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Una corporazione di prostitute orientali nella Olbia romana?

Un esotico contenitore in terracotta rivenuto casualmente in Via Napoli quasi un ventennio fa raffigura due musicanti sedute su un dromedario. Testimonia di antichissimi culti orientali, ma secondo Antonio Sanciu, l’archeologo che lo ha studiato, forse anche qualcosa di più…

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È stato un miracolo che non finisse frantumato in mille pezzi. Vent’anni fa, in Via Napoli, vicinissimo alla stazione ferroviaria, la benna si sollevò e ruotò col suo carico di terra appena asportata dalla trincea di posa dei tubi dell’acqua. Ma ecco che qualcuno degli archeologi della Soprintendenza, che attenta vigilava sui lavori, perentoriamente fece cenno al ruspista di fermarsi.  Dentro l’umida terra sconvolta faceva capolino un curioso oggetto di terracotta chiara, che lasciò incuriositi gli addetti ai lavori, ma non certo sorpresi, visto il luogo di rinvenimento, riferibile all’area abitativa dell’antica città punica e romana.

Askòs siriaco del I sec. d. C. rinvenuto ad Olbia, Via Napoli, il 31 dicembre 1999. La foto è tratta dal volume AA. VV., Da Olbia a Terra Nova. Itinerari storici, archeologici, monumentali (M. A. Amucano cur.), Olbia 2004, p. 16. (per gentile concessione Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Sassari e Nuoro

 

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Si tratta di un askòs, termine greco con cui si indica convenzionalmente un piccolo vaso asimmetrico, prevalentemente utilizzato per versare l’olio nelle lampade, che raffigura due personaggi femminili a dorso di un dromedario (misure: altezza cm 13,5; larghezza cm 9,5; spessore massimo cm 3,8).

Oggi custodito al Museo Archeologico di Olbia, il singolare reperto, databile al I sec. d. C.,  fu realizzato saldando due parti distintamente create a matrice, e successivamente saldate come le due valve di una conchiglia. Il muso dell’animale si perse per una frattura avvenuta in antico, ma sono bene riconoscibili le due figure sedute sul largo sedile con baldacchino di tela pesante, adattato all’unica gobba dell’animale. Antonio Sanciu, che studiò e pubblicò prontamente il reperto – l’unico del genere trovato in Sardegna – ci spiega in un suo articolo del 2002 come si tratti di due musicanti vestite con tunica leggere che portano un diadema sul capo. Quella di sinistra stringe tra le mani due oggetti tondeggianti identificabili come cembali, strumento a percussione usato anticamente per particolari riti religiosi e formato da due dischi concavi di metallo che percossi insieme davano un suono acutissimo. L’altra figura femminile suona invece un aulòs, ossia il caratteristico doppio flauto che ricorda alquanto le nostre launeddas.

La raffigurazione – è sempre Sanciu a dircelo –  trova stringenti confronti con altre due simili terrecotte rinvenute nella Siria settentrionale, una conservata al Louvre e l’altra al British Museum. Un ulteriore, bellissimo confronto, in perfetto stato di conservazione e reperibile in foto su internet, è anche quello custodito nella Glittoteca Ny-Carlsberg di Copenhagen, databile al I-II sec. d. C., la cui foto riportiamo qui di sotto.

Due musicanti con aulos e tamburo, a dorso di un cammello. Terracotta I-II sec. d. C., da Hama, Siria. Inv. 2809. Posizione: Ny-Carlsberg-Glyptothek, Copenhagen, Danimarca.

Le statuette sono state interpretate come componenti del corteo di una processione sacra, legata alla divinità della “duplice Fortuna”, antichissimo culto orientale diffuso tra la Siria e l’Arabia e perdurato in quei luoghi fino all’età romana.

È immaginabile di conseguenza la presenza di una componente etnica siriaca nell’Olbia romana. Antonio Sanciu si chiedeva anche, e legittimamente, da chi poteva essere composta questa presumibile presenza orientale nella multietnica città antica. L’ipotesi che il noto archeologo ha proposto è suggestiva ed intrigante. Le musicanti siriache emigrate nella Città Eterna, le cosiddette ambubaiae, dal siriaco abub, che vuol dire flauto (per estensione il termine comprendeva altresì le suonatrici di cembali, timpani ecc. ) erano numerosissime, come ci testimoniano le fonti storiche. Ballerine e cantanti immigrate dal Medio Oriente spessissimo esercitavano anche la prostituzione, e così venivano associate o assimilate ad esse nella percezione comune. In età flavia, come ci fa intendere il poeta Giovenale nelle Satire, la loro diffusione doveva essere esorbitante in Roma. Erano riunite in collegia, ossia corporazioni, già al tempo dell’imperatore Augusto. Non è impossibile pertanto che anche nella Olbia di età imperiale fosse presente ed attiva una di queste corporazioni di “baiadere” orientali dedite alla prostituzione, considerati i collegamenti diretti con il porto di Ostia e visto che la Sardegna era in quel tempo tappa fissa lungo la rotta tra la Siria e la Spagna. Si tratta di un’ipotesi suggestiva, che l’askòs del Museo Archeologico di Olbia purtroppo può al momento soltanto suggerire, ma non ancira dimostrare.

M. A. A.

Per chi volesse saperne di più: A. SANCIU, Un askos siriaco dalla Sardegna, in EVO XXV (2002), pp. 269 ss. ) (L’articolo è consultabile online qui)

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