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Olbia, "La Lupa" in streaming: ecco l'opera degli olbiesi Salimbeni e Ledda

Olbia,
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Associazione Voes

Pubblicato il 28 dicembre 2020 alle 17:51

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Olbia, 28 dicembre 2020 - Pur essendo una terra scenograficamente unica, con paesaggi intensamente emozionali e che mutano nel giro di pochi chilometri l'uno dall'altro, la Gallura non ospita con una certa regolarità produzioni cinematografiche o audiovisive. È quindi importante, quando accade, dare il giusto risalto a produzioni, oltretutto, come in questo caso, fortemente indipendenti, che scelgono il nostro territorio per ambientarvi gli eventi della loro opera. "La lupa" è una trasposizione cinematografica della novella di Giovanni Verga, traslata nella Sardegna dell’inizio del XX secolo dalla Sicilia di fine Ottocento. Il film verrà trasmesso in streaming questa sera alle 20 su Mymovies.

La produzione è Sardo/Francese e a parte l'attore e la co-regista, il resto della produzione e del cast è autoctono. Per questo ci è stato facile, anche grazie alla gentilezza degli ospiti, avere in studio il produttore ed organizzatore Stanis Ledda, ed uno dei due registi, Michele Salimbeni, entrambi olbiesi. Inevitabile iniziare a curiosare sul progetto del film dalla sua genesi.

"Nel 2004 - ci dice Salimbeni – ho avuto modo di confezionare una mia opera con una giovanissima Jessica Mazzoli, attrice protagonista de “La lupa”, che ha avuto anche una importante vetrina a Torino venendo nominato come miglior corto italiano; il ricordo piacevole di quell'esperienza artistica ha portato Jessica a scrivermi per chiedermi di poterla ripetere ora, in veste di donna adulta, lasciandomi carta bianca sull'entità del progetto. Inutile dirvi che la richiesta è stata piacevolmente recepita anche perché arrivava dopo un lasso di tempo in cui entrambi avevamo intrapreso strade differenti che avevano portato me a Parigi e lei a Milano sul palco di X-factor".

Dopo questo primo contatto passano però dei mesi e l'occasione per riparlare del progetto si rinnova davanti ad un aperitivo in salsa olbiese. “Io – continua Salimbeni – arrivavo da un percorso che in realtà mi aveva allontanato parzialmente dal cinema per la filosofia, per poi tornarci allorché durante un festival trovai interessante un lavoro di una regista francese, Manon Décor, co-regista del film, che ricordava molto un'altra mia opera; ci siamo conosciuti ed è nata un alchimia artistica che mi ha riportato al cinema, prima attraverso un corto, produttivamente molto più strutturato e complesso in Francia, e poi sposando l'idea embrionale di un progetto in Sardegna da dirigere a quattro mani. Da queste due piste è nata la volontà produttiva di un opera che fosse però tecnicamente e produttivamente meno strutturata e complessa di un opera cinematografica completa, con un ampia troupe, reparto luci e mezzi di ripresa, reparti scenografici, trucco e costumi. Un lavoro più leggero, un lungo, ma con troupe ridotta e tempi brevissimi. Da lì ho pensato quasi immediatamente alla novella di Verga ed alla possibilità di rappresentarla in Sardegna; l'idea è piaciuta a Jessica e la palla è passata a Stanis".

Il film ha un impianto prettamente neorealista, privo di orpelli tecnici e visivi, classico nell'impostazione dei campi e dei piani, libero da una struttura dialettale ma concentrato sulla gestualità, le azioni, le reazioni e la mimica degli attori. Anche la fotografia, seppur ben curata, nonostante i mezzi limitati ad un riflettente e poco più, raccoglie dal sapiente dosaggio della luce naturale, quei toni contrastati che caratterizzano il cinema italiano degli anni post Seconda Guerra, Mondiale.

La scelta stilistica non nasce banalmente dall'esigenza produttiva di condensare le riprese di un lungometraggio, che normalmente richiederebbero diverse settimane, in soli otto giorni, ma dall'approccio alla regia dei due autori. “Volevamo un'estetica che comprendesse un linguaggio visivo a macchina fissa con un unico obbiettivo per tutto il film, un 40mm, che permettesse un corretto rapporto tra i personaggi e gli ambienti, equilibrando correttamente la profondità di campo e avvicinandosi a quella che è la dimensione visiva dell'occhio umano”, precisa il regista.

Un progetto che così descritto parrebbe produttivamente agevole, ma che in realtà nasconde un enorme lavoro organizzativo e di problem solving, che per ben sei mesi ha assorbito le peculiarità produttive dell'altro nostro ospite Stanis Ledda.

“L'idea iniziale era quella di un corto ma dal confronto tra Michele (Salimbeni) e Manon (Décor) ne è nata una e-mail in cui mi avvisavano di aver pensato ad un lungo. La cosa mi ha inizialmente un po' spaesato perché dal trovarmi a organizzare un corto in costume ambientato nell'Ottocento in Sardegna ad una sua versione per un lungo avrebbe voluto dire affrontare un impegno maggiormente intenso. Così, dopo aver preso un paio di giorni per rifletterci sopra e capire se ci fossi riuscito, ho accettato la sfida e tutto il lavoro di preparazione fatto prima della settimana di riprese ha effettivamente consentito la realizzazione tranquilla delle riprese: da un enorme lavoro di reperibilità delle location indicate dallo script autoriale, attraverso il territorio della Gallura e del Monte Acuto, nello specifico il Comune di Olbia, Comune di Alà dei Sardi e Comune di Loiri Porto San Paolo, che non fossero troppo distanti tra loro, per permettere spostamenti veloci e minor perdita di tempo, fino al trovare, nella piena fiducia delle persone, costumi originali di duecento anni fa, o il permesso di far posticipare lavori di ristrutturazione di uno stazzo adatto ad ospitare i nostri set", spiega Stanis Ledda.

Un progetto che registi e produttore hanno fortemente voluto mantenere su livelli di una produzione indipendente, ovvero priva dei consueti canali di crowdfunding o di partnership ufficiali, passaggi burocratici infiniti e contrattualizzazioni di troupe e mezzi.

Così anche la ricerca delle location è passata da una semplice richiesta alle amministrazioni o singoli privati tenutari dei diritti ospitali delle zone interessate, che hanno sposato con generosità il progetto senza richiedere cifre di occupazione suolo o diritti di immagine, nonostante la Gallura sia priva di un ente, o un'agenzia dedicata a questo settore che avrebbe potuto snellire i percorsi di produzione.

In tal senso però Ledda ci ha tenuto ha precisare che “un aiuto è arrivato dalla Sardegna Film Commission che ha da subito sposato il progetto, seppur non intervenendo in maniera diretta nella fase di produzione, hanno inserito l'opera nel catalogo ufficiale della Regione Sardegna, facendolo inoltre girare per i festival da Lei promossi; inoltre si è avviata una più concreta collaborazione per il prossimo prodotto in fase di progettazione”.

La "Lupa" è interpretata da Jessica Mazzoli, nel ruolo della mamma "lupa" del racconto di Verga, una figura di donna fatale, espressione di passioni, bestialità e violenza, che la isolano dalla comunità e antitesi dell'altra figura femminile, la figlia, tranquilla e mansueta, rappresentata da un'altra olbiese, la giovane Gaia Piredda, a loro si affiancano l’attore dall’attore francese Pierre-Yves Massip, Denis Zanette eCarolina Vinci.

Ai ruoli principali si sono poi aggiunti una serie di ruoli minori e di figurazioni speciali, scovate, in coerenza con la natura neorealista dell'opera, tra la gente dei comuni interessati, che si sono detti “onorati del fatto che girassimo un film nel loro terreno o nel loro comune: un avvocato, un commercialista, un gruppo folkloristico locale ed altri.

O addirittura ruoli minori interpretati da altre persone che oltretutto mi hanno aiutato lungo tutto l'arco produttivo del progetto come Alessandro Secchi, che ringrazio".

Lo stile neorealista, come già sottolineato, è fortemente presente nell'impianto complessivo dell'opera, dalla regia “asciutta” e priva di fronzoli, all'utilizzo delle location mai riadattate o scenografate, sino alla direzione della fotografia, con un sapiente uso della luce naturale. Non fa eccezione neanche la colonna sonora che trova nella collaborazione del compositore e chitarrista locale, il maestro Marcello Zappareddu, il tassello finale che completa quel quadro verista di cui il film si fa carico

“Un ulteriore problema che Stanis ha saputo abilmente risolvere in pochissimo tempo, addirittura in fase di ripresa” ci tiene nuovamente a precisare il regista “così, dopo aver informato il maestro dell'idea alla base dell'opera ed avergli fatto visionatare solo un unica scena per la quale chiedevo una rivisitazione del tema “No potho reposare”, ha saputo incorniciare ed approfondire i temi distintivi dell'opera in maniera magistrale, prova di una magica alchimia che ha permeato le fasi di registrazione e confezionamento del film", precisa il regista Salimbeni.

Un dialogo che talvolta genera una vera e propria “riscrittura” del film e che spesso è stato vero è proprio momento creativo, da cui sono nate importanti sequenze che hanno segnato la storia del cinema.

“Io, purtroppo o per fortuna - continua Salimbeni - quando giro un film ho già in mente ogni singolo stacco che compone la sequenza senza aver necessità di girare ulteriori take o ciak alternativi a ciò che avevo pensato e scritto, questo comporta che al montaggio non ci sia molta possibilità di scelta su come raccordare ogni inquadratura e quindi contestualmente non ci siano eventualità differenti di raccontare quel momento, quell'azione, ecco, io non riesco a costruire il film al montaggio come invece capita a molti: ognuno ha la sua tecnica.”

Si comprende dunque che le fasi più impegnative siano state la pre-produzione e la post-produzione, contrariamente a quanto normalmente accade rispetto ad un set in cui anche la fase realizzativa, ovvero “on set”, è egualmente perigliosa rispetto alle altre.

Il periodo di montaggio del film , avvenuto a Parigi, è stato di circa 3 mesi non consecutivi, condensati a circa 10 giorni pieni di sala di montaggio, senza calcolare rifiniture e mixaggio audio ed una color correction avvenuta a Roma.

Allo stato attuale la pellicola è comunque una sfida vinta e la produzione ha attivato un iter di contatto con svariate case di distribuzione per dare un futuro all'operanelle sale d'Europa.

E lo stesso Stanis Ledda a dirci che proprio in questi giorni “abbiamo avuto tre richieste di visione da tre società diverse di tre diverse nazioni”.

Un futuro dunque che si preannuncia positivo per il duo olbiese e per la loro opera. Inoltre, in serbo, c'è un ulteriore step produttivo legato ad un altro progetto: Noir, un cortometraggio ambientato nella splendida location di Villa Piercì, in fase di pre-produzione.

Nelle intenzioni del regista Michele Salimbeni, stavolta in solitaria conduzione artistica, il lavoro attingerà alle atmosfere del genere noir americano degli anni quaranta e cinquanta. Sarà più complesso del precedente “La lupa” e di conseguenza richiederá una produzione maggiormente strutturata, abbandonando tempi e modi propri dell'opera precedente.

Anche la stessa attenzione sin dalle fasi iniziali della Sardegna Film Commission, la coproduzione della Zena Film di Cagliari, la Fotografia di un Direttore della Fotografia Lituano, Rimvydas-leipusl, lo inserisce in una gestazione non più ammiccante al cinema indipendente.

Un passo importante ed in crescendo per questo sodalizio artistico olbiese, che si svilupperà, pandemia permettendo, dalla prossima primavera.

Per chi desiderasse visionare l'opera potrà farlo attraverso la rassegna Fuori Norma sul sito www.mymovies.it il 28 Dicembre 2020 dalle 20:00 per 24 ore di seguito cliccando su questo link

© Dario Bertini

mentre per maggiori informazioni sulla casa di produzione i loro sito ufficiale è il

http://www.loeilnuproduction.com/