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Sardares 1400
OLBIAchefu - brevi racconti

Il Nume del luogo

Ph Maurizio Casula
iRiparo orizzontale 1085

Su invito di alcuni vecchi amici, complici queste fredde giornate prenatalizie, voglio proporvi questo racconto tratto dal volume  Golfo Aranci museo all’aperto: Rocce di mare.  L’opera, andata in stampa nel lontano 2000 e realizzata per volontà dell’allora parroco di Golfo Aranci don Pasquale Finà, coinvolse oltre cento persone.  Traendo ispirazione dalle pregevoli illustrazioni fotografiche del geometra rudalzino Isidoro Usai, curatore del volume,  adulti e bambini della comunità golfarancina, vennero chiamati a raccontare il territorio “… Da Capo Figari al Golfo di Cugnana, da Punta del Mortale a  Punta Volpe, da Rocca Segada a Punta Nuraghe, da Punta Casette a Punta Lada…presentando un altro museo… quello che abbiamo definito “museo all’aperto”, con decine e decine di statue scolpite dal vento e levigate dal mare.”* La foto affidatami per questo mio racconto è infine stata scelta per la copertina.

Il Nume del luogo

Non tutte le ciambelle riescono col buco! Eppure, quella volta riuscì.

Da molto tempo il Nume aveva in mente la creazione di un’opera grandiosa che gratificasse e meravigliasse gli uomini. In passato aveva tentato con un’isola, dove il genere umano poteva vivere senza problemi, ma, si sa, l’uomo pare che non possa vivere senza attaccare briga col vicino.

Quella volta riuscì la ciambella ma non il buco: il fallimento fu quasi totale e l’isola abbandonata. Ma lui non volle darsi per vinto. Sapeva che gli uomini  sono fatti così, ma, ciononostante, eccolo ancora all’opera mentre tenta di plasmare una terra con al centro un monte tanto alto che le nevi vi regnano perenni, e attorno verdi prati e immense pianure da coltivare. Anche quest’opera era un regalo destinato agli uomini: doveva servire a tutti coloro che fossero stati capaci di sfruttarla, ma nello stesso tempo di rispettarla; di viverci serenamente senza saccheggiarla traendone il necessario per una vita serena. Portata a compimento l’opera, poco tempo dopo  già deperiva per l’incuria nella quale fu abbandonata.

I boschi si ammalarono e vennero a morire; le acque, che prima scendevano a valle chiare e fresche, ora erano scure e malate e trascinavano giù alla foce del fiume le carcasse degli animali morti. Presto la montagna fu inabitabile e gli uomini dovettero abbandonarla. Anche questa ciambella riuscì, però non col buco: l’opera non fu un capolavoro; il Nume se ne rese conto e arrossì…I progetti falliti nonostante l’impegno profuso lo stavano mandando in depressione. Non aveva più voglia di far niente. Ogni giorno che passava perdeva la stima di se stesso. Sovente si chiedeva se non fosse uno sbaglio sprecare tanta energia per costruire tutte quelle cose belle, se poi curate, apprezzate. Anzi, finivano nel grande costino delle opere vane. Il suo grande cruccio era la quasi  indifferenza con la quale le sue opere venivano accolte dagli uomini. Avrebbe voluto che tutti le sfruttassero e tutti le godessero in pace e serenità invece nessuno apprezzava nulla. A dir la verità, un po’ di colpa era anche la sua: aveva lasciato troppa libertà a tutti. La libertà li aveva inebriati a tal punto che l’interesse per la natura e l’ordine passava in secondo piano. Sempre. Infatti, tutto ciò che sino a quel momento era uscito dalla sua fertile mente era stato un mezzo fallimento soprattutto per colpa loro. Prima l’isola, poi la montagna. Ora chissà cosa gli stava frullando per la testa. Gli errori lo avevano ferito nell’amor proprio. Deluso, prese una decisione che mai si sarebbe immaginato di dover prendere. Si ritirò in un’altura solitaria e lì pensava come rimediarvi. Dopo un lungo periodo di inoperosità passato ad analizzare i suoi fallimenti, con le sue portentose capacità creative si mise subito all’opera per concludere un antico e più ambizioso progetto covato nella mente fin dalla sua gioventù… Eppure ne era passato di tempo! Nonostante ciò, quel progetto non lo aveva mai dimenticato, periodicamente riaffiorava nella sua mente più prepotente che mai, pur a distanza di tanti anni. Vi era abbozzato uno slanciato e alto promontorio come pochi dovevano essere al mondo, coperto di boschi abitati da animali favolosi; il mare che lo circondava era di un verde profondo con delle spiagge bianche di sabbia fine come la farina. Rivedere quel progetto lo riportò indietro nel passato e un brivido gli attraversò la schiena. Ricordi antichi gli erano ritornati alla memoria. Quante notti insonni passate ad elaborarlo!  Riesaminata l’opera nei minimi particolari, rivisti i calcoli e sostituiti alcuni parametri, finalmente il frutto delle sue fatiche appariva lentamente, mentre il suo petto si riempiva di gioia e di soddisfazione. Apportate alcune correzioni ed aggiunte, inseriti nuovi e diversi particolari, l’opera finita era la perfezione assoluta. Era un’opera da ammirare solamente, la sua vista avrebbe reso la vita felice agli uomini. Lui però, con la sua mania della perfezione, come sempre quando affrontava un progetto, era preso dagli scrupoli.

Anzi. Questa volta si era fatto travolgere. Era titubante. Gli ultimi deludenti risultati lo avevano scottato e non voleva sbagliare ancora. Per questo volle soprassedere e lasciare passare un po’ di tempo prima di mettere mano alla creazione. Superata la titubanza venne l’ora di dare corpo al progetto e incominciare. Il Nume prese un pochino di ogni elemento esistente: tanto di pietra; tanto di cielo;  tanto di luce; tanto di colori. Mescolò il tutto e lo gettò sulla Terra. Però non volle fare una recisa scelta dove far nascere la sua creatura. Solamente all’ultimo momento decise, fra tutte le terre, di situarlo in Sardegna. Gettato il materiale creativo sulla Gallura, come per incanto apparve il promontorio di Capo Figari con le sue cale, le sue scogliere, le sue spiagge ed il mare di verdissimo. Questa volta il Nume non affidò a nessuno la sua creatura, lasciò che fosse il tempo a decidere chi l’avrebbe colonizzata. Le assegnazioni fatte nel passato avevano creato malumori e gelosie, adesso non voleva intromettersi: l’avrebbero ereditata i migliori. Il sogno giovanile tanto a lungo accarezzato era realtà. L’opera, frutto delle sue prime esperienze giovanili, concepita quando era quasi in uno stato di grazia, in fondo non l’avrebbe mai voluta  realizzare, perché sapeva che non avrebbe mai avuto il coraggio di abbandonarla a se stessa, per paura che qualcuno le avesse potuto fare del male. Questo sentimento di paura l’avrebbe legato per l’eternità a Capo Figari. Per ammirare meglio la sua opera volle salire sul Monte. Da lassù con lo sguardo spaziava dall’isola di Tavolara fino al golfo di Marinella: uno spettacolo riservato a pochi fortunati; solamente a chi era disposto a sostenere la fatica di effettuare la scalata fino alla cima. Il tempo passava e anche il Nume sentiva vicina la fine. Un pensiero continuo lo tormentava: dopo di lui chi si sarebbe preso cura della sua creatura? Una bellezza tanto grande? Chi? Il Monte doveva vivere, superare il tempo dei tempi, perché anche le generazioni successive  dovevano godere della straordinaria bellezza. Giunto sulla cima egli si fermò e non volle più scendere. Ormai sentiva che il suo tempo stava arrivando, anche lui doveva prepararsi a presentare i conti.

Assiso su una roccia a precipizio, da lì non si mosse mai più. E’  da allora che sullo strapiombo della Cala del Sonno un volto di durissima roccia ci guarda: è il Nume! E’ il Nume che sacrificò la propria giovinezza per dare a noi il villaggio di Golfo Aranci e questi luoghi incantevoli. Di lassù quasi incredulo, egli si gode la struggente bellezza della sua opera. Questo enorme volto, muto e immobile da millenni, guarda la penisola sperando che si conservi nei secoli così come lui l’aveva concepita nella sua sognante giovinezza. La ciambella era riuscita, col buco. E che ciambella! Però a guardare bene il suo profilo, s’intravvede uno sguardo velato: nostalgia? Disappunto? Chissà che cosa lo tormenta?

©Mario Spanu Babay

*tratto da “Ad ogni paese il suo museo”, introduzione di Pasquale Finà al volume Golfo Aranci Museo all’aperto. Rocce di mare.

Si ringrazia Maurizio Casula per la foto di copertina.

Copertina del volume curato da Isidoro Usai: in primo piano a sinistra il particolare della roccia che ha ispirato il racconto

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