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Golfo Aranci: intervista a Emanuela Giacco che firma l'opera "Cosmos" per Moby

A bordo della Legacy arrivano le sculture eco-friendly nate dal riciclo

Golfo Aranci: intervista a Emanuela Giacco che firma l'opera
Golfo Aranci: intervista a Emanuela Giacco che firma l'opera
Laura Scarpellini

Pubblicato il 21 May 2026 alle 18:00

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Golfo Aranci. L'artista Emanuela Giacco, che ha eletto Golfo Aranci come sua seconda patria e baricentro della propria ricerca espressiva, firma un nuovo e ambizioso progetto che unisce arte visiva, memoria del mare e sensibilità ecologica. A partire da domenica 17 maggio, gli spazi della Moby Legacy ospitano infatti “Cosmos - Legami celesti”, un’installazione site-specific concepita dall’artista in collaborazione con LamaroArte. L'opera si presenta come un potente dispositivo di connessione estetica e concettuale: un grande globo terrestre interamente intessuto con cime nautiche di recupero, sottratte all’abbandono delle banchine e delle marinerie per essere elevate a materia scultorea viva, capace di ridisegnare la geografia del viaggio.

Su questa trama materica, ruvida e densa di storie salmastre, la Giacco ha tracciato il disegno delle costellazioni e dei segni zodiacali, simboli ancestrali di un’epoca in cui l’astronomia era l’unica bussola del navigante. È una scelta visiva che sposa perfettamente la filosofia di una navigazione contemporanea sempre più consapevole e orientata alla sostenibilità azzerando l'impatto ambientale, proprio come la rotta intrapresa dalle nuove imbarcazioni della flotta.

Nata a L'Aquila nel 1983 ma ormai radicata nel tessuto culturale gallurese, l'artista porta nella sua produzione una sintesi rarissima: il rigore analitico del suo background in ingegneria e la sensibilità tattile dell'arte tessile. La cima, nel suo alfabeto scultoreo, cessa di essere un semplice strumento prosaico e diventa un codice, una metafora dei nodi invisibili che stringono l'umanità al resto dell'universo. C'è una profonda eleganza concettuale nel vedere come la materia grezza del lavoro marittimo si trasformi in una mappa del cielo, ricordandoci che gli atomi del nostro DNA sono gli stessi che un tempo vagavano nel cosmo.

In occasione del debutto dell'opera a bordo, abbiamo incontrato l'artista per esplorare la genesi di questo viaggio tra materia e infinito.

Emanuela, nelle sue sculture eco-friendly la cima nautica di recupero si trasforma da oggetto puramente funzionale, legato alla fatica del lavoro in banchina, in un codice poetico e in materia viva. Che tipo di memoria racchiudono queste corde che ha sottratto all'abbandono e come si sono lasciate piegare per diventare una mappa del cielo?

"Le corde portano addosso una memoria fisica molto forte. Hanno trattenuto sale, vento, tensioni, mani, partenze e approdi. Quando le recupero non vedo un materiale esausto, ma un archivio silenzioso di esperienze umane e della natura. Ogni cima conserva una sorta di energia residua, quasi una biografia intrecciata nelle fibre. Nel momento in cui inizio a lavorarle, non impongo mai completamente una forma: ascolto le loro resistenze, le pieghe naturali, i segni lasciati dal tempo. È come se il materiale stesso suggerisse la direzione. In “Cosmos – Legami celesti” quelle cime diventano una mappa simbolica, una geografia emotiva del cielo. Mi interessava trasformare un elemento nato per ancorare in qualcosa capace invece di evocare apertura, orientamento, infinito".

La sua biografia racconta un punto d'incontro affascinante tra il rigore geometrico dell'ingegneria e la libertà espressiva dell'arte tessile. In 'Cosmos - Legami celesti', come hanno dialogato queste due anime apparentemente distanti nella progettazione e nella resa di una sfera che unisce geografia fisica e visioni ancestrali?

"Per me ingegneria e arte non sono mai state discipline opposte. Entrambe cercano un equilibrio tra struttura e intuizione. L’ingegneria mi ha insegnato a pensare lo spazio, le tensioni, il comportamento della materia; l’arte, invece, mi ha dato la libertà di lasciare entrare l’imprevisto, il gesto, la fragilità, la riflessione. In “Cosmos – Legami celesti” queste due anime hanno dialogato continuamente. La sfera nasce da uno studio molto rigoroso delle proporzioni, dei pesi, delle connessioni interne, ma allo stesso tempo si costruisce attraverso un intreccio quasi meditativo, dove il filo diventa segno e racconto. Mi affascinava creare una forma universale e archetipica come la sfera, che contenesse insieme il linguaggio scientifico delle mappe e quello ancestrale dell’osservazione del cielo. In fondo, sia la geografia sia le costellazioni nascono dal bisogno umano di orientarsi e di sentirsi parte di qualcosa di più grande".


La sua ricerca si focalizza da sempre sul concetto di 'Legami'. Oggi risiede a Golfo Aranci, un luogo dove il rapporto con il mare e la linea dell'orizzonte è quotidiano e totalizzante. In che modo l'energia della Sardegna e la solitudine creativa del suo paesaggio costiero hanno influenzato la sua sensibilità ecologica e la nascita di quest'opera?

"La Sardegna ha avuto un impatto profondo sul mio modo di percepire il tempo e il paesaggio. Vivere a Golfo Aranci significa confrontarsi ogni giorno con un orizzonte aperto, con una natura essenziale ma estremamente sincera. Il mare qui non è soltanto uno sfondo: è una presenza viva che modifica il ritmo del pensiero e della creazione. Il paesaggio costiero mi ha insegnato ad ascoltare di più il silenzio ed i materiali, a riconoscere il valore delle cose consumate dal tempo. Anche la mia sensibilità ecologica nasce da questa osservazione quotidiana: vedere ciò che il mare restituisce, ciò che l’uomo abbandona e ciò che invece la natura continua ostinatamente a trasformare. “Cosmos” è figlia di questa esperienza. È un’opera che parla di connessioni invisibili, ma anche di responsabilità: ogni materiale recuperato porta con sé una domanda sul nostro rapporto con il pianeta e con ciò che scegliamo di lasciare dietro di noi".

Installare un'opera come 'Cosmos' all'interno di una nave in movimento, la Moby Legacy, significa dialogare con un pubblico di passanti e viaggiatori. Che tipo di reazionesi augura di suscitare in chi, magari mentre si sposta nello spazio fisico del viaggio, alzerà lo sguardo verso il tuo intreccio di corde per riflettere sul proprio legame con il tempo e con le stelle?

"L’idea di collocare “Cosmos” all’interno della Moby Legacy mi emoziona molto perché la nave racconta, per definizione, il viaggio dell'uomo, inteso come viaggio fisico ma anche interiore. Le persone salgono a bordo portando con sé attese, distacchi, desideri, ritorni. Mi piace pensare che l’opera possa inserirsi in quel tempo sospeso del viaggio e offrire un momento di contemplazione inattesa. la reazione per me più attesa sarebbe quella di creare una piccola pausa interiore nello spettatore. Vorrei che chi alza lo sguardo verso questo intreccio di corde percepisse, anche solo per un istante, il legame profondo tra l’essere umano e il cosmo, tra l'esplorazione del paesaggio e dell’anima . Le stelle sono sempre state strumenti di orientamento, ma anche simboli di desiderio e di mistero. Se l’opera riuscirà a far nascere una riflessione sul nostro posto nel tempo, sulla fragilità dei legami e sulla necessità di custodirli, allora avrà davvero trovato il suo senso nel movimento del mare. Mi entusiasma inoltre vedere che sempre più il tema della sostenibilità stia entrando nella nostra quotidianità, ed apprezzo molto che una compagnia come la Moby, che si sta impegnando molto per il suo progetto a zero emissioni, abbia scelto il mio linguaggio per trasmettere al prossimo emozioni che riguardano una tematica cosi significativa".