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Olbia, intervista a Gabriella Greison: la rockstar della Fisica italiana

intervista a Gabriella Greison la studiosa che con i suoi libri e con i suoi monologhi teatrali ha democratizzato la fisica

Nomasvello Olbia 1085

Olbia, 23 marzo 2019 – Ricordo bene quel giovedì pomeriggio. In Biblioteca c’era la presentazione del libro su Albert Einstein di una scrittrice che conoscevo poco.

Ma, ci andai, attratta dal grande genio della teoria della relatività e dalla simpatia che traspariva da una sua foto – la linguaccia più famosa del mondo –  e  con la speranza che non si parlasse di fisica.

Morostesa 2019

Non eravamo tantissimi ma posso dire che l’attenzione mostrata dai presenti era come un velo di silenzio, ci avvolgeva tutti, catturati dalla capacità interpretativa di questa ragazza dai capelli ramati con outfit un po’ retrò, dagli occhi verdissimi, espressivi con una bella voce squillante, limpida.

IMG_7042Courtesy Archivio Greison ph. ©Marina Alessi

Recitava un monologo tratto da un suo libro “Einstein e io” edito da Salani, in cui con un linguaggio fresco, semplice e scorrevole raccontava la tormentata storia d’amore tra Albert Einstein e sua moglie, grande scienziata anche lei, Mileva Marić,  prima donna ad esser stata ammessa al corso di fisica al Politecnico di Zurigo,  – un corso per antonomasia maschilista. – Ma, la grande sorpresa fu che la scrittrice, oltre ad esser una fisica affermata, era anche attrice per giunta autodidatta, come scoprii in seguito.

Tutti eravamo chiusi in un silenzio quasi rigoroso, religioso. In realtà “contemplavamo”. Volevamo r/accogliere tutte le  parole.   Non volevamo perderne neanche una.

Sì, la sua voce  s’immergeva nei caratteri dei personaggi e diveniva coinvolgente,  compassionevole, concitata, energica, limpida, ironica, minacciosa, pacata, sottomessa, spaurita e poi vogliamo parlare della voce graffiante, originale, suasiva, virile di Giancarlo Giannini  – che penso riconoscerei anche se distante mille miglia – nelle vesti di Albert Einstein?  Forse, eravamo ipnotizzati.

IMG_7962Courtesy Archivio Greison – ph. ©Gianbattista Turla

La sua voce si diffondeva invadendo il nostro senso, l’udito e la nostra immaginazione quella di averli tra noi. Ammaliati da questa performance quando finii – quasi ci  rimanemmo male – io come spinta da una forza innaturale dissi: “Mi hai ricordato i monologhi di Franca Rame ai tempi dell’università”.

Mi sarei pestata la lingua. Da timida, improvvisamente ero diventata loquace. Applausi scroscianti, lunghi, lunghississimi come lo stupore e la meraviglia che aveva ammaliato un po’ tutti.

Ricordo le parole del direttore, Marco Ronchi,  dal sapore di una promessa “Verrà quest’estate” . Ed eccoci al firma copie e con una sfacciataggine che mai avrei creduto di avere le chiedo un’intervista.

Ero certa che non solo dai suoi testi ma dalla carica di energia, dalla capacità didattica, dalla sottile delicatezza con cui faceva introspezione psicologica dei personaggi che si legavano alla sua esperienza di vita, tutti avremmo potuto imparare qualcosa che forse era sfuggito.

Consiglio di leggere tutti i testi che lei cita, perché è una rarità trovare una fisica che trasmette con semplicità e leggerezza argomenti complessi, ma anche per  la riabilitazione della donna in un contesto storico che ancora la relegava ai margini.

E ancora, per la sottile ironia – con la quale Gabriella descrive i personaggi vissuti – in un’ epoca di grande fermento culturale e di innovazioni scientifiche. Infine per l’umanità che avvicina il fisico all’uomo normale, semplice, con i suoi limiti e sfumature caratteriali, riflessi del nostro essere umani. E ora, le sue parole.

Dalla tua lunga biografia si evince una vita subordinata ad una passione intensa verso tutto ciò che hai fatto e che fai, forse l’inquietudine dell’uomo moderno alla ricerca di un qualcosa che gli faccia capire e assaporare il vivere. Come se tu stessa non avessi trovato ciò che cercavi. O forse una sfida con te stessa. Comunque si denota la grande capacità di mettersi in gioco in attività lavorative con sfumature differenti.

Come ti ri/vedi se pensi agli anni in cui lavoravi in radio o facevi la reporter? Vuoi raccontarci qualcosa di questa esperienza?

È stato strano: quando mi sono laureata in fisica a Milano mi è venuto il desiderio grande di dire a tutti quanto è stato bello: i professori che ho seguito, con cui ho studiato, da cui mi sono fatta inebriare di racconti erano strepitosi. Loro mi hanno fatto vedere la fisica, prima – al liceo – non se ne ha minimamente la percezione di quanto tutto quello sia bello. Loro mi hanno fatto conoscere i grandi fisici del XX secolo come se fossero amici con cui parlare ogni giorno. Ed erano personaggi molto interessanti. Decisi di andare a Parigi per lavorare in un gruppo di ricerca internazionale, perché l’ambiente scientifico mi attraeva parecchio: e così è stato all’Ecole Polytechnique, dove ho conosciuto fisici molto in gamba e di livello eccezionale. Con il merito che prevaleva su ogni altro aspetto. Sono tornata in Italia con l’idea di portare il racconto della fisica, come lo avevo vissuto io, in una forma leggibile per tutti. Volevo creare la narrativa della fisica: che mancava in Italia, come in Europa. Mi proposi ai grandi quotidiani, ma mi presero per una spocchiosa pivella. Io dicevo: “ma io sono laureata in fisica”, insistevo con loro, dicendo che mancava questo punto di vista. Ma, niente.

E così entrai nelle porte che mi si aprivano più facilmente: quindi iniziai con Radio Popolare, e anche con Il Manifesto. Entrambi i posti sono stati accoglienti per me. Lì potevo fiorire. E iniziai il mio percorso. In Radio creai “42 la scienza in cerca di domande”. E sul quotidiano scrivevo. Crescevo di giorno in giorno. Divenni giornalista professionista. Nel frattempo presi l’abilitazione per l’insegnamento e insegnavo nei licei, fisica e matematica. Collaboravo anche con l’università. Dopo due anni così, potevo ancora continuare con la trasmissione e i miei articoli, se volevo, ma capii che per crescere ancora dovevo cambiare. E così entrai in altre porte che mi si aprirono. Radio Tre, poi Radio Due. E poi iniziai a scrivere di tutto, non solo di fisica e di scienza. Perché se uno ha la passione della scrittura, e gli piace scrivere, se con la scrittura esprime qualcosa che non c’è, se con la scrittura sta correndo in una prateria che sa solo lui qual è, non importa di cosa scrive. È una regola che mi hanno insegnato i grandi giornalisti.

L’amore per la scrittura si è palesato intorno ai 30 anni quando lavoravi a Radio Popolare. Allora facevi la giornalista e avevi pubblicato L’insostenibile leggerezza di Effenberg in cui parlavi del mondo che ruota attorno al calcio. Intorno al 2017 inizi a focalizzare la tua scrittura sul mondo legato alla fisica.

Quando hai sentito l’esigenza di riscrivere e narrare eventi come il Congresso di Solvay  del 1927 o storie di personaggi a cui hai dato un’anima e qualità umane che spesso non traspaiono dalle biografie?

Quando mi sono laureata in fisica avevo la fissa per la foto scattata nel 1927, la vedevo ovunque. Poi a Parigi, all’Ecole Polytechnique era una gigantografia all’ingresso. Era un’ossessione quella foto per me. E così appena capii che poteva essere il momento giusto, andai a Bruxelles e mi misi a fare le ricerche per approfondire quella foto. Ricerche che durarono anni. Andavo avanti e indietro dall’Italia in Belgio. Finalmente, quando le cose stavano cambiando e tirava l’aria giusta, capii che quelle ricerche potevano diventare un romanzo. Il romanzo è stato “L’incredibile cena dei fisici quantistici”, edito da Salani. Un buum pazzesco. È tutt’ora in continua ristampa. Pochi mesi fa ho anche registrato l’audiolibro per Audible.it .

E dopo il romanzo ho creato “1927 Monologo Quantistico”, perché alle presentazioni del mio romanzo nel 2016 venivano centinaia di persone, e allora un regista milanese (Emilio Russo) si è incuriosito e mi ha proposto di portare nel suo teatro il monologo che da sola portavo nelle librerie, negli auditorium. Facemmo un lavoro, e creammo la versione teatrale. Da allora abbiamo fatto oltre 170 repliche nei teatri di tutta Italia, quasi tutti sold out, soltanto a Milano siamo arrivati a 50 repliche. Continuiamo ancora, malgrado io sia poi arrivata a creare altri tre monologhi, da altrettanti romanzi. Sul mio sito www.greisonanatomy.com c’è il dettaglio di tutti questi miei lavori e dove trovarmi nel calendario, con tutte le prossime date. (clicca qui)

Courtesy Archivio Greison – ph. ©Gianbattista Turla

Hai lavorato 4 anni come reporter de Il Fatto Quotidiano occupandoti di varie tematiche estranee al tuo mondo di fisica. Interessanti i dossier sulla Silicon Valley, sul quartiere di Bruxelles in cui l’Isis recluta adepti e in vista dei Mondiali 2022 ti sei recata a Doha.

Ci vuoi parlare dell’esperienza che ti ha più colpita e che ti ha lasciato tracce indelebili. Non mi riferisco solo alle differenze socio-culturali ma al valore umano non visibile ma importante. Inoltre, come vivevi le tue trasferte all’estero?

Mi sono semplicemente incuriosita al mondo. Esattamente come mi ha insegnato la fisica. Io viaggio da sola fin da quando avevo 18 anni, quindi per me è stato naturale. Come ho detto prima, non importa l’argomento, se ti piace scrivere, lo puoi fare con tutti i temi. E quelli erano temi che mi incuriosivano, e c’era la notizia. E nessuno ne scriveva. Il fiuto per la notizia mi ha portato ovunque, è stato divertente. È stato un gioco, per me. Sono stata l’ultima ad aver intervistato Giulio Andreotti. Sono stata l’ultima ad aver intervistato Rita Levi-Montalcini. Sono stata l’ultima ad aver intervistato Margherita Hack. Pazzesco, non credi?

Hai visitato la Silicon Valley, centro avanguardistico dell’informatica e di tutto ciò che concerne l’web, dove a parte l’efficenza lavorativa si hanno ritmi di lavoro che limitano la vita privata. Cosa pensi al riguardo?

È molto interessante. Mi ha incuriosito parecchio, anche perché nessuno me la raccontava bene: dunque, ci sono andata di persona. E una volta che io vado in un posto, e trovo una notizia, è inevitabile che la scriva.

Analizzando quei sistemi lavorativi, per esempio Google che tu hai visitato, potresti suggerire elementi che potrebbero giovare ad avviare start up nella nostra isola?

Non so.

Dopo il periodo giornalistico sei ritornata alla tua vocazione/passione originaria. Raccontaci, anche tu folgorata sulla via del ritorno?

Non c’è una via di ritorno, perché in realtà non l’ho mai abbandonata. Ad un certo punto, è stato il momento di pubblicare “L’incredibile cena dei fisici quantistici”. Prima non era possibile. Prima, era come se i fisici dovevano parlare solo come i fisici accademici, quelli che Einstein chiamava i ‘paludati accademici’. Poi, il successo del libro di Carlo Rovelli ha aperto la strada, e io mi sono messa in scia. Avevo già tutto, avevo la storia che era una bomba, ero pronta. Ed ero donna. Un primato pure il mio.

La bellezza dei tuoi testi risiede oltre che in una scrittura coinvolgente, briosa a tratti leggera, ironica, nella semplicità con cui permetti a tutti noi di avvicinarci ad un mondo per complessità, rigoroso, impostato, rigido. O come noi pensavamo fosse. E così doni umanità a questi grandi scienziati. Ne accorci le distanze. Gli spazi si annullano e un po’ le differenze. Anche loro con menti acute e intelligenti sono simili a noi. E anche la loro vita è stata segnata da luci e ombre, un po’ come la nostra. Sembra quasi che tu gli permetta di rinascere. Epifanie di umanità.

C’era un progetto legato alla riscrittura? A parte le scoperte scientifiche che hanno migliorato la nostra contemponeità. Possiamo dire che i tuoi testi li hanno resi nostri contemporanei?

Sì, mi piace quando mi viene attribuita questa conquista. Questo primato. Ho creato una narrativa della fisica che non c’era. Dopo “L’incredibile cena” è stato il momento di “Sei donne che hanno cambiato il mondo” (per Bollati Boringhieri) da cui ho fatto nascere il monologo “Due donne ai Raggi X – Marie Curie e Hedy Lamarr, ve le racconto io”, lo porto anche a Vienna a marzo, nella città natale di Hedy. Dopo ho pubblicato “Hotel Copenaghen” (per Salani) sulla scuola di Copenaghen creata da Niels Bohr, un posto magnifico che non potevo non raccontare. Ecco le mie esigenze: scrivo romanzi perché ci sono storie che ‘non posso non raccontare‘. Poi ho pubblicato “Einstein e io” da cui ho fatto nascere “Einstein & me” il monologo teatrale sulla vita di Mileva Maric, ho fatto un lavoro con la regista (Cinzia Spanò) strepitoso, lei è bravissima, e io con lei di fianco ho imparato tanto: l’ho portato in due teatri da mille posti, pieni, è stata un’emozione che non ha eguali. Lo porto anche a Zurigo a fine marzo, esattamente dove ho fatto le ricerche, e poi anche a Novi Sad, nella città natale di Mileva, dove mi hanno invitato e dove tradurranno il libro in serbo. I cerchi si chiudono sempre. L’ultimo romanzo è “La leggendaria storia di Heisenberg e dei fisici di Farm Hall”, in cui racconto di una storia formidabile e che nessuno conosce, all’interno della villa di Farm Hall: il nuovo monologo debutta il 10 maggio al Teatro di Sori, è prodotto dal Teatro Pubblico Ligure e ha la regia di Sergio Maifredi. Farm Hall è stato il primo Grande Fratello coatto della storia, fatto solo con i fisici. A corredo faccio anche la storia di Lise Meitner, e l’approfondisco in uno spazio a parte. Il racconto delle grandi donne della scienza, visto il periodo che stiamo vivendo, è il mio faro.

IMG_9081Courtesy Archivio Greison – ph. ©Gianbattista Turla

Dai tuoi libri traspare una forza di semplificazione e umanizzazione straordinaria. Semplicità, coinvolgimento, capacità didattica sono i tre elementi che personalmente mi hanno colpito. Hai seguito corsi di scrittura creativa per definire i personaggi? Che ruolo hanno i dettagli?

I dettagli sono tutto. Ho lavorato su me stessa. Da sola. Autodidatta. Anche Einstein faceva così… L’ho fatto per tanti aspetti della mia vita. Anche quando volevo imparare ad andare su un surf da onda, guardavo ore, osservavo i più bravi, e poi emulavo.

L’analisi di forme matematiche sembra sorreggere dinamiche caratteriali, di personalità o sociali. Ovvero sembra che tu voglia tradurre le formule in istanti di vita. Lo trovo magnifico. Ci vorresti parlare di questi passaggi?

Si, parlo di formule, di teoremi e li mischio al lato umano dei fisici. Il mio racconto è sui fisici del XX secolo perché loro mi piacciono più di tutti gli altri: sono quelli che hanno creato il nostro mondo.

Dalla scrittura alla recitazione. Oggi incanti platee. Ricordo bene il tuo monologo tratto dal libro Einstein ed Io alla Biblioteca Simpliciana di Olbia che ha folgorato tutti i presenti. Rapiti dalle tue parole e quelle di Giancarlo Giannini. Seguendoti sui social tutta l’Italia sembra si stia innamorando della fisica merito dei tuoi libri e dei tuoi brillanti monologhi. Tutti sold out. Penso che il segreto dipenda oltre dalla capacità interpretativa, dall’empatia e molto dalla tua semplicità e umiltà, valori che ti hanno sempre contraddistinto.

Cosa pensi al riguardo? Perché questo amore verso la fisica? Inoltre per essere vincenti e realizzare i propri sogni, come nel tuo caso, quali suggerimenti daresti ai giovani d’oggi?

Ho lavorato molto sul mio modo di parlare in pubblico, sul linguaggio. All’inizio emulavo quelli più bravi di me. Inizio sempre così una cosa che non so fare. Per la scrittura, agli inizi, copiavo gli attacchi di Hemingway. Per il racconto orale, agli inizi ho trovato la mia ispirazione più grande in Carlo Lucarelli: sono sempre stata affascinata dai suoi libri, e dal suo modo di parlare. La gente a teatro mi diceva che gli ricordavo lui: eh certo, io a casa mi mettevo davanti allo specchio e cercavo di parlare come lui! Poi ho trovato la mia strada, ho lavorato su me stessa su come cambiare, su come trovare la personalità che mi rispecchiasse meglio. Ma continuo ad adorare Carlo Lucarelli, non ci posso fare niente, appena lo vedo in tv mi fermo e ascolto con molta attenzione cosa dice. Poche persone catalizzano la mia attenzione come lui: un’altra è Francesco De Gregori. Sogno un’ora a teatro con lui: lui che mi fa domande sulla fisica e io che gli faccio domande sulla vita, sulla sua spiritualità. A me mancano esattamente le cose che lui racconta, ho letto tutte le sue interviste. Lo stimo molto. Io nel camerino prima di ogni spettacolo canto le sue canzoni per caricarmi: una volta un tecnico simpatico mi ha ripreso e lo ha messo sui social: ti dico solo che quel video ha migliaia più visualizzazioni di quando parlo di fisica. Ma torniamo a me: ora ho creato la mia narrativa della fisica, e quindi posso esprimermi lì dentro. A teatro poi su di me hanno lavorato fior fiori di registi teatrali bravissimi, e di lunga esperienza: devo tantissimo a loro. La mia sicurezza sul palco, il mio modo di occupare gli spazi. Io continuo a crescere, inarrestabile, giorno dopo giorno, non mi fermo un attimo, di crescere, di imparare, vado sempre avanti. Sono fatta così.

Un consiglio da dare ai ragazzi? Gliene do tutte le volte che mi fermano dopo un monologo nei teatri. Dico a tutti di oziare. E poi: non state dove non potete fiorire.

L’eroine dei tuoi libri. Tra desiderio di emancipazione e soffocamento di una società maschilista. Ieri e oggi. Possiamo dire che le differenze si stiano armonizzando?

Sì, io racconto le donne del passato che hanno dato la possibilità a me e a tutte noi oggi di realizzare i nostri sogni. È come se ricevessimo un testimone da loro, e io lo porto in giro fiera nei teatri. Nel mio nuovo monologo “La leggendaria storia di Heisenberg e dei fisici di Farm Hall” c’è il racconto nella seconda parte di Lise Meitner, che potrebbe avere uno spazio tutto suo, se me lo chiedono. Le donne della scienza che racconto sono le mie eroine. E specchiandomi nelle loro vite vedo riflessa la parte di me stessa di cui prendermi cura come il più prezioso dei regali della vita.

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Courtesy Archivio Greison – ph. ©Marina Alessi

La vita come mezzo di conoscenza: con questo principio nel cuore si può non solo vivere valorosamente, ma anche vivere gioiosamente e gioiosamente ridere.” Con queste parole di Friedrich Nietzsche voglio sintetizzare ciò che si evince dalla vita di un’artista creativa con una weltanschauung  molto aperta e curiosa. Si può riflettere sulle implicite potenzialità della stessa. Ogni momento vissuto ci modifica. L’esperienza acquisita, sia positiva o negativa, aiuta ad intravvedere  sempre nuovi orizzonti e vivere la vita come una sorta di avventura e crescita,  a trovare quella forza che ci aiuta a ri/trovare nuovi percorsi alternativi. Ma con un grande faro davanti ai nostri occhi la passione autentica aiuta a districare i sogni. E infine a realizzarli. E per usare le parole di Gabriella verso i ragazzi “non state dove non potete fiorire”.

Ringrazio a nome di Olbia.it Gabriella Greison per la sua gentile disponibilità nel permettere questa intervista. La rincontreremo questa estate nella rassegna letteraria estiva della Biblioteca Sempliciana – Sul Filo del Discorso – con un nuovo brillante monologo teatrale. Non mancate!

©Lycia Mele Ligios 2019

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