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Bianca, Cronaca

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, eolico sì o eolico no?

Esaminiamo brevemente i progetti presentati prima di giungere alle conclusioni

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, eolico sì o eolico no?
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, eolico sì o eolico no?
Federico Bardanzellu

Pubblicato il 31 July 2026 alle 15:00

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Olbia. Lo scorso 23 luglio 2026 la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo lo stop della Regione Sardegna alla realizzazione di impianti eolici. Secondo i giudici, la Regione ha ecceduto i limiti delle proprie competenze statutarie. Sembrerebbe una battuta ma, in tempo di rincari dei costi energetici, la Giunta regionale sarda aveva contestato la realizzazione sull’isola degli impianti eolici. Trascurando l’esigenza di abbandonare i combustibili fossili responsabili dell’aumento della temperatura globale. Non tenendo inoltre conto che l’eolico è, forse, la componente principale delle energie rinnovabili. I più rumorosi, sull’isola, avevano contestato il consumo di suolo a spese del paesaggio provocato dagli impianti eolici. Dissentivano inoltre il fatto che i gruppi industriali impegnati nell’eolizzazione della Sardegna fossero grandi multinazionali. Soggetti il cui unico scopo sarebbe stato quello di fare affari sulla pelle dei sardi stessi. Il Consiglio regionale aveva tentato di smorzare i toni del dissenso approvando la Legge oggi dichiarata incostituzionale. Cosa ci fosse di vero e quanto di meramente di polemico (forse addirittura autolesionistico) nelle proteste, esaminiamolo insieme.

Per quanto riguarda il consumo di suolo, siamo andati a consultare le statistiche. È emerso che la Sardegna è tra le ultime regioni italiane per quanto riguarda il suolo consumato. Meno di lei ci sono solo la Basilicata e la Valle d’Aosta. La localizzazione di nuovi impianti eolici in Sardegna quindi, ha una giustificazione statistica maggiore di quella di altre regioni italiane. Forse potrebbe esserci un impatto maggiore sul paesaggio. Ma – secondo la Corte - andrebbe esaminato caso per caso e prima dell’approvazione delle autorizzazioni. Non escludendo a posteriori la realizzazione di tutti gli impianti, come tuona l’Unione Sarda, una delle due testate principali dell’isola. Per quanto riguarda l’ostilità alla penetrazione di presunte imprese multinazionali, ci permettiamo di porre alcune domande. La situazione del XXI secolo è differente rispetto all’epoca delle “sette sorelle” e di Enrico Mattei (anni cinquanta). Oggi abbiamo l’Unione Europea dove i capitali possono circolare senza preclusioni di sorta. Un’impresa italiana (anche sarda) può investire in Polonia, così come una finlandese può investire in Italia. Opporsi a ciò sarebbe un vano tentativo di far tornare indietro la ruota della storia

Inoltre, i proprietari delle aree su cui dovrebbero sorgere gli impianti hanno già venduto le stesse agli investitori. Oppure hanno già stipulato i contratti di affitto, in molti casi introitando i primi importi. Se gli impianti non venissero realizzati sarebbero sorti altri contenziosi, a spese dei contadini sardi. E i comuni oggetto dell’intervento non avrebbero più introitato i canoni previsti. Sotto il profilo economico-produttivo, l’installazione di impianti eolici In Sardegna sembrerebbe ampiamente necessario. La produzione locale di energia elettrica, infatti, vede ancora una netta prevalenza delle fonti fossili (circa 66-67%) rispetto alle fonti rinnovabili (circa 33-34%). La fonte principale (48-53%) è generata dal termoelettrico a carbone, fornito dalle centrali di Fiumesanto e Sulcis. Sono due delle ultime quattro centrali a carbone ancora in funzione in Italia. La prima è controllata dal gruppo ceco EPH, una grande holding energetica internazionale con sede a Praga. La seconda è controllata dall’Enel.

Il termoelettrico a petrolio (14-18%) deriva principalmente dall'impianto Sarlux di Sarroch, che utilizza il gas di sintesi generato dagli scarti pesanti di raffineria. È controllata da Vitol, un gruppo multinazionale di origine olandese subentrato alla famiglia Moratti. Come si vede le c.d. “multinazionali” sono già ampiamente presenti nell’attuale sistema energetico sardo. Le energie rinnovabili sono invece attive con l’eolico per un 15-18% e con il solare per un 12-14%. I 18 bacini idroelettrici realizzati negli anni della ricostruzione contribuiscono oggi soltanto per il 3-4%. Pressoché totale è l’assenza del gas naturale a causa della mancanza storica di una rete di metanodotti collegata al continente (o all’Algeria). Come si vede le fonti fossili contribuiscono ancora al fabbisogno attuale della Sardegna per il 65-70 %. La loro sostituzione con energia rinnovabile a basso costo è quindi, dal punto di vista economico e ambientale non più rimandabile. Va detto, peraltro, che la Sardegna già produce (circa 12 TWh) complessivamente il 50% di energia elettrica in più di quanta ne consumi internamente (circa 8 TWh). L'energia in eccesso viene esportata verso il continente e la Corsica tramite i cavi sottomarini.

Il piano nazionale prevederebbe per la Sardegna l'uscita totale dal carbone (phase-out) entro il 2028. Questo traguardo dovrebbe essere raggiunto con l'espansione di eolico e solare e il potenziamento dei sistemi di accumulo (es. pompaggi e batterie). Sarà realizzato il il Sardinian Link, per la connessione energetica tra il Nord e il Sud dell'isola. Nonché il Tyrrhenian Link, l'infrastruttura sottomarina che collegherà la Sardegna (Cagliari) con la Sicilia (Termini Imerese) e la Campania (Battipaglia). Questo significa che una parte dell'energia eolica in progetto sarà destinata ad alimentare nuovi processi industriali come la produzione di idrogeno verde. Ma la stragrande maggioranza della produzione dovrà essere esportata verso la Penisola e verso il resto d'Europa. Si ipotizza infatti che l’isola produrrebbe una quantità di elettricità pari a 4-6 volte il fabbisogno della sua popolazione e delle sue industrie. È questo il motivo per cui i “sardi rumorosi”, guidati dall’Unione Sarda, avverserebbero quella che chiamano "servitù energetica". L’isola subirebbe un impatto paesaggistico e territoriale a beneficio del fabbisogno di altre regioni (o dell’estero).

Esaminiamo brevemente, allora, i progetti presentati prima di giungere alle conclusioni. Circa la metà degli impianti “sardi” previsti è localizzato in alto mare. Spesso oltre la linea dell’orizzonte. Sono tutti impianti galleggianti o “flottanti” perché la profondità del mare a largo ne rende proibitivo l’aggancio al fondo. Non vi è quindi in tali casi alcun consumo di suolo né impatto sul paesaggio. Sono in parte promosse da Plenitude (Eni) ma anche da colossi danesi o multinazionali spagnole. Non mancano però joint venture o sviluppatori indipendenti. Gli impianti sardi a terra sono promossi, tra le imprese italiane, dalla Sorgenia, da Sardinia Green Energy S.r.l. e da Sardeolica Srl (Gruppo ERG). Quest’ultimo soggetto è uno storico operatore del settore eolico presente in Sardegna. Non manca però la citata multinazionale tedesca leader europea nelle rinnovabili. Sono presenti inoltre gruppi energetici portoghesi e spagnoli e, anche qui, sviluppatori indipendenti e fondi d'investimento. Sono tali impianti i principali destinatari del dissenso della popolazione e dell’attuale giunta regionale.

La Regione ha infatti approvato una legge (DDL 45) individuando criteri rigidi per l'installazione di aerogeneratori. Tra gli altri, la vicinanza ad aree già vincolate e a beni archeologici. Si è prevista l’introduzione di fasce di rispetto da centri abitati e terreni agricoli di pregio. In sostanza, la legge avrebbe interdetto la realizzazione di pale eoliche in oltre il 90-95% del territorio regionale. Ma i consiglieri regionali, purtroppo per loro: «hanno chiuso la stalla dopo che sono scappati i buoi». Le società proponenti che avevano presentato istanza prima dell'approvazione delle nuove norme regionali hanno presentato un'ondata di ricorsi. La magistratura amministrativa si è quindi pronunciata bocciando i blocchi e le moratorie della Regione Sardegna. A tali ricorsi si è aggiunto – come detto – quello dello Stato centrale alla Corte Costituzionale per conflitto di competenza.

La Corte aveva già accolto il ricorso del Governo contro la precedente legge regionale 20/2024, giudicando incostituzionale il blocco generalizzato e retroattivo dei progetti energetici. Con Ordinanza n. 115/2026 ha trasmesso gli atti al TAR Sardegna e al TAR Lazio per un riesame dei restanti profili di legittimità delle mappe sarde. Il vari TAR (Lazio e Sardegna) si sono allineato rigidamente ai dettami della Corte Costituzionale. I progetti sono stati sbloccati con una serie di oltre 20 sentenze consecutive. Il TAR ha sostanzialmente stabilito che la classificazione di un'area come "non idonea" da parte della Regione non può tradursi in un divieto assoluto e automatico. Il TAR Sardegna ha quindi annullato i provvedimenti di sospensione della Giunta regionale. Infine si è avuta la citata sentenza della Corte Costituzionale n. 144 di pochi giorni fa. A questo punto, secondo il nostro personalissimo parere, correttezza istituzionale vorrebbe che la Giunta regionale si dimetta. Ma, come detto, è solo un personalissimo punto di vista di chi scrive.