

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Golfo Aranci. Tra i momenti più intensi e partecipati della recente cornice del Festival “Letteratura e Solidarietà” di Golfo Aranci, spicca l’incontro con Marco Lodoli moderato dalla relatrice Elisabetta D'Andrea, promotrice culturale dell'evento. Dopo la presentazione del suo libro, abbiamo scambiato qualche battuta con l'autore romano per approfondire i temi chiave della sua poetica: il peso delle aspettative, le deviazioni improvvise della vita e quel confine spessissimo invisibile che separa il dovere quotidiano dal desiderio di fuga.

La narrazione del libro "Solo un giorno" prende il via da uno snodo esistenziale collettivo e familiare: il traguardo della laurea, vissuto non solo come affermazione personale del protagonista Scipione, ma come il riscatto sociale ed economico sperato dai propri genitori. Un’architettura di sacrifici e certezze che sembra pronta a compiersi, fino a quando il destino non decide di deviare il proprio corso. Basta un incontro fortuito, un abito da sera indossato fuori contesto e l'invito a salire su un vecchio ciclomotore per spalancare un'inaspettata crepa nella quotidianità. Sullo sfondo di una capitale al tempo stesso abbagliante e complice, la storia si trasforma in una corsa a perdifiato dove la logica e la pianificazione lasciano il posto all'imprevedibile. Lodoli esplora così la possibilità di far crollare, nel giro di pochissime ore, l'intero castello delle convenzioni: gli anni di studio, le proiezioni altrui e le regole sociali si dissolvono di fronte alla tentazione di reinventarsi da zero, anche a costo di scelte estreme o irrazionali. È la rappresentazione di una vita condensata nello spazio di una sola giornata, in cui coesistono le polarità più opposte dell'esperienza umana — la gioia e lo smarrimento, la responsabilità e il randagismo. Con il suo stile inconfondibile, sospeso tra il realismo urbano e la dimensione favolistica, lo scrittore ci invita a considerare come la realtà non sia un binario rigido, ma un terreno permeabile in cui i sogni continuano a rivendicare il proprio spazio.

Romano, classe 1956, Marco Lodoli unisce da sempre all'attività narrativa un profondo impegno nell'insegnamento e nel giornalismo culturale. Firma storica di casa Einaudi, ha siglato negli ultimi anni titoli intensi e apprezzati da critica e pubblico come Paolina, Il preside e Tanto poco, confermandosi un attento osservatore dei sentimenti contemporanei e delle minute meraviglie del quotidiano. Di seguito riportiamo la nostra intervista all'autore. 

Questo libro è caratterizzato dalla velocità. Scritto tutto d'un fiato, richiama il susseguirsi ininterrotto degli eventi, ma anche il rimuginare mentale continuo tipico dei nostri giorni. E in questa cornice si staglia tuttavia la singolarità e l'irripetibilità di ogni momento. A cosa fa riferimento il titolo "Solo un giorno"?

"Solo un giorno potrebbe chiamarsi anche solo una vita. Quanto tempo abbiamo in fin dei conti a disposizione per realizzare quello che desideriamo, per divenire ciò che siamo? E il  tempo può essere sciupato, può disperdersi in modo opaco, oppure può avere una  contrazione, una ricerca di senso. E' quello che in qualche modo cerca di fare Scipione, il protagonista".

Il libro è un continuo mescolarsi di sogno e realtà. Ma dove finisce uno e inizia l'altra? E soprattutto, come distinguere queste due dimensioni quando, spesso, il vissuto mentale ed emotivo appare più reale della vita di tutti i giorni?

"Mescola, tirando dentro a una cornice reale tutta la sua immaginazione e tutta la sua fantasia, perché appunto, in un giorno, come nella vita, c'è bisogno di entrambe le cose. Di un'adesione al tempo, ma anche di una di un regno fuori dalla realtà".

Nel libro ritorna spesso quest'espressione - il regno appunto -  incarnando un significato profondo: si configura come un lugo fisico capace di "far viaggiare" sull'onda della fantasia. Cosa rappresenta questo concetto per ciascuno di noi e quali sono i privilegi di potersi rifugiare in un mondo immaginario, ma quali potrebbero essere anche i rischi?

"Il regno è il luogo della possibilità, è il luogo dove fuggire, ripararsi. E' un luogo che poi appartiene al mondo, in questo caso perché si identifica con un lunapark. I romanzi sono fatti di immagini, ma sappiamo bene che questo fantomatico regno vive dentro ognuno di noi. Si tratta di tutti quei luoghi magici, di quelle situazioni irripetibili, di quei castelli in aria nei quali ogni tanto dobbiamo andare ad abitare, perché altrimenti tutto ci si accartoccia addosso nel senso della necessità, dell'obbligo, della ripetizione in una in una catena di equazioni a ripetizione che poi impoverisce la vita e la rende infelice".

Nel libro il protagonista si ritrova a fare i conti con aspettative sociali schiaccianti che gli fanno provare impotenza, frustrazione e, alla fine, un senso di vuoto incolmabile. Quel vuoto che, spesso, porta gli individui a diventare dipendenti da sostanze, situazioni e persone tossiche. Come trovare la propria identità nella libertà dai condizionamenti ed essere autentici?

"Io credo che il viaggio fondamentale sia quello verso la nostra naturalezza. In questo senso mi è stato sempre utile leggere il Tao Te Ching di Lao Tze, che invita a cercare la propria spontaneità. Tutto quel sistema di sovrastrutture, che va dai vestiti, ai modi di dire, ai modi di essere. A quella maschera pirandelliana, insomma, che tutti noi portiamo e cambiamo da situazione a situazione, e che non fa altro che toglierci il respiro. Se invece riuscissimo a trovare quella naturalezza che è dentro di noi, ovvere a diventare veramente ciò che siamo, allora la vita potrebbe apparirci anche un viaggio felice. Un percorso autentico la costrizione di dover per forza rispondere a delle aspettative che sono del tutto arbitrarie, fasulle e alla fine soffocanti. La vita è una conflittuale, spesso uno scontro. E' fatta di amarezze, delusioni, di sensi di insufficienza e di inadeguatezza. Però l'arte in fondo è uno dei passaggi che ci permette di allargare i nostri confini, di colorare il grigio. Penso che in quanto esseri umani siamo unici e irripetibili e che non dobbiamo subire nessuna regola già scritta. Siamo tutti qui in una situazione di pericolo, di rischio e comunque destinati alla alla scomparsa un giorno. L'unica cosa che possiamo fare per noi stessi è cercare di vivere sinceramente!".