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Non vorrei che finisse dimenticata, Rita

Ripasso davanti a quella palazzina di Corso Umberto con le scritte “vende” esposte in facciata: non c’è più niente, per me, forse nemmeno quelle mura, e se ci sono ancora non mi dicono più niente

ph marco agostino amucano
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Non vorrei che finisse dimenticata, Rita. Non per ciò che cucinava e per come lo cucinava, insomma, per il suo ristorante che non menzionerò perché tutti sanno qual era. Né dirò più dove stava, il ristorante, perché tutti lo sanno dove stava e chi ci andava ecc.  Ma la ricordo –ovvio, ma non troppo ovvio- per quello che nella mia memoria rimane, e lei era. Per quell’uomo, Arnaldo, che le è stato vicino e che ora colgo sempre passeggiare sul marciapiede di destra di Golfo Aranci, da solo, con una barba lunga e bianca che non rammento avesse, allora. Sempre sullo stesso marciapiede, e va verso l’edicola di fronte alla chiesa, alla stessa ora del mattino. Vorrei intervistarlo e chiedergli di quei tempi, dei bei tempi, di Rita, ma è come se un sacro pudore ogni volta mi paralizzasse, perché ho conosciuto, e condivido, la sua discrezione; comprendo il suo dolore malinconico, dignitoso, solitario.

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Ripasso davanti a quella palazzina di Corso Umberto con le scritte “vende” esposte in facciata: non c’è più niente, per me, forse nemmeno quelle mura, e se ci sono ancora non mi dicono più niente. Non si riescono più ad affittare, né a vendere, come se ci fosse caduta una maledizione antica. Come se un fato inesprimibile avesse detto basta a tutto, anche alla possibilità di narrare una nuova storia all’interno delle stanze chiuse da anni. Le mie sono solo parole, direte, perché tutto scorre e tutto va avanti, spietatamente, alla faccia di tutto e di tutti. Vero, ma la memoria non scorre, resta. Resta per sempre, ci piaccia o meno; a condizione che qualcuno la scriva, la coltivi, la gestisca, non la annienti nell’inutilità di un vivere senza la capacità di apprezzare e tramandare le cose belle che sono state e sono.

Rita Denza e la sua èquipe di cuochi in una foto tratta da http://www.lanuovasardegna.it/olbia/cronaca/2015/03/27/news/rita-denza-la-signora-della-cucina-sarda-1.11128750

Voi la ricorderete per gli anemoni di mare fritti o per l’aragosta alla catalana. Insuperabili. Poco mi cale, adesso,  di quei manicaretti. Preferisco che mi resti la sua immagine di donna ferma e sorridente, quando ancora giovane, con gli occhiali perennemente un po’ scesi sulla punta del naso, stava in piedi sulla soglia dell’albergo-ristorante già di buona mattina, a vedere il corso e la città rianimarsi ed animarsi. Io, appena uscito da casa per andare a scuola ancora assonnato, indossavo il mio grembiulino nero, il colletto bianco ed il fiocchetto che ad ogni anno scolastico cambiava colore. Lei mi salutava sorridendo, chiamandomi sempre per nome ed io, che arrossivo sempre, sorridevo ricambiando col “buongiorno” che si deve ai grandi. Per me la sua immagine resta stampata nella memoria in questo rituale e quotidiano “buongiorno” dell’infanzia mia prima. Lascio ad altri più bravi di me il ricordo del suo perenne grembiule bianco e dei suoi menù d’arte elencati a voce ai tavoli.

Tutto qui. Non avrei altro da aggiungere. Non volevo che finisse dimenticata, Rita.

©Marco Agostino Amucano

18 novembre 2018

 

 

 

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