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Budoni: un ricordo di Francesca Ponsanu direttrice del Museo dello Stazzo

L'archeologa e direttrice del museo etnografico di Budoni è scomparsa lo scorso 30 settembre

Budoni: un ricordo di Francesca Ponsanu direttrice del Museo dello Stazzo
Budoni: un ricordo di Francesca Ponsanu direttrice del Museo dello Stazzo
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 02 October 2022 alle 17:00

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Budoni. Conobbi Francesca Ponsanu ventisei anni fa, a Siniscola, quando mi fu affiancata in uno dei progetti a tempo determinato che la Regione Sardegna finanziava per il censimento e la valorizzazione dei beni archeologici in numerosi comuni dell’isola.

Piccola di statura e sempre sorridente, mi colpirono quegli occhi azzurrissimi,  penetranti e limpidi. Trapelava da lei una voglia matta di darsi da fare e confermò subito quella mia prima impressione.

Ricordo nitidamente la mattina di maggio in cui si decise di scalare le pendici del Montalbo di Siniscola, destinazione l’inaccessibile nuraghe “Nidu ‘e s’Abile”, un nome, il nido dell’aquila, che era già tutto un programma. Gli operai che ci facevano da guida - fra loro cacciatori e pastori irrobustitisi su quegli impervi costoni-  era evidente che sotto i baffi si divertivano un mondo ad imprimere ritmi forsennati alla marcia. Unica minuta donna aggiunta ad un plotone di uomini avvezzi alle durezze del calcare e degli sterpi spinosi, non chiese mai di rallentare l’andatura, sebbene rimanesse un po’ indietro. Era evidente che penava, faceva caldo, le sue gambe erano più brevi delle nostre, ma non cedette per implorare l’atteso “Più piano, per favore…”.  Avrei dovuto farlo io cavallerescamente, che parimenti sbuffavo, ma v’erano equilibri delicati nel gruppo e la mia richiesta d'intercessione sarebbe potuta essere interpretata come una scusa per coprirmi dietro la galante premura verso la nuova collega.

Per raggiungere il famigerato nuraghe avremmo dovuto da ultimo percorrere una sorta di lama di roccia lunga una trentina di metri, fiancheggiata ai due lati da strapiombi paurosi che ghignavano sornioni.  Prudentemente dissi che non era proprio il caso di rischiare la pellaccia per i quattro spiccioli di stipendio che recepivamo. Furono d’accordo tutti, il rischio era enorme, anche perché non avevamo le opportune attrezzature e nemmeno le competenze per impiegarle.

Lei fece eccezione, così mi parve. Lei avrebbe rischiato, ed era come se me lo implorasse con gli occhi con cui mi fissava e che io non volli incrociare coi miei. Rimase delusa per la mia risoluta decisione, ma la rispettò senza dire una parola. Apprezzai molto ciò. Ecco, Francesca non temeva il rischio, era come una kamikaze nipponica e me lo confermò pochi giorni dopo indossando un casco rosso da speleologo ed infilandosi come uno scoiattolo giù per la stretta scala elicoidale nuragica che immette a “Sa Prejone ‘e S’Orcu”, grotta da cui non sarebbe mai voluta uscire nemmeno una volta ultimati i rilievi.
Era una persona molto leale e per questo che ci furono mai malintesi o screzi in quei duri mesi estivi di ricognizioni sul campo e di scavo a Paule 'e Lucca, nella vallata di Bèrchida. Eravamo giovani, energici e spensierati; delusioni e dolori non ci avevano ancora morsicati bene e ci fregava poco o nulla degli onori. Amavamo ciò che facevamo, che era meraviglioso, e il resto non contava.

Foto ricordo di fine scavo dell'insediamento rustico romano di Paule e' Lucca, nella vallata di Berchida-Siniscola. In basso a destra si riconosce l'archeologa Francesca Ponsanu

Ci incontrammo diversi anni dopo in un tedioso quanto inutile corso regionale per tecnico museale. Fra una lezione e l'altra mi parlò del suo progetto, o sogno, di voler creare un museo etnografico a Budoni. Mi chiese se avevo qualcosa da donare, ma in quel momento –ohimé – non possedevo manufatti o oggetti degni di un’esposizione museale del genere. Si lamentò di qualche pregiudizio iniziale verso la sua idea, forse di qualche ostacolo, di difficoltà ambientali insomma. Sapevo però che ce l’avrebbe fatta perché il vino buono sta nelle botti piccole e perché lei era una kamikaze piccoletta ma tosta che non temeva burroni e strapiombi, nemmeno come metafora della vita.
Il resto è storia. La piccola grande storia del Museo dello stazzo e della civiltà contadina di Budoni, fiore all’occhiello per l’ultimo paese della Gallura prima che inizi la ferace Baronia. Eventi, mostre, presentazioni di libri si sono susseguiti numerosissimi negli ultimi anni grazie alla sua indefessa attività, là davanti al “suo” museo, animando la vita culturale di un paese che sembrava destinato solo agli ozi estivi dei vacanzieri continentali.

Quando parlava di cultura degli stazzi parlava per esperienza direttamente vissuta, nata com’era nella minuscola frazione di Birgalavò, attaccata ad Agrustos, a nord di Budoni. Mare incantevole e cieli azzurrissimi, come i suoi occhi schietti.
Francesca non amava fare la splendida, era una professionista umile, concreta, per lei contavano i fatti e non le chiacchiere. La voglio ricordare col suo immancabile sorriso e con quell’entusiasmo strabordante e contagioso, motore instancabile per ogni sua attività di promozione della conoscenza del passato per sé e per gli altri.
Mi sarebbe bastato averne almeno la metà, di quel tuo entusiasmo, cara Francesca. Ti sia lieve la terra, quella che noi archeologi tanto amiamo e che abbiamo scavato fianco a fianco.