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Rubrica "Pillole di crescita": Quando il corpo parla in classe: l’ansia di sbagliare ferma l’apprendimento

Intervista alla maestra e pedagogista Manuela Dulcis

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Ilaria Del Giudice

Pubblicato il 04 October 2026 alle 07:00

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Olbia. Durante una lezione di matematica, una maestra scrive alla lavagna alcuni esercizi sulle frazioni. La classe inizia a lavorare, le matite corrono sui quaderni. Una bambina, però, rimane ferma. Prende la matita, la posa, osserva i compagni, si muove sulla sedia con crescente inquietudine. Alla domanda dell’insegnante risponde pronta: «Ho capito». Eppure il foglio resta bianco. Poco dopo, le sue spalle sono rigide, le mani serrate intorno alla matita. Quando la maestra le propone di fare il primo esercizio insieme, lei abbassa lo sguardo e sussurra: «Io non sono brava in matematica». È una scena quotidiana in qualsiasi scuola. Ma cosa si nasconde davvero dietro quel silenzio e quel blocco? Lo abbiamo chiesto a Manuela Dulcis, maestra e pedagogista di Olbia, nonchè psicomotricista funzionale, per addentrarci in una riflessione fondamentale sul legame profondo tra emozioni, corpo e apprendimento.

Maestra Dulcis, la situazione che descrive nel suo racconto è familiare a molti genitori e insegnanti. Quella frase, “non sono brava”, sembra una resa accademica, ma cosa si nasconde dietro in realtà?

«A prima vista potrebbe sembrare una semplice difficoltà nella materia, ma osservando con attenzione cogliamo ben altro. Il corpo di quella bambina sta raccontando ciò che lei non riesce ancora a esprimere a parole: la tensione, la paura di sbagliare, il peso del confronto con i compagni e il timore di non essere all’altezza. Quando ci troviamo di fronte a queste situazioni, come educatori possiamo scegliere di non fermarci alla semplice prestazione. La domanda da porsi non è soltanto “perché non fa l’esercizio?”, ma piuttosto: “che cosa sta vivendo in questo momento?”».

Spesso pensiamo all’apprendimento come a un fatto purely cognitivo: concentrazione, memoria, concetti. È davvero così?

«È un errore comune. Nessun bambino apprende soltanto con la mente. Ogni esperienza di apprendimento nasce all’interno di una persona integrata, fatta di corpo, pensieri, emozioni e relazioni. Prima ancora di comprendere attraverso le parole, il bambino sente e percepisce con il corpo. Le emozioni modificano il respiro, il tono muscolare, la postura, il ritmo dei movimenti. Il corpo è il primo luogo in cui la nostra esperienza prende forma. Un bambino che si sente accolto sviluppa apertura all’esplorazione; quando invece prevalgono l’ansia o il senso di inadeguatezza, anche un compito semplice diventa una scalata faticosissima».

Il comportamento o la chiusura diventano quindi un linguaggio?

«Esattamente. Prima di riuscire a dire “sono preoccupato” o “ho paura di sbagliare”, il bambino lo vive e lo comunica attraverso il corpo, il silenzio, il movimento o una difficoltà di gestione. Un comportamento oppositivo o una reazione intensa non sono segnali di svogliatezza o scarso impegno, ma il modo in cui il bambino manifesta un’emozione che non ha ancora gli strumenti per riconoscere e regolare».

In che modo gli adulti — genitori ed educatori — possono intervenire in questi momenti?

«La capacità di regolare le emozioni non nasce spontaneamente, si costruisce nel tempo grazie a figure adulte capaci di accogliere e dare significato a ciò che il bambino prova. Il nostro ruolo non è eliminare ogni difficoltà o azzerare la frustrazione, ma offrire una presenza sicura per attraversarla. Incontrare un limite — un gioco che non riesce, un voto basso, un’attesa — è una tappa fondamentale per sviluppare perseveranza, adattamento e fiducia in sé. Un’emozione intensa non va cancellata, va prima di tutto riconosciuta».

Qual è oggi il ruolo della scuola in questa prospettiva?

«La scuola non è solo il luogo in cui si assimilano nozioni disciplinari, ma un fondamentale spazio relazionale. È il luogo in cui si impara a conoscersi, a stare con gli altri e a scoprire che l’errore non è un fallimento, ma un’opportunità di crescita. In un’epoca proiettata sulla velocità e sul risultato immediato, educare alla dimensione emotiva significa restituire valore all’ascolto, all’attesa e alla gradualità. Un bambino emotivamente competente non è chi non prova emozioni difficili, ma chi impara pian piano a riconoscerle e a trasformarle. Perché le emozioni non sono mai un ostacolo all’apprendimento: ne sono la porta d’ingresso».

Un'immagine di scuola e di educazione sempre più aperta all'esplorazione delle emozioni e alla convalida delle stesse per crescre giovani generazioni emotivamente competenti e capaci di rispetto ed empatia.