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Bianca, Cronaca

Rubrica "Pillole di crescita": quando mamma e papa' invecchiano

L'intervista all'esperta Patrizia Cristoferi sul lutto per i genitori anziani in struttura

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Ilaria Del Giudice

Pubblicato il 03 May 2026 alle 09:00

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Olbia. Cari lettori in questo nuovo numero della nostra rubrica "Pillole di benessere e crescita personale" abbiamo scelto di trattare un argomento spesso tralasciato in quanto scomodo ma a nostro parere meritevole di essere approfondito in quanto di grande rilevanza sociale da un punto di vista umano e familiare. C’è un momento nella vita di molti figli che arriva silenziosamente ma con una forza dirompente: quello in cui un genitore entra in una struttura assistenziale. Un passaggio spesso vissuto con senso di colpa, dolore e smarrimento. Trattiamo questa tematica in dialogo con la dottoressa Patrizia Cristoferi, che da anni accompagna le persone nell’elaborazione del lutto e nei momenti di transizione più delicati della vita.

Dottoressa Cristoferi, perché questo passaggio è così destabilizzante?

Perché è, a tutti gli effetti, un lutto. Un lutto reale, concreto, che coinvolge più dimensioni della vita. Non stiamo perdendo fisicamente il genitore, ma stanno “morendo” molte cose insieme: l’immagine del genitore che si prendeva cura di noi, la nostra identità di figli, una quotidianità fatta di abitudini familiari. È una fase della vita che si chiude, e non è facile attraversare questo cambiamento.

Cosa cambia nel rapporto tra genitori e figli?

Uno degli aspetti più dolorosi è il cambiamento dei ruoli. Il genitore che per anni ha rappresentato sicurezza, forza e protezione, a un certo punto non è più in grado di prendersi cura nemmeno di se stesso. Dentro ognuno di noi esiste un’immagine stabile di mamma o papà, costruita nel tempo attraverso ricordi e presenze. Quando quell’immagine cambia, cambia anche la nostra identità. Ci si può sentire profondamente smarriti.

Quanto pesa la perdita della quotidianità?

Moltissimo. Finisce una certa vita: le visite spontanee, i pranzi in famiglia, le telefonate “come sempre”. Al loro posto arrivano nuove abitudini, fatte di orari, regole e spazi diversi. Entrare in una struttura significa confrontarsi con un ambiente che spesso appare estraneo, popolato da fragilità e malattia. È normale provare tristezza, paura, perfino rifiuto.

Molti figli pensano: “Questo posto non è per i miei genitori”. È una reazione comune?

Sì, è molto comune. È una forma di difesa emotiva. Serve tempo per adattarsi e per riconoscere quella realtà non solo come una perdita, ma anche come una possibile risorsa. Non è un passaggio immediato, né semplice.

C’è anche una perdita più “invisibile”, meno evidente?

Sì, ed è una delle più profonde: lasciare andare un’idea. L’idea che mamma o papà resteranno a casa fino alla fine. È una promessa silenziosa che molti figli si fanno, spesso senza rendersene conto. Nasce dall’amore, dal desiderio di protezione. Ma quando la realtà prende una direzione diversa, quella promessa si incrina. E lasciarla andare è molto difficile.

Quali emozioni emergono più frequentemente in questa fase?

Due su tutte, spesso opposte ma coesistenti: il senso di colpa e l’impotenza. Da una parte ci si sente responsabili, ci si chiede se si stia facendo abbastanza. Dall’altra si percepisce di non avere le forze, di non riuscire a gestire tutto. È un conflitto interiore molto intenso.

Come si arriva alla decisione di affidare un genitore a una struttura?

Arriva un momento in cui è necessario fermarsi e guardare la realtà per quella che è. Le necessità di cura diventano evidenti: assistenza continua, sorveglianza, competenze sanitarie, presenza costante. A quel punto emergono domande molto concrete: “Ce la faccio davvero? Con il lavoro, la famiglia, la mia salute?” Entrare in questo spazio di verità richiede grande coraggio.

Riconoscere i propri limiti può essere visto come un fallimento?

Al contrario. Dire “è troppo per me” è un atto di onestà e anche di amore. Un amore responsabile, che tiene conto della realtà e del benessere di tutti, compreso quello del figlio. Non è abbandono, ma una scelta consapevole.

In che modo si può affrontare questo passaggio senza esserne travolti?

È importante darsi tempo, ascoltare le proprie emozioni e, quando necessario, chiedere supporto. Il lavoro di coaching del lutto si inserisce proprio qui: nell’accompagnare le persone ad attraversare questo momento con maggiore consapevolezza. Perché, anche se doloroso, può diventare un tempo di trasformazione profonda.

Una trasformazione che può portare anche a qualcosa di positivo?

Sì. Se attraversato con consapevolezza, questo passaggio può diventare un momento di autentica rinascita. Permette di ridefinire il legame con i genitori, di riconoscere i propri limiti senza colpa, e di costruire un nuovo equilibrio. Non è facile, ma è possibile. E riguarda sempre più persone.

Un’intervista che apre uno sguardo sincero su una delle esperienze più complesse e diffuse della vita adulta, ricordandoci che anche nei passaggi più dolorosi può esistere uno spazio di verità e trasformazione.