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GALLURAchefu

Calangianus nella mia infanzia

CALANGIANUS 1956 PROPRIETÀ M. A. AMUCANO
DoubleTree by Hilton hotel ristorante Olbia 1400

Olbia, 1 novembre 2020 -Quasi sempre, iniziati i tornanti della “Scala”, vomitavo tutto. Per tre anni, forse quattro, non ricordo più bene, il trinomio spiaggia-mare-sale si concludeva inesorabilmente ai primi di settembre. Dopo averne pazientemente smontate le ruote, mio padre sistemava le due biciclettine (l’altra era di mio fratello) nell’enorme bagagliaio della 125 Fiat.

Ci aggiungeva le valigie, qualche regalo per la zia, e verso le 16,30 si partiva, sempre non troppo tardi, per non guidare avendo il sole in faccia.
La distanza che separava Olbia da Calangianus,  trentacinque chilometri, sarebbe poca. Ma se papà –trascurando i controproducenti effetti sul figlio-  si prese la briga di computare la spropositata media di curve per chilometro della Statale 127, un motivo serio c’era. La danza serpentina già ci sballottava dopo la rossa cantoniera di Putzolu, riprendeva frenetica dal ponte sul Rio Almiddina, concedeva illusoria tregua prima e dopo il giulivo paese di Telti (attraversandolo, una sinfonia di sguardi curiosi si incollavano finché non scomparivi all’ultima curva), e diventava un sabba indiavolato sulla “Scala”, non perché le sue curve fossero le peggiori, ma perché non se ne poteva più. Qua, fra i graniti selvaggi, l’anima mi veniva strappata via passando per lo stomaco ansioso di liberarsi, e oltretutto nauseato al sommo grado dallo Chanel dolciastro di mamma. “Non posso accostare in questo tratto, è pericoloso, bisogna che aspetti il primo rettilineo”, ma il problema stava proprio lì, porca miseria. “Aprite il finestrino, respira aria profondamente, guarda davanti, non tenere la testa bassa, non leggere il Corriere dei Piccoli, non pensarci troppo….” Il breve rettilineo non arrivava mai, ed il  terzo “non” di papà garantiva infallibilmente, contro il suo stesso volere, un immancabile effetto emetico.

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Calangianus. Piazza del Popolo in una cartolina della fine degli Anni Sessanta (proprietà dell’autore dell’articolo)

Il nostro arrivo era occasione di festa per gli innumerevoli parenti ed affini. A loro si aggiungevano presto i parenti e gli affini degli affini, per i quali un semplice buonasera funzionava da campanello, una volta introdottisi nell’affollata cucina della casa di nonna, adesso rimasta vuota a tiranneggiare triste Piazza del Popolo con un cartello “vendesi” attaccato alle finestre. Al chiassoso e caloroso vai e vieni ero abituato dai tempi della mammella di mamma, come a rimettere i resti del pranzo all’andata e dell’ingozzata di cucciuleddi fatte dalle mani di zia Giovannina, nel viaggio di rientro.

Fu un vero, primo trauma ambientale – e mi riferisco al mio battesimo di vita protrattasi in quel felice paese della Gallura dal nome inizialmente impronunciabile– il vedere papà e mamma-chioccia abbandonarmi e ripartirsene per Olbia dopo l’imbrunire. Il giorno seguente si sarebbero imbarcati per il consueto viaggio nel centro-nord della Penisola, e li avrei rivisti un infinito mese dopo per l’inizio delle lezioni, sapientemente previsto per il primo di ottobre, quando ancora i nostri politici non avevano stabilito di allinearci ai paesi scandinavi sfiorati dal Circolo Polare Artico.

Il secondo trauma fu invece di ordine prettamente linguistico, o meglio ancora fonetico. Per me, di ascendenze olbiesi plurisecolari, il logudorese stava ancora come unica e alternativa lingua all’italiano. Era anzi l’elegante tarranoesu, scandito nei suoi musicali ritmi arcaici, che mio padre in famiglia sfoggiava non certo con la moglie calangianese ed i figli, ma rivolgendosi alla sorella maggiore, o ai suoi fratelli e parenti di analoga parlata, quando capitava. Pertanto il gallurese-calangianese udito già nella culla nelle prolungate “cjavanati” (trad. “chiacchierate”) di mamma con i suoi parenti e compaesani, era rimasto sempre per me un vernacolo allogeno cantilenato, infarcito di astruse “d” cacuminali e continue affricate mediopalatali sorde e sonore. Un guazzabuglio di strane parole italianizzanti da ricacciare garbatamente sui monti del Limbara nei cui boschi impenetrabili –secondo le mie fantasie – era stato inventato per fare dispetto agli olbiesi. In particolare trovavo senza senso lo scambio chiastico degli aggettivi “bruttu“ – che in italiano si traduce “sporco” –  e “suzzu”  -così prossimo al noto “zozzo” –  in calangianese intendendosi  esteticamente “brutto”.  Per cui mi offendevo non poco, i primi giorni, quando la sera rientravo tutto sudato e sudicio per i mille giochi fatti, ed eppure venivo affettuosamente coccolato col complimento implicito: “unu beddhu steddhu tuttu bruttu”, ossia un “bel bambino tutto sporco”.

Brutta faccenda trovarsi adesso catapultato in mezzo a chi palesava la medesima, contrapposta estraneità per la linga di li saldi (la lingua dei sardi) parlata da li mazzisaliti (pance salate) laggiù nella torrida bassa olbiese. Certo, nonna, zii e cugini si rivolgevano a me in buon italiano per rispetto ed inclusione, parola oggi così tanto inflazionata. Ma il resto del paese non si poneva il problema.

Calangianus. Piazza del Popolo in una cartolina del 1960 (proprietà dell’autore)


Inoltrandomi nei pittoreschi vicoli, nondimeno imparai velocissimamente il significato di “E tu fiddholu di ca’ sei?” (E tu di chi sei figlio?). La domanda cascava dall’alto delle finestre degli aristocratici palazzetti in granito de La Carrera Longa, sormontati da enormi mensoloni scalpellati a mano che reggevano gli aggetti dei tetti; faceva capolino dagli usci semiaperti del quartiere Lu Rizzatu, mi avvolgeva come un nugolo di zanzare ovunque, nei negozietti, nel bar-tabacchi dove compravo le Mercedes a zio Michele, nella brulicante Piazza del Popolo. Fra la grandinata iniziale di punti interrogativi, una donna grassottella e con gli occhi a spillo si distinse andando oltre: “Ma tu no sarai fiddholu di Nicchis Puliga?”

“Nicchis Puliga… chi è costui?” rimuginai. Divorato dalla curiosità, durante il pranzo chiesi a mia nonna e agli zii a chi corrispondesse quello strano nome che precedeva il loro cognome. Con mio grande stupore mamma non mi aveva mai accennato al cugino Nicchis, ma almeno gli zii qualche notizia la buttarono. Figlio unico di un fratello di nonno, fu battezzato col nome di Giuseppe, ma per tutti a un certo punto fu solo “Nicchis”. Spregiudicato, ribelle, anticonvenzionale, esercitava senza riserve con le donne il suo fascino “maledetto”. Da giovane aveva giocato forte sulla sua atipica bellezza: occhi cerulei, naso sottile, fisico longilineo, lo avresti scambiato per un diafano pre-teutonico del Baltico. In età matura, persi sciaguratamente tutti i biondissimi capelli a causa della tigna, compensarono i soldi, il suo stile da uomo di mondo, la sua Alfa Romeo Montreal rosso-arancione. A proposito delle origini del suo nomignolo, di lui si raccontava che dopo il Bando Badoglio dell’8 settembre 1943 qualcuno lo riconobbe, “tedesco” fra i tedeschi che sgomberavano pacificamente la Sardegna e diretti verso gli imbarchi per la Corsica. Ognuno dice la sua sul luogo (Palau? Olbia?) e sulle cause, anche fantasiose, della sua presenza là in mezzo agli sconfitti. Si raccontava anche – a mio avviso inverosimilmente –  che il giorno indossasse una divisa da sottufficiale della Wermacht. Fatto sta che qualcuno lo riconobbe e lo fulminò non con la solita domanda, ma piuttosto con un’esclamazione sommessamente sibilata: “Eppuru tu mi pari propriu lu fiddholu di Mario Puliga!” La risposta pare sia stata secca e violenta come solo un sottufficiale nazista poteva, ma il motivo era sostanzialmente la stizza di essere stato riconosciuto: “Nichts Puliga! Nichts Puliga!” (“Niente Puliga! Niente Puliga!” nella lingua di Wagner). La notizia non uscì dalla Sardegna, ma al di qua del mare non ci fu scampo per Nicchis.

Dopo due giorni, acquisito dalla comunità che non ero affatto “lu fiddholu di Nicchis”, bensì “di Maria”, nonché “ lu nipoti di Battista Puliga lu sindicu”, cessava d’incanto la gragnuola delle domande, e potevo finalmente dedicarmi sereno e indisturbato a sviluppare l’abilità innata che sempre sarebbe stata –come ovvio – anche una delle mie massime passioni: esplorare. Cercai di scoprire anzitutto da quale terrazzo aveva spiccato il volo Juanni Boju tenendo strette due ali artigianali di tavole e cartone, e finendo per fracassarsi sul selciato fra le risa sguaiate del popolino che lo aveva carognescamente incoraggiato al folle volo. Intuivo qualcosa di genialmente leonardesco nella stravaganza di questo poveraccio d’altri tempi illustrato dai racconti materni. Trovare la sua base di lancio mi avrebbe confermato che non si trattava di mitografie paesane o di racconti falsi come quello dell’Uomo Nero. Domandai, e mi fu risposto che Boju era un soprannome appioppatogli perché aveva gli occhi sporgenti da ipertiroideo, e che era stato solo un matto disgraziato fra i tanti che movimentavano la vita di Calangianus: maccu fra macchi vissuto forse ai tempi di Garibaldi. L’abitazione a due piani col soprastante terrazzino era finita demolita da molto tempo per costruirci un capannone per la prima concia dei pellami. Grande fu la delusione. Preferii allora dedicarmi ai verdi dintorni dell’abitato.

Mi convinsi presto che chi aveva fondato Calangianus era perché aveva dichiarato guerra ai boschi di lecci, corbezzoli e querce da sughero. Mai ci sarebbe stata tregua. Circondavano l’abitato come gli Achei con la città di Troia nel famoso assedio di dieci anni. L’assedio che osservavo coi miei occhi ed attraversavo affascinato durava invece da dieci secoli. Avrebbero vinto loro, gli alberi, alla fine dei tempi, ringalluzziti dalle folate del maestrale. Non avevano Ulisse ad escogitare stratagemmi, ma pur non essendo altrettanto astuti erano tanti, tanti, tanti, schierati per chilometri e chilometri tutt’intorno, a perdita d’occhio, fino al Monte della Madonna sul Limbara, fino a chissà dove oltre gli ignoti mondi delle mie future conoscenze. Ne ero certissimo: avrebbero vinto, anzi trionfato. E non ho mai cambiato idea.
I calangianesi questo lo sapevano bene. E si vendicavano, per concessione del Fato imperscrutabile, scorticando vive le povere querce da sughero. Camminavo solidale in mezzo ai loro dolori verticali e contorti, nel sottobosco di gommapiuma crepitante di foglie secche che profumava dei funghi non ancora spuntati. Rimanevano coi fusti nudi, decorticati della pregiata cute. Avevano dedotto che parteggiavo per loro, mi parlavano sommessamente, facendosi compagnia e forza reciproca nel sottobosco di lamenti che emanavano dal colore rosso sangue dei loro corpi umiliati. Mi urlavano la loro afflizione con vibrazioni che normali orecchie non avrebbero inteso. La corteccia spugnosa ed ambita si sarebbe rigenerata  e riformata solo dopo dieci anni; ma ecco che, come nel supplizio di Prometeo il cui fegato ricresciuto durante la notte veniva puntualmente divorato dall’aquila del Tartaro, così l’uomo avido sarebbe tornato di nuovo ed inesorabilmente, senza pietà alcuna, coi suoi strumenti di supplizio, a strappare via ancora una volta il prezioso rivestimento.i

Querce da sughero presso Santu Bastianu, Calangianus (foto dell’autore dell’articolo, ottobre 2020)

Dappertutto le cataste di sughero estratto erano ricorrenza continua, anzi ossessiva del paesaggio circostante. L’odore del sughero bollito impregnava gli abiti dei calangianesi, i capelli, i loro materassi. Annunciava l’ingresso al paese prima ancora del cartello azzurro. Ovunque operai di ogni età lo ritagliavano a cubetti in cameroni dalle finestre sempre aperte. Li spiavo dalla strada, restando poggiato sulla punta della sella della bicicletta, gli operai laboriosi con la lametta in mano, intenti a rifilare certosinamente le bozze dei futuri tappi dello Champagne. Io stavo dalla parte degli alberi, non con i cinici affettatori del loro cuoio vegetale, e ne andavo segretamente fiero. Forse è per questo motivo che non si degnavano nemmeno di sollevare lo sguardo per salutarmi.

Si sarebbero prese la loro rivincita, le querce da sughero, come gli Ent del “Signore degli Anelli”, che iniziarono a marciare contro l’apostata Saruman e gli Orchi al suo comando. Immaginavo una scena del genere mentre andavo alla vigna di nonna a Santu Bastianu, a rubare i chicchi minuscoli di nebbiolo maturo dalle viti rasoterra, i cui pampini diventavano rossastri verso la fine di settembre. Oppure mentre frugavo nei casolari abbandonati, tirando fuori vecchi cucchiai di peltro e pitali di metallo laccato di bianco, simboli di povertà volutamente dimenticati con la fuga verso gli agi del boom economico. Ancora mentre mi appostavo in attesa della “Littorina” diretta a Tempio, che sostava una manciata di secondi nella stazioncina ferroviaria, senza che quasi nessuno, ormai ci salisse più. O quando finalmente arrivava il giovedì mattina presto, e la vicina di entrava dal portone perennemente aperto tenendo in mano un dono preziosissimo: un pane appena cotto su una lastra di granito arroventata dalle braci. Lu coccu azimu, cioé non lievitato, come il pane arabo, basso, croccante, caldo, avvolto con amorevole cura in un ampio tovagliolo a quadretti, sempre lo stesso dentro lo stesso cestino, da decenni. Il cuore più dell’olfatto ne aspetta ancora il profumo, ma non lo trova più.

Distese di boschi presso la Madonna delle Grazie, nei dintorni di Calangianus, ai piedi del Limbara (foto dell’autore dell’articolo)

Talvolta, cinquant’anni dopo, se trovo un po’ di tempo, prendo il fuoristrada, parto e mi reco a Santu Bastianu, da solo. La chiesetta campestre che era un rudere coperto di felci è stata ricostruita. La vigna di nonna, piccola e con pochi meli e cotogni che la decoravano, forse non esiste più. Ho qualche problema ad orientarmi, i punti di riferimento sono stravolti, forse gli alberi stanno già preparando il contrattacco della Fine dei Tempi. Nuchis, piccola frazione, mi saluta in lontananza col suo campanile da presepio napoletano. Luras replica a poca distanza, dalla sua alta torre-cisterna. Le querce da sughero sono sempre là, grondanti di sangue. Mi riconoscono, ci salutiamo, ci confidiamo i nostri segreti, i nostri dolori. Mi hanno fatto notare che anche la mia pelle ricresce ogni pochi anni, ciclicamente scorticata dalle ingiustizie, dalle miserie umane, dalla mediocrità. Ho scoperto di essere come loro, le sacre querce da sughero. E resto sempre dalla loro parte.  

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