Thursday, 05 March 2026
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Pubblicato il 05 March 2026 alle 07:00
Olbia. Ci sono ostacoli che si vedono, si misurano, si affrontano con il corpo e con la testa. E poi ci sono quelli invisibili, quelli di carta, quelli che non dipendono dai tuoi muscoli né dall'intesa con il tuo cane, ma da un ufficio, da una firma, da un modulo che passa da una scrivania all'altra senza che nessuno si senta davvero responsabile. Fabrizio Pinna, noto atleta olbiese di paragility, li conosce entrambi. E sa bene quale dei due pesa di più.
Chi segue questa disciplina sa benissimo che il paragility è uno sport che parla direttamente all'anima. Atleti con disabilità motoria guidano i propri cani attraverso percorsi ad ostacoli, in una danza di precisione, velocità e fiducia reciproca che chi la vede almeno una volta difficilmente dimentica. Fabrizio è uno di quei protagonisti che hanno fatto conoscere questa disciplina ben oltre la Sardegna: la sua grinta, il suo sorriso e una tenacia che non conosce stagioni lo hanno reso un punto di riferimento per un'intera comunità ,quella olbiese, quella sportiva, quella di chi convive ogni giorno con una disabilità e si rifiuta di farne un limite definitivo.
Eppure negli ultimi mesi, mentre i campionati si avvicinavano, Fabrizio si è trovato fermo. Non per infortunio, non per mancanza di allenamento, ma per una carrozzina che non arrivava. Un iter burocratico che si è trascinato, rallentato, impantanato, come spesso accade quando la vita reale si scontra con i tempi e i ritmi di un sistema che fatica a riconoscere l'urgenza dietro una pratica amministrativa.
Forse non tutti riescono a ben comoprendere che la carrozzina, per un atleta di paragility, non è un accessorio. È il prolungamento del corpo, lo strumento che determina la qualità del movimento, la sicurezza propria e quella del cane. Così ci spiega Fabrizio con la chiarezza di chi ci ha riflettuto a lungo: "La mia attuale carrozzina ha fatto il suo tempo. Quella nuova non è un lusso, ma un'estensione del mio corpo. Mi permetterà di muovermi con più fluidità tra i percorsi, garantendo la sicurezza mia e dei miei cani. È la mia chiave per tornare a essere competitivo al cento per cento."
Parole semplici, precise, che smontano in pochi secondi qualsiasi possibile equivoco: non si tratta di un desiderio, si tratta di un diritto. Il diritto di uno sportivo a disporre degli strumenti necessari per praticare la propria disciplina. Un diritto che non dovrebbe dipendere dalla velocità con cui un ufficio smista le pratiche.
E poi accade che quando le istituzioni si sono fermate, si è mossa la comunità. A farsi portavoce instancabile della situazione è stata Francesca Cavassa, la madre di Fabrizio, che negli anni è diventata molto più di un supporto familiare: una voce riconosciuta nel mondo della paragility, capace di alzare il telefono, bussare alle porte giuste e non smettere finché qualcuno non apre. La sua gratitudine, espressa pubblicamente, racconta meglio di qualsiasi analisi cosa significa fare rete attorno a una persona: "Volevo ringraziare tutti quelli che si stanno mobilitando per far arrivare la nuova carrozzina a Fabrizio. Grazie a loro, potrà continuare a sognare sui campi di gara."
Alla mobilitazione hanno risposto istituzioni regionali, rappresentanti politici e figure del mondo cinofilo. Tra questi anche Massimo Perla, famoso dog trainer tra i più noti del cinema e della televisione italiano e fondatore dell'Indiana Kayowa, che si è unito alla causa colpito dalla storia e dalla carica umana di questo atleta sardo.
Fabrizio ci descrive quei mesi di attesa con quell'onestà disarmante, che lo caratterizza da sempre: "Non è stato facile. In campo sono abituato a superare ostacoli, ma quelli di carta sono i più pesanti perché non dipendono dai tuoi muscoli o dall'intesa con il cane." Poi aggiunge qualcosa che vale più di qualsiasi retorica sulla disabilità: "Vedere così tante persone muoversi per me mi ha dato una carica incredibile. Mi sono sentito meno solo."
Sentirsi meno soli. È forse la conquista più importante, quella che nessun cronometro misura e nessun podio certifica, ma che cambia davvero la sostanza delle cose.
Chi segue l'alteta olbiese da tempo sa bene che la vicenda di Fabrizio Pinna non è solo una storia di sport È la storia di quante energie straordinarie si disperdono ogni giorno nell'ordinaria inefficienza burocratica, di quante persone con disabilità si trovano a combattere battaglie che non dovrebbero nemmeno esistere. È anche, per fortuna, la storia di una comunità che sa riconoscere il valore di chi non si arrende, e decide di non lasciarlo solo.
Ora mancano solo le ultime autorizzazioni. Poi Fabrizio potrà tornare a fare quello che sa fare meglio: correre, con il suo cane, verso il prossimo ostacolo. Quello vero.
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