Thursday, 01 October 2026

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Luogosanto: Telemaco Murgia al Mondiale in Corsica, nell'Adventure Race

L'atleta unico sardo al via che affronterà 500 chilometri non-stop senza GPS

Luogosanto: Telemaco Murgia al Mondiale in Corsica, nell'Adventure Race
Luogosanto: Telemaco Murgia al Mondiale in Corsica, nell'Adventure Race
Laura Scarpellini

Pubblicato il 01 October 2026 alle 07:00

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Luogosanto.  Il cammino selvaggio non rappresenta mai un semplice tracciato geografico, ma un viaggio interiore che spoglia l'escursionista da maschere e comodità. Telemaco Murgia, guida escursionistica e professionista dell'outdoor, traduce quotidianamente questa filosofia in azione sul campo. Dopo aver presentato il suo saggio dedicato all'esplorazione del Selvaggio Blu, l'atleta olbiese si appresta a vivere una nuova impresa estrema. Murgia è l'unico rappresentante della Sardegna a prendere parte all'Adventure Racing World Championship 2026, la finale mondiale della disciplina che prende il via oggi 1° ottobre a Corte, in Corsica. L'evento vede 98 squadre internazionali sfidarsi su un percorso di 500 chilometri in totale autosufficienza, affrontando ben 20.000 metri di dislivello positivo lungo 12 differenti sezioni. Murgia gareggia con il Team Italia affiancato da Marco Ponteri, Marta Poretti e Matej Arnus. La competizione impone l'orientamento tradizionale con mappa e bussola, vietando tassativamente l'uso del GPS. Le squadre alterneranno trekking, mountain bike, packraft, kayak da mare e calate in corda, muovendosi giorno e notte per circa 5-8 giorni fino al traguardo di L'Île-Rousse.

La preparazione atletica e la gestione della stanchezza risultano decisive quando l'ambiente selvaggio mette alla prova le capacità di adattamento. Per la guida sarda le gare estreme rappresentano laboratori tecnici dove testare strategie, capacità decisionale e gestione dei pericoli. In contesti simili la vera forza risiede nel gruppo e nella consapevolezza dei propri limiti. Sapersi sostenere nei momenti di crisi fisica o logistica garantisce il margine di sicurezza necessario per trasformare una potenziale situazione critica in un'avventura portata a termine. Il legame profondo con il territorio sardo trova un naturale prolungamento nella vicina Corsica, terra aspra e complessa che condivide la medesima anima selvaggia. L'esperienza maturata nelle spedizioni internazionali in Patagonia, Alaska e Tasmania consente a Murgia di approcciare l'imprevisto con lucidità. Accettare l'incertezza del viaggio, rispettare la fragilità della natura e spingersi oltre la zona di comfort rimangono i principi cardine che guidano la sua attività di formatore e promotore del turismo esperienziale. La partenza alle prime luci dell'alba da Corte segnerà un nuovo capitolo dove l'esplorazione fisica incontrerà la tenacia di chi rappresenta l'isola nel mondo.

Abbiamo incontrato Telemaco Murgia, qualche giorno prima dei concitati preparativi che anticipano questa sua grande sfida, appena dopo aver archiviato l'uscita del suo libro" Guida al trekking Selvaggio blu".

Cosa significa davvero passare dal semplice camminare un territorio al comprenderne l'anima attraverso un trekking stremante come il Selvaggio Blu?

"Il Selvaggio Blu è un itinerario ben definito. Ha un punto di partenza, un punto di arrivo, delle tappe, dei passaggi obbligati. Si può tracciare su una carta, misurare in chilometri e dislivello, descrivere attraverso le difficoltà tecniche. Ma questa è soltanto la sua geografia.Negli anni ho imparato a distinguere sempre di più il percorso dall'esperienza. Si può percorrere un itinerario senza compiere davvero un viaggio e, al contrario, si può viaggiare moltissimo dentro di sé muovendosi per pochi chilometri. Il Selvaggio Blu, se vissuto fino in fondo, permette entrambe le cose. C'è innanzitutto un cammino fisico. Si cammina, si sale, si scende, si porta uno zaino, ci si cala lungo una parete, si cerca un passaggio. Il corpo torna ad avere un'importanza che nella vita quotidiana spesso dimentichiamo. Hai sete, hai fame, senti caldo, freddo, stanchezza. Il giorno comincia con la luce e termina quando arriva il buio. Poi, lentamente, comincia un altro viaggio. Giorno dopo giorno ci si spoglia di qualcosa. Delle abitudini, delle comodità, delle sovrastrutture e, in parte, anche delle maschere che utilizziamo nella vita quotidiana. In un ambiente così essenziale diventa più difficile nascondersi dietro un ruolo, un telefono o ciò che rappresentiamo nella società. Rimani tu. E forse è proprio questo uno degli aspetti più potenti del cammino: quando diminuisce il rumore intorno, cominci finalmente a sentire ciò che normalmente viene coperto. Il corpo, i pensieri, le paure, le fragilità. Ma anche capacità che credevi di non avere più. Il territorio, allora, smette di essere qualcosa che guardiamo e diventa qualcosa dentro cui viviamo. Per questo credo che comprendere l'anima di un luogo non significhi soltanto conoscerne la geografia o la storia. Significa accettarne per qualche giorno le regole, i tempi e persino le scomodità. Il Selvaggio Blu può portarti da Santa Maria Navarrese a Cala Sisine. Ma il viaggio più interessante, qualche volta, è quello che avviene tra la persona che parte e quella che arriva"

In un'epoca di turismo d'assalto, come si bilancia la fame di avventura con il rispetto di un ambiente fragile come quello sardo?

"Oggi la parola “avventura” viene utilizzata moltissimo. Forse persino troppo. Viviamo nell'epoca dell'immagine e capita che l'avventura diventi ciò che possiamo mostrare di aver fatto: una fotografia, una vetta, una calata in corda, un luogo da aggiungere alla lista. Ma raggiungere una meta non significa necessariamente aver compiuto un viaggio. Per me l'avventura comincia quando usciamo davvero dalla nostra zona di comfort. E non significa necessariamente fare qualcosa di estremo. Può voler dire avere poco e scoprire che quel poco è sufficiente. Portare il proprio materiale. Dividere l'acqua o il cibo. Aspettare un compagno più lento. Accettare il caldo, il vento o una notte meno confortevole. Cambiare programma perché la natura quel giorno ha deciso diversamente da noi. Soprattutto significa una cosa: adattare noi stessi alla natura, invece di pretendere di adattare la natura alle nostre esigenze.È una distinzione fondamentale. Anche sul Selvaggio Blu possiamo costruire attorno all'escursionista una macchina logistica capace di eliminare quasi ogni disagio. Oppure possiamo mantenere l'esperienza essenziale, naturalmente senza rinunciare alla sicurezza, e accettare che una parte del valore di quel viaggio risieda proprio nell'adattamento. Essere essenziali significa anche lasciare meno tracce. Un vero turismo d'avventura, secondo me, dovrebbe attraversare un territorio quasi in punta di piedi. Non soltanto non lasciare rifiuti: quello dovrebbe essere scontato. Significa non pretendere che ogni luogo venga modificato per essere più accessibile, più comodo, più fotografabile.Ci sono luoghi che dovrebbero conservare il diritto di essere difficili. Il turismo di massa tende spesso a trasformare il territorio in un prodotto. L'avventura autentica dovrebbe fare quasi il contrario: ricordarci che siamo ospiti.Quando impariamo questo, il rispetto ambientale non è più una regola imposta dall'esterno. Diventa una conseguenza naturale dell'esperienza.

Quando i programmi saltano in mezzo alla natura incontaminata, quale lezione fondamentale regala l'imprevisto a un escursionista?

"Che non possiamo controllare tutto. Può sembrare banale, ma nella vita quotidiana abbiamo costruito un mondo che cerca continuamente di darci questa illusione. Orari, previsioni, telefoni, applicazioni, programmi. In un ambiente selvaggio basta poco perché tutto cambi.Un errore di percorso, il meteo, un problema fisico, una corda che non scorre come dovrebbe, un componente del gruppo che entra in difficoltà. Naturalmente bisogna programmare. Anzi, più l'ambiente è complesso, maggiore deve essere la preparazione. Ma prepararsi non significa immaginare che tutto andrà secondo il programma. Significa essere pronti quando il programma non funziona più. Ho sempre considerato fondamentale un principio molto semplice: adattarsi, trovare una soluzione e raggiungere lo scopo. L'improvvisazione, però, non è superficialità. Per improvvisare bene bisogna conoscere. Servono tecnica, esperienza, metodo e capacità di mantenere lucidità quando la situazione comincia a complicarsi.È qui che entra in gioco il problem solving. Sul Selvaggio Blu mi sono trovato davanti a diversi imprevisti. Alcuni, soprattutto nei primi anni, derivavano anche dalla minore esperienza. Altri erano semplicemente difficili da prevedere. Con il tempo ho capito che spesso non è ciò che accade a determinare realmente la gravità di una situazione. È come reagiamo a ciò che accade. Un ambiente selvaggio ti mette davanti a questa verità senza molte mediazioni. Ti fa sentire piccolo e, nello stesso tempo, ti costringe a scoprire quali risorse possiedi veramente. L'ho ritrovato sul Selvaggio Blu, nelle Adventure Race, in Patagonia, Alaska, Tasmania e in altri luoghi remoti. Quando sei lontano dalle comodità e qualcosa non funziona, lamentarti serve pochissimo. Devi osservare,comprendere, scegliere e agire. È una buona scuola per l'outdoor.Ed è anche una buona scuola per la vita".

Che ruolo gioca la preparazione atletica e mentale per affrontare un'esperienza outdoor senza trasformarla in un azzardo?

"Credo che la prima forma di sicurezza sia la conoscenza. Essere allenati certamente aiuta. Un corpo preparato affronta meglio la fatica, conserva lucidità più a lungo e possiede maggiori risorse quando qualcosa va storto. Ma la preparazione fisica, da sola, non basta. Serve preparazione tecnica. Serve esperienza. E soprattutto serve conoscere i propri limiti. In montagna e negli ambienti selvaggi distinguo sempre tra pericoli oggettivi e pericoli soggettivi. I primi appartengono all'ambiente: il terreno, una parete, il caldo, la caduta di pietre, il mare, il meteo, l'isolamento. Sul Selvaggio Blu sappiamo che alcuni di questi elementi esistono e dobbiamo imparare a leggerli. I pericoli soggettivi, invece, li portiamo con noi.Sono la stanchezza, una preparazione insufficiente, l'eccesso di sicurezza, la paura, una decisione sbagliata, l'incapacità di rinunciare. E quando ci muoviamo in gruppo entrano in gioco anche le relazioni tra le persone. Per una guida questo è fondamentale. Non basta conoscere il percorso. Bisogna conoscere, per quanto possibile, le persone che stiamo accompagnando. Osservarle, capire quando una persona è semplicemente stanca e quando invece sta entrando in difficoltà. Capire chi ha bisogno di essere incoraggiato e chi, al contrario, deve essere frenato. La preparazione mentale consiste anche in questo: mantenere lucidità quando la fatica restringe il nostro campo di pensiero. Paradossalmente, una persona preparata può affrontare un'attività apparentemente molto impegnativa con un margine di sicurezza maggiore di chi affronta qualcosa di molto più semplice senza conoscenza e consapevolezza.È la differenza tra avventura e azzardo. L'avventura accetta che una parte di ciò che incontreremo sia sconosciuta, ma cerca di arrivarci preparata.L'azzardo, invece, affida allo sconosciuto anche ciò che avremmo potuto conoscere.Da questo punto di vista trovo molte analogie tra il Selvaggio Blu e le mie esperienze nelle Adventure Race e nelle spedizioni in giro per il mondo. Non perché il Selvaggio Blu sia una competizione, non lo è ,ma perché tornano gli stessi elementi: il gruppo, la fatica, l'ambiente selvaggio, l'uscita dalla zona di comfort, la necessità di prendere decisioni e di risolvere problemi.Alla fine, la preparazione atletica ci permette di andare più lontano.Quella tecnica ci permette di farlo con maggiore sicurezza. Quella mentale, forse la più importante, ci insegna a capire quando andare avanti, quando cambiare strada e quando avere l'intelligenza di fermarsi".

Mario Verin e Peppino Cicalò non sono stati semplicemente i creatori del Selvaggio Blu, ma due veri esploratori animati dalla ricerca dell'ignoto. A differenza di oggi, in cui il percorso si affronta con mappe precise e GPS, Verin e Cicalò hanno tracciato da zero una strada che prima non esisteva, guidati dallo spirito di esplorazione paragonabile a quello di pionieri come Bonatti o Shackleton. L'e redità più grande lasciata alla Sardegna non è solo un itinerario epico, ma la possibilità per chi lo percorre di vivere un'esperienza profonda di scoperta e introspezione. Per rendere loro omaggio, il percorso non va vissuto come un semplice prodotto da consumare o una traccia da seguire, ma come un'opportunità per continuare a cercare qualcosa di nuovo con curiosità, sia nel territorio che dentro se stessi.