Thursday, 09 April 2026

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Tempio ritrova Alice: sul palco una De André oltre il mito

L'artista si confida in un incontro tra ricordi, teatro e Sardegna.

Tempio ritrova Alice: sul palco una De André oltre il mito
Tempio ritrova Alice: sul palco una De André oltre il mito
Laura Scarpellini

Pubblicato il 09 April 2026 alle 07:00

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Tempio Pausania. Esistono eredità che non si misurano in beni materiali, ma in echi, visioni e, inevitabilmente, in silenzi da colmare. Il prossimo 18 aprile, alle ore 21:00, il Teatro del Carmine si farà scrigno di un evento di rara delicatezza: l’unica tappa sarda del tour di Alice De André, protagonista del suo spettacolo dal titolo programmatico e quasi provocatorio “Alice (non Canta) De André”.

Lontana dalla tentazione del ricalco o della facile celebrazione, Alice sceglie la via più impervia e autentica: quella della narrazione teatrale pura. Coadiuvata dalla regia e dalla scrittura condivisa con Alessio Tagliento, l'attrice e autrice si mette a nudo in un monologo che è, prima di tutto, un atto di auto-affermazione. Accompagnata dal violoncello di Giulia Monti, Alice attraversa la propria storia personale, intrecciando i ricordi rubati di un nonno leggendario mai conosciuto con la concretezza dei suoi passi di donna, educatrice e interprete.

Lo spettacolo non è un omaggio "a" Fabrizio, ma un omaggio "attraverso" Fabrizio alla ricerca della propria voce. È un racconto fatto di fragilità svelate, di autoironia sottile e di quel profumo di Sardegna che per Alice non è mai stato un semplice sfondo, ma un elemento fondante dell’anima. Sul palco, il cognome diventa un "elegante disequilibrio" da abitare con fierezza e consapevolezza, mentre la sua voce, che non si lancia nel canto ma si abbassa per farsi ascoltare meglio, guida il pubblico in un'esperienza emotiva che promette di essere spiazzante e luminosa.

A margine del suo impegno teatrale e televisivo, abbiamo incontrato Alice per approfondire il senso del suo legame con l'isola e i suoi progetti futuri, scoprendo una professionista preparata e una giovane donna dalla solarità travolgente.

 

foto @alicedeandrè in Sardegna

Alice, la tua tournée teatrale è un viaggio introspettivo che tocca tappe fondamentali della tua vita. Qual è il momento dello spettacolo in cui senti di aver finalmente vinto la sfida di essere guardata per chi sei e non come "figlia di"?

"È un percorso continuo, una sorta di "grinta del riscatto" che mi porto dentro. Sul palco porto la mia professionalità, la mia fatica e la mia preparazione. C’è un momento esatto, quando il silenzio in sala diventa denso, in cui percepisco che il pubblico non sta più cercando il mito in me, ma sta ascoltando la mia voce. È lì che sento di aver vinto: quando il cognome svanisce e resta l’emozione pura".

La Sardegna per te rappresenta un grembo materno, un luogo di protezione. Cosa cerchi tra i graniti e il vento della Gallura che non trovi altrove?

"Cerco la verità. In Sardegna non sono un’etichetta, sono Alice. È il luogo dove posso spogliarmi della pressione che la notorietà comporta. È il mio contatto vero con la terra, con la mia dimensione di donna. Lì non devo dimostrare nulla a nessuno, se non a me stessa. È una ricarica necessaria, un rifugio dove ritrovo il mio centro prima di tornare ad affrontare il mondo".

Oltre al teatro, ti stai dedicando a un progetto di grande valore sociale, come "Take me Aut", che coinvolge giovani appartenenti allo spettro autistico. Cosa ti ha spinto verso questa direzione così inaspettata per chi si aspetta solo glamour dai "figli d’arte"?

"Mi attrae l’autenticità. Collaborare con questi ragazzi come educatrice teatrale significa andare oltre le apparenze e i filtri sociali. Il progetto nasce dal desiderio di creare inclusione vera: questi giovani hanno una sensibilità straordinaria che mi insegna molto più di qualsiasi accademia. La notorietà è nulla se non viene messa al servizio dell’altro; la vera "eredità" che voglio onorare è dare voce a chi spesso non viene ascoltato, restando fedele a un impegno sociale che sento profondamente mio".

Simpatica, cordiale, ma determinata: come riesci a mantenere questa solarità nonostante il peso di un'eredità culturale così imponente?

"Ho imparato che l’unico modo per onorare la mia famiglia è essere una professionista onesta. La mia grinta nasce dalla necessità di dimostrare che il talento si coltiva con lo studio e la passione, non si eredita per diritto. Sorrido perché sono orgogliosa delle mie radici, ma cammino con le mie gambe, fiera di ogni fragilità che porto sul palco".