Friday, 26 June 2026
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Pubblicato il 26 June 2026 alle 09:00
Federico, partiamo dalle radici. Come è nato il suo interesse per la storia della sua famiglia?
"Tutto nasce da una vicenda incredibile, al limite del paranormale. Era un giorno di primavera del 1990. Due ragazze avevano convinto me ed un carissimo amico, a consultare una veggente: “E’ una donna specializzata nella scrittura automatica”, ci spiegavano mentre, correndo sull’autostrada, io e il mio amico sghignazzavamo scettici sotto i baffi. La veggente ci accolse cordialmente e ci offrì pure il pranzo. Poi, dopo mangiato, cominciò a farci domande. Infine, seduta in poltrona, prese in mano una penna e un foglietto di carta, socchiuse gli occhi e, prima piano, poi a scatti, cominciò a muovere la penna, in maniera, apparentemente, involontaria. Quando venne il mio turno, la penna cominciò a muoversi più a scatti del solito; il foglio si coprì di scarabocchi e, dopo un tempo più breve di quello dei miei amici, apparve il responso: “Marmo mio ti vuol conoscere, marmo mio ti vuol parlare!”. “Che vuol dire?” Le chiesi. “Non lo so – rispose – Sentivo i canti dei pastori sardi e stavo quasi per perdere conoscenza! Ma stai certo che, quando andrai in Sardegna, vedrai qualcosa che ti impressionerà molto, e capirai!”. Mi sposai, e, dieci anni dopo, tornai sull’isola con mia moglie e mia figlia. Incontrai il cugino olbiese di mio padre: “I Bardanzellu provengono da Luras, nell’Alta Gallura. Lì nacque mio nonno, il tuo bisnonno!”. Convinsi mia moglie e mia figlia a recarci “in gita” sino a Luras. Una cinquantina di chilometri per una strada tutta curve e semideserta. Giunti alla periferia del paese, ci apparve l’ingresso del cimitero. Non so per quale motivo chiesi a mia moglie di entrarvi. Sotto un sole cocente, sulla destra apparve subito la cappella Pala-Bardanzellu-Mossa. Più avanti la tomba di Domenica Bardanzellu. A sinistra, di lato: Giò Santo Bardanzellu. Non so se sentii anch’io, come la veggente di Cassino, i canti dei pastori sardi. Di certo rimasi profondamente impressionato. E finalmente capii: il marmo che mi voleva conoscere e parlare era quello delle pietre tombali dei miei antenati. E mi detti una missione: avrei scoperto e rivelato la loro storia"
È stata questa la scintilla che l’ha spinta a trasformare la storia della sua famiglia, come si evince negli articoli da Lei pubblicati su Olbia.it, in una ricerca pubblica?
"Esatto. Da allora ho riempito la mia casa di libri sulla storia della Gallura, di Olbia e di Luras; ho consultato, fotografato e “radiografato” gli atti degli Archivi di Stato e parrocchiali. Ho realizzato un sito internet sui Bardanzellu, sinché sono giunto alla pubblicazione del volume: “La Saga dei Bardanzellu” (Trento, Edizioni del Faro). Proprio nell’introduzione del libro ho narrato anche la vicenda sopradescritta".
Chi frequenta gli archivi cerca risposte, ma a volte trova sorprese. Qual è il documento più inaspettato che ha scovato tra le carte d’epoca?
"Il sardo, nell’immaginario collettivo dei continentali – e soprattutto dei Romani, che si credono depositari del sapere e della civiltà – è considerato un personaggio mezzo pastore e mezzo bandito, chiuso in sé stesso e impermeabile alle novità e al progresso sociale. Io stesso ritenevo che, tornando indietro nel tempo da mio nonno (che nel lontano 1905 sbarcò a Roma per studiare) in sù, anche ai miei antenati si potesse applicare questa immagine stereotipata. Le ricerche mi hanno clamorosamente “sbattuto in faccia” un’altra storia. Per prima cosa, il cognome Bardanzellu deriva dal mestiere di “barracello a cavallo”. L’esistenza della funzione del barracello, sino alla metà dell’800, dimostra un’organizzazione sociale che nasce dal basso, tra gli allevatori sardi. Erano gli stessi allevatori che, autotassandosi, si assicuravano contro i furti di bestiame, affidando a due barracelli nominati dal comune (capitano e tenente) il compito di recuperare i capi rubati. In caso contrario, i barracelli erano costretti a rimborsare agli allevatori il premio pattuito. Sinceramente, nella desolata campagna romana dell’epoca papalina non si rileva nulla di paragonabile a questa interessante organizzazione sociale. Inoltre, ero pressoché certo che – forse addirittura il mio bisnonno ma la stragrande maggioranza di quelli della sua generazione – fossero tutti analfabeti. Gli atti da me consultati, invece, hanno dimostrato che, quanto meno dalla seconda metà del ‘700 in poi, tutti i miei antenati maschi (e spesso anche le donne) sapessero leggere e scrivere. Il mio stesso bisnonno (tanto bistrattato nei racconti di mio padre che lo considerava poco più di un chiacchierone nullafacente) era invece un maestro elementare. Ma ciò che mi ha stupito di più è il fatto che nella città di Olbia, tra la fine del ‘700 e il primo decennio dell’800, tutte le più importanti cariche amministrative fossero in mano a membri della mia famiglia, in un contesto dove poche decine di persone erano in grado di leggere e scrivere. Erano Bardanzellu i notai, il segretario e il ragioniere comunale, i comandanti della milizia e della cavalleria cittadina, il deputato di sanità".
Per chi vuole iniziare a cercare i propri antenati, qual è l'errore più comune da evitare?
"Sicuramente è imprescindibile esaminare gli atti liberi da preconcetti di sorta. Per quanto riguarda il mio caso le sorprese sono state positive ma potrebbe capitare il contrario".
In un'epoca dominata dal digitale e dall'istantaneo, come può la genealogia aiutare i giovani sardi a comprendere il domani?
"L’Arpinate Marco Tullio Cicerone ci ha insegnato che “la storia è maestra di vita”. La genealogia non è altro che la storia della propria famiglia. Personalmente sono convinto che tutte le “saghe familiari” siano il risultato di un microcosmo che, accorpato a infinite altre galassie di individui e di famiglie formano il macrocosmo della storia umana. È un po’ il concetto della trasmissione televisiva “La storia siamo noi”: la grande storia, i grandi avvenimenti della vicenda umana sono formate da infinite “piccole storie”, quelle degli individui e delle loro famiglie. Ai giovani sardi posso dire questo: i registri anagrafici consultati mi hanno clamorosamente convinto dell’inesattezza della presunta unità etnica del popolo sardo. A Olbia, già nell’800, i registri (che partono dal 1866) evidenziano una forte e qualificata immigrazione dal continente di persone (e famiglie) che hanno inciso particolarmente nella vita cittadina. L’attuale sindaco è di origine emiliana. L’attività più caratterizzante (la mitilicoltura) si è sviluppata grazie all’apporto di una famiglia tarantina (i De Michele) che ha espresso anche uno dei più importanti sindaci del II dopoguerra. Il fondatore della Banda cittadina (Mibelli) era elbano. I ponzesi si sono introdotti in moltissime attività e hanno introdotto il loro santo patrono (San Silverio) accanto ai più importanti santi cittadini. Il farmacista Giorgini era marchigiano. E così via. Se moltiplichiamo tale fenomeno per centinaia o migliaia di anni se ne deduce che è aleatorio parlare di etnia sarda, così come è aleatorio parlare di etnia italiana. Tutto ciò nonostante i frammentari responsi della paleogenetica che, a ben guardare, ci indicano soltanto due delle infinite componenti genetiche del nostro DNA (quella mitocondriale e quella nucleare)".
Nel suo racconto "In viaggio con Jagu Iscriccia" rievoca le feste degli stazzi. Quale atmosfera di quel mondo rurale avverte come perduta nella Sardegna moderna?
"Sinceramente, nel mio piccolo non mi sento particolarmente in grado di esprimere un giudizio così complesso e per il quale bisognerebbe essere in possesso di conoscenze troppo approfondite in proposito. Ritengo però che le generalizzazioni siano sempre riduttive e imprecise. Il mondo rurale degli stazzi è, più che altro, riferibile alla Gallura. Ma la Gallura è soltanto una parte della Sardegna, anche se per noi galluresi (perché ormai mi sento anch’io gallurese) ne rappresenta la crème. Più interessanti, sotto il profilo etno-antropologico – a mio parere – sono le rievocazioni mascherate del periodo di carnevale, che si svolgono in svariati paesi: Mamoiada, Ottana, Orani, Laconi Paulilatino, S’Ulà Tirso ecc. Secondo me sono le reliquie di un ancestrale totemismo, risalente addirittura al periodo pre-nuragico. Ne ho scritto anche alcuni articoli ma, a questo punto, penso che sia meglio trattarne in una prossima intervista".
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