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Olbia, 14 maggio1943: Maria Asara rivive il ricordo dei bombardamenti

Olbia, 14 maggio1943: Maria Asara rivive il ricordo dei bombardamenti
Olbia, 14 maggio1943: Maria Asara rivive il ricordo dei bombardamenti
Vanna Sanciu

Pubblicato il 14 maggio 2018 alle 11:46

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Olbia, 14 maggio 2018 - Questa testimonianza mi è stata resa da un’anziana signora olbiese, zia Maria Asara, io la chiamo così perché per me è come una parente e le sono molto affezionata. Recentemente le ho chiesto di raccontarmi come aveva vissuto le terribili ore dei bombardamentidurante la Seconda Guerra Mondiale, il 14 maggio 1943, uno dei giorni più nefasti della storia cittadina. Zia Mariaha novant'annie nonostantegli inevitabili acciacchi dell’età, si è mostrata disponibile a raccontare quantoaveva vissuto e riesce a ricordare di quei terribili giorni.

[caption id="attachment_99004" align="alignleft" width="296"] Zia Maria Asara in un'immagine recente[/caption]

Ecco il resoconto del suo racconto.

Era la vigilia della festa di San Simplicio, denominata dagli olbiesi anche “Sa Festa Manna de mesu maju”, ma in città non si respirava l’atmosfera lieta della festa poiché la guerra aveva messo in ginocchio la collettività olbiese, privata delle energie di moltissimi giovani impegnati nei combattimenti. In molte famiglie si viveva il timore per le sorti dei familiari partiti per il fronte della guerra, e per il destino di coloro che erano rimasti soffrendo per le ristrettezze economiche e i tanti disagi causati dall’evento bellico. In città incombeva il pericolo dei bombardamenti da parte degli anglo-americani.

La famiglia Asara, come altre famiglie olbiesi, aveva deciso di rimanere in città, mentre molte altre avevano scelto di trasferirsi nelle campagne dell’agro olbiese o nei paesi vicini. La mattina del 14 maggio 1943, zia Maria, che all’epoca aveva quindici anni, si affacciò all’uscio della propria abitazione in compagnia della madre, zia Pina Putzu. A quei tempi, dopo aver sbrigato le faccende domestiche, le donne usavano trascorrere qualche minuto a conversare con le vicine, e anche quel giorno rispettarono l’abitudine ormai consolidata.

Mentre scambiavano due chiacchiere con alcune persone del vicinato, intravidero una giovane donna che loro conoscevano bene perché ormai da tanti mesi passava in via Porto Romano, tutte le mattine. Si chiamava Marianna Pedde, figlia di Antonio Pedde e di Maria Porcu, una signora originaria di Buddusò. La giovane era sfollata da diversi mesi, con la sua famiglia di origine, in una campagna vicino a Olbia, a Santa Lucia. Marianna aveva sposato un giovane olbiese, figlio dei coniugi Careddu, che abitavano nel palazzo di famiglia, dove attualmente c’è il bar Matteotti, vicino al mercato centrale, dove poi sorse Piazza Matteotti.

Il giovane Careddu aveva ricevuto la chiamata alle armi quando era già fidanzato con Marianna, in seguito era riuscito ad ottenere una licenza di un mese per poter sposare la sua amata, poi era ripartito per la guerra. La giovane sposa si recava quotidianamente a visitare i suoceri, a casa loro aveva il recapito postale e lei viveva nella speranza di ricevere qualche lettera del marito, dal fronte. Quella mattina Marianna era più triste del solito, salutò educatamente e poi proseguì a capo chino: il dolore per la mancanza del giovane sposo e l’angosciosa attesa del suo ritorno le avevano spento il sorriso. Non sapeva Marianna che di lì a poco avrebbe incontrato la morte, causata da quella guerra che le aveva sottratto la felicità in vita.

Quella mattina zia Pina era rimasta particolarmente colpita dallo sguardo mesto della giovane che, come avrebbe raccontato tantissime volte ripensando a quei momenti, sembrava che presagisse la tragedia. “Uhai, ite pena cussa pisedda, sempre trista, ma oe pius de onzi die, pariat cun sa morte in cara!”, disse zia Pina, con profonda pena, mentre la ragazza si allontanava.

Rientrarono in casa e pranzarono. Poco dopo, Nando, uno dei fratelli di zia Maria, “appassionadu de aéreos”, che riusciva a riconoscere quale aereo stesse sorvolando il cielo olbiese dal rombo del motore, chiamò a gran voce la sorella dal cortile della loro abitazione: "Maria, curre, curre, s’intendent sos aéreos de sos americanos. Sunt arrivende! As a bìdere, no istentant a nos bumbardare!

Proprio in quel momento sentirono il suono dell’allarme e le urla della madre che li richiamava, i ragazzi, spaventatissimi, corsero all'interno della loro abitazione e si rifugiarono tutti sotto i letti. Poco dopo si scatenò il finimondo: le bombe si annunciarono con un boato sinistro e dal cielo, a cui ci si rivolgeva per chiedere grazie, arrivarono demoni assassini che, in una manciata di minuti, cambiarono il volto di Olbia distruggendo o danneggiando gravemente i punti nevralgici della città e arrecando lutti nelle famiglie.

Sulla città, che allora contava solo dodicimila abitanti, ma era dotata di un porto importantissimo, il secondo in Sardegna, furono sganciate 333 bombe da 500 libbre ciascuna, che colpirono principalmente il “Porto Vecchio”, la ferrovia e il palazzo municipale antistante al porto. L’Isola Bianca, che era sicuramente l’obiettivo primario degli alleati, subì danni pesanti, il Municipio fu distrutto, l’idroscalo “Ettore Anfossi”, la Capitaneria e diversi edifici del centro storico furono ridotti in polvere, il mercato civico smantellato e la chiesa di San Paolo gravemente danneggiata. Una bomba distrusse anche l’Albergo Italia, (attuale Expo), un elegante palazzo costruito negli anni Venti dal cavalier Piro, ubicato in via Porto Romano, a pochi passi dall'abitazione di zia Maria.

Nella comunità si rincorrevano le voci dei danni subiti e della morte di diverse persone. Una ragazza, in seguito allo spostamento d’aria causato dai bombardamenti al Municipio, fu scaraventata in un cortile vicino e molti pensavano che avesse perso la vita, per fortuna la notizia si rivelò falsa e la giovane sopravvisse. L’indomani, la famiglia Asara apprese che le vittime erano state ventidue e che tra di loro c’era anche la sposina triste, la giovane e sfortunata Marianna, che era perita insieme ai suoceri nel crollo della loro abitazione.Fortunatamente, l’infernale “pioggia di bombe” trovò la città semideserta, perché buona parte della popolazione era sfollata, altrimenti avrebbe causato molte più vittime.

Appena cessarono i bombardamenti, la famiglia Asara corse a rifugiarsi nella chiesetta di Cabu Abbas, dove diverse persone avevano trovato un riparo e lì soggiornavano da diverse settimane, ma la sera stessa, sul tardi, gli Asara decisero di rientrare a casa propria. L’indomani mattina, un rappresentante della famiglia Rosso, alla quale gli Asara erano legati da una solida e antica amicizia, si presentò a casa loro, in via Porto Romano, per offrire ospitalità nell'abitazione di campagna, a Plebi. Più tardi arrivò anche l’invito di una famiglia di Rudalza, ma loro ringraziarono e declinarono l’invito poiché si stavano già trasferendo a Plebi, presso la famiglia Rosso.

Zia Maria racconta che fu un soggiorno molto piacevole, nonostante la situazione difficile e il dispiacere per la perdita dei loro concittadini. Tutti i componenti della famiglia Rosso si mostrarono gentili e non fecero mai mancare niente ai loro ospiti. Le giornate trascorrevano in modo sereno, ognuno cercava di dare il proprio contributo nelle faccende domestiche e nei lavori di campagna. I giovani della “famiglia allargata” parlavano dei loro progetti per il futuro, nonostante la precarietà del momento, coltivavano la speranza di poter vivere giorni più lieti. L’amicizia tra le due famiglie si rinsaldò ulteriormente: continuarono a frequentarsi anche dopo il rientro in città e, qualche anno dopo, zia Maria tenne a battesimo una nipote dei coniugi Rosso.

Mentre si trovavano ancora sfollati a Plebi, si susseguirono altri bombardamenti, alcuni dei quali avvennero di notte per opera dei tristemente famosi Wellington, specializzati nei bombardamenti notturni, ma per fortuna non ci furono altre vittime. Il 18 giugno una bomba cadde proprio nel cortile della loro abitazione, che trovandosi vicinissima alla Stazione ferroviaria, era nella traiettoria dei bombardamenti del nemico, ma fortunatamente, la casa non subì gravi danni.

Zia Maria e i suoi familiari fecero ritorno a Olbia ai primi di giugno del 1944. Trovarono una comunità che ancora stentava a riprendersi dal dolore dei gravi lutti e cercava di ricominciare a vivere e a ricostruire una città gravemente colpita.

Sono ormai trascorsi settantacinque anni dai tragici eventi del 14 maggio 1943, ma zia Maria si commuove ancora rievocando le sofferenze patite dalla sua famiglia e da tutta la società olbiese in quel periodo, ed esprime la suapena perla giovane e sfortunata sposina che andò incontro alla morte proprio mentre cercava notizie del suo amato, nella speranza di un futuro felice che non si è mai potuto avverare.

Vanna Sanciu