Monday, 03 August 2026
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Pubblicato il 03 August 2026 alle 07:00
Telti. “Quanto ti pagano all’ora per rinunciare ai tuoi sogni? La nostra felicità, il senso di pienezza, di libertà, di leggerezza, di realizzazione e anche, in buona parte, la nostra salute mentale e fisica dipendono da quanto siamo connessi con l’autentico scopo della nostra vita”. Inizia così, in maniera dirompente e provocatoria, il nuovo saggio scritto da Daniel Lumera - icona internazionale nell’ambito della crescita personale, della spiritualità e in particolare della meditazione – che è stato di recente presentato a Telti durante uno degli appuntamenti della rassegna letteraria “Liberamente sopra le righe”.
La serata, molto partecipata da un pubblico attento ed entusiasta, svoltasi nella splendida e caratteristica cornice cittadina della Piazza Duomo, è stata un successo. A interagire con l’autore, la relatrice Maria Antonietta Azara, che ha sapientemente moderato l’incontro a partire dal titolo del libro pubblicato da Solferino “Scegli la tua vita. Vocazione, significato, talento: come trovarli dentro di sé” e dalle tematiche principali contenute nel saggio.
Daniel Lumera è considerato un riferimento internazionale nell'area delle scienze del benessere, della qualità della vita e nella pratica della meditazione. Biologo naturalista, research fellow in Sociologia dei processi culturali e comunicativi, è anche fondatore dell’International Kindness Movement – volto a promuovere valori come la gentilezza, la pace e la cooperazione globale – e di La Lumera O.d.V. - nata con l’obiettivo di diffondere un nuovo paradigma di benessere e trasformazione personale, relazionale e collettiva, declinando il metodo in vari progetti sociali nelle scuole, nelle carceri e negli ospedali. Infine, ma non per ultimo, Lumera è anche autore di numerosi bestseller e curatore della rubrica 7 Respiri sul «Corriere della Sera». Nato e cresciuto in Sardegna, Lumera ha istituito proprio nelle campagne di Telti, il centro dal nome evocativo: “L’Incontro”. Uno spazio rigenerativo, immerso nella natura con vista verso l'area marina di Tavolara, nato per riqualificare un ex comunità e concepito come un luogo dedicato alla crescita personale, alla meditazione, alla formazione e alla ricerca, che negli anni ha ospitato noti professionisti di tutte le discipline del benessere: dalla medicina all’arte, dalla meditazione alla spiritualità di ogni confessione. Uno spazio dove cultura e benessere diventano le ancelle per la costruzione di un mondo più umano.
La serata si è aperta con la dichiarazione, da parte dell’autore, delle motivazioni profonde che l’hanno spinto a scrivere questo nuovo libro, ovvero: il duplice pentimento delle persone durante gli ultimi istanti di vita, il rimpianto cioè di non aver manifestato ed espresso con parole e gesti i propri sentimenti verso le persone che amavano per paura o vergogna, e quello di non aver vissuto una vita autentica, in base alle proprie passioni e inclinazioni, ma quella che altri avevano scelto per loro, omologandosi ad una società e a delle regole non sentite fino in fondo; alcuni recenti studi che hanno dimostrato come trovare il proprio scopo di vita e dare un senso unico e significativo alla propria esistenza faccia bene alla salute, riducendo fino al 50% l’insorgenza di malattie come l'Alzheimer o la demenza senile.
“Accorgersi, in punto di morte, di essersi omologati ad aspettative familiari, a desideri e bisogni sociali, a necessità di mercato, e di non essere riusciti ad emergere per paura, per adattamento, per educazione, per una serie di condizionamenti, per aver detto troppi "sì" a cose che non ci sono mai appartenute e di aver vissuto una vita che, in fondo non era la nostra, è devastante perché ci si accorge che non c’è più tempo. È un pentimento che non ha soluzione. - commenta Lumera, testimone in prima persona di questa frequente constatazione durante l’accompagnamento di molte persone nel momento del fine vita - L'essere umano ha bisogno di trovare uno scopo nella vita e di dare un senso al dolore, al tradimento, alla malattia, alla morte, all'amore e a tutto ciò che vive, per poi magari rendersi conto che il senso di qualcosa è l'accettazione stessa dell'assenza di senso. Abbiamo comunque la necessità intrinseca di attribuire significati per non ammalarci”. Le statistiche riportano, non a caso, un consumo raddoppiato dell'utilizzo di psicofarmaci nell'ultimo decennio. E secondo l'Istituto Superiore di Sanità oggi, un ragazzo su tre, svilupperebbe patologie come l'ansia cronicizzata o la depressione. Un problema, secondo l’autore, dovuto in gran parte al fatto che viviamo in un sistema che non ci porta a riflettere, a sentire, ad ascoltare quella che sarebbe la nostra unicità ma che, al contrario, tende a volerci tutti standardizzati e ad anestetizzarci.
“C’è letteralmente una guerra in atto per la colonizzazione della mente umana – ha continuato Lumera - le Big Tech si sono rese conto che la nostra attenzione può essere utilizzata come materia prima ad alto rendimento. Veniamo di conseguenza virtualmente bombardati continuamente per canalizzare la nostra attenzione in ambienti digitali e permanerci più tempo possibile per poter acquistare e mettere like. Oggi l’indice medio di distrazione va dai 40 ai 47 secondi. Dilaga una disgregazione e una frammentazione dell'attenzione pericolosissima e, di conseguenza, specialmente i ragazzi non riescono più a costruire una narrazione unitaria di sé stessi”. Se è vero infatti, come dimostrano molte ricerche, che ci vogliono almeno 15 minuti di focalizzazione su qualcosa per entrare in uno stato di flusso, cioè per rendere al massimo in termini di creatività, di ottimizzazione dell'ispirazione e di profondità in quello in cui ci si sta applicando, è altrettanto reale la tossicità che sta disgregando l’attenzione delle persone e che, quindi, sta creando una società sempre più malata. Tutto alimentato dall’assenza di spazi contemplativi e rigenerativi, in cui ascoltarsi, fare auto-indagine e capire quali sono i propri dolori profondi, quali gli irrisolti che necessitano di essere visti, accolti e guariti, e quali sono soprattutto le inclinazioni naturali personali. Viviamo infatti in un sistema che ci spinge verso il bisogno di accettazione e la necessità di riconoscimento, in cui la stessa scuola non incoraggia i ragazzi a scoprire i propri talenti, a inseguire i propri sogni e a trovare una vocazione autentica. Ciascuno di noi, nel pensiero dell’autore, sarebbe nato per un motivo e avrebbe una missione di vita a cui solo lui o lei può adempiere in modo unico e irripetibile.
Ma come aiutare le giovani generazioni a scoprire e realizzare questa missione? La risposta di Lumera al quesito è stata: “permettendogli di sperimentare e anche di sbagliare per trovare la propria strada”. Nella sua visione, infatti, un passaggio a cui tutti gli educatori dovrebbero prestare attenzione sarebbe il non rendere i ragazzi troppo presto troppo efficienti. Non bisognerebbe, in sostanza, spingerli a identificarsi da subito in un ruolo, ad avere troppe responsabilità, perché togliergli gli spazi di ozio, attraverso i quali possono scoprire sé stessi, sarebbe altamente pericoloso. “Hanno bisogno di vagare liberi, di cercare il proprio campo e di mettere in discussione il proprio modello genitoriale. Cioè cosa è giusto e cosa è sbagliato secondo chi gli ha dato le regole – ha spiegato l’autore – I ragazzi hanno bisogno di fare questo, perché devono prendere coscienza che l'identità è una scelta e non è più un racconto che qualcun altro gli ha fatto di sé. Dobbiamo rischiare! Un figlio si ama non anche se è diverso, ma proprio perché è diverso. E questo è un passaggio di fiducia fondamentale. Il rapporto figlio-genitore si stabilisce infatti quando si diventa profondamente eretici rispetto al discorso genitoriale, si trova la propria strada, e il genitore concede la fiducia all’eventuale (o a quello che lui pensa sia!) errore. Quando permette di sbagliare, si fida del processo del figlio, si fida del suo dolore. E si tratta di un aspetto dell'amore incondizionato difficilissimo da attuare, estremamente complesso per tante persone, in quanto mostra un’evidenza ostica da accettare: i figli non ci appartengono e non sono il nostro prolungamento nel mondo. Sono entità separate da noi che hanno il diritto di manifestare la propria unicità con libertà”.
Lumera ha invitato esplicitamente i presenti ad essere eretici per sentirsi pienamente sé stessi. A uscire dai contesti noti, a decontestualizzarsi, a liberarsi dai condizionamenti e dalle regole imposte e a fidarsi della propria intuizione, di quell’intelligenza naturale e spirituale – intrinseca in ogni essere umano – che risiederebbe nella mente e nel cuore e che saprebbe distinguere tra giusto e sbagliato per ciascuno senza la necessità di suggerimenti esterni. “Ecco il tipo di intelligenza che va risvegliato – ha sottolineato l’autore - quell’intelligenza che in noi è stata castrata quando eravamo piccoli causando una disconnessione dal nostro corpo. Come educatori abbiamo il compito di risvegliare quell'istinto innato nei bambini e nei ragazzi, quell’intelligenza naturale che porta a comprendere cosa sia giusto per loro sempre nel rispetto della libertà altrui e in un’ottica di bene comune”.
Come superare quindi la paura di concedere fiducia alle persone e, soprattutto, ai più giovani e a coloro che ci sono stati affidati dalla vita per essere educati? “Diamo principalmente regole perché abbiamo paura che dare fiducia porti l’altro lontano da noi, da quello che è il nostro senso di giusto e sbagliato – ha risposto Lumera - ma il più grande atto di amore che possiamo fare per le nuove generazioni è proprio questo: lasciarle libere da noi stessi pur proteggendole quando è il momento. E qui sorge un altro problema: siamo in grado di discernere quando sia il momento per il loro bene o il nostro intervento è condizionato da un bisogno egoico di controllo? I giovani hanno l’urgente necessità di essere educati ad ascoltare sé stessi, ad essere rivoluzionari. Questo è il più grande dono che potete fare ai vostri figli e alunni nelle scuole. Piuttosto siate per loro esempi trovando e seguendo il vostro personale Dharma, cioè la vostra vocazione unica. L’adulto che riesce a fare questo diventa fonte di ispirazione collettiva perché avvicina gli altri a loro stessi con la sua sola presenza. Questi dovrebbero essere gli educatori, questi dovrebbero essere i genitori, questa dovrebbe essere la scuola, questo dovrebbe essere il sistema politico. Proibirei a qualsiasi persona di ricoprire una carica governativa o pubblica senza un percorso spirituale e umano alle spalle e che non avesse presenti e non incarnasse valori quali l'empatia, la compassione e il servizio disinteressato. Perché il livello di ignoranza spirituale e di corruzione dell'anima che dilaga tra la popolazione è sconvolgente e questo non fa che ripercuotersi sulla comunità in maniera negativa attraverso scelte interessate ed egoistiche".
La moderatrice della serata ha posto poi all’autore una domanda pratica riprendendo le parole esatte del sottotitolo del libro: “Vocazione, significato e talento. Che cosa sono e come possiamo trovarli?” A questa domanda profonda, Lumera ha risposto partendo da ciò che ci anima: la passione. Ha spiegato infatti: “La passione è come un vento che arriva, inonda e poi passa. Ed è possibile tenerla viva solo a patto di collegarla al talento, ovvero con ciò che ci dà gioia fare. E poi c'è la vocazione, cioè la chiamata. La vera domanda che dovremmo porci non è "Cosa voglio dalla vita?", quanto piuttosto "Cosa vuole la vita da me?". Questo è un quesito esistenziale che presuppone ascolto, profondità, empatia, umiltà. La vita è servizio. Togliti di mezzo – nel senso di ridimensionare il tuo ego – e lascia spazio alla vita”. Nella riflessione di Lumera, quando nella vita di una persona talento, missione, passione e professione coincidono, si sarebbe sulla strada giusta per realizzare sé stessi. Tuttavia, nel suo pensiero, il livello di realizzazione più alto sarebbe quello che la tradizione indovedica chiama “svadharma”, ovvero una sorta di fuoco vocazionale che si risveglia bruciando e trasformando tutto in amore. Ciò che porterebbe anche a fare delle scelte coraggiose che mai ci si sarebbe immaginati, fino a farci vivere esattamente la vita per cui siamo venuti al mondo, donando alle persone che amiamo la nostra essenza: non ciò che abbiamo, ma ciò che siamo e che mai nessuno potrà essere al nostro posto.
Si è poi discusso sul concetto di roaming wild, traducibile, nel senso della crescita personale e spirituale come una sorta di vagare liberi alla ricerca del proprio “campo”. L’immagine suggestiva e pittoresca utilizzata da Lumera, quella dei cavalli che corrono cercando la propria strada (senza paraocchi!). Ha spiegato ancora l’autore: “Prima o poi nella vita, tutti siamo chiamati a uscire da ciò che è comodo e sicuro, e avventurarci in luoghi sconosciuti che potrebbero portarci a perderci. Ma questo, è anche l’unico modo per ritrovarci. Non sappiamo dove la vita ci condurrà, cosa accadrà. E questo può spaventare in un primo momento, ma poi, libera perché insegna a sentire cosa accade sul momento, ad ascoltare la vita realmente e a non limitarsi a pensarla. Avere un’idea preconfezionata di come la vita dovrebbe essere è terribile, perché ci impedisce di farci sorprendere dalla vita stessa, che spesso conosce meglio di noi la strada verso la nostra felicità. E, soprattutto, ingabbia in schemi ripetitivi e in loop che rendono le nostre giornate tutte uguali e fondamentalmente tristi”.
Barattiamo la felicità per una sensazione di sicurezza che, comunque, è illusoria. E ce ne accorgiamo quando arrivano le crisi che non avevamo previsto. Per esempio una malattia, una separazione, un lutto, possono far crollare tutte le certezze e gettare nella disperazione. E questo perché, per una vita intera, ci si è annullati o limitati, sacrificati in virtù di ruoli che non appartenevano alla nostra reale vocazione e missione di vita e non ci hanno permesso di godere della meraviglia che siamo nella nostra unicità perché ci siamo cuciti addosso etichette che ci hanno snaturati. In ultima analisi, solo mettendoci al servizio di qualcosa di più grande di noi potremmo realizzarci pienamente. Ma questo servizio dovrebbe essere scelto consapevolmente solo in virtù dell’amore e a partire da una condizione di pienezza d’amore in sé stessi per essere autentico e non basato su un sacrificio sterile dettato da condizionamenti familiari, sociali e dal senso di colpa che porta con sé frustrazione, rabbia e risentimento. Siamo chiamati non ad adattarci e limitarci, ma ad espanderci. Sintetizzato in una frase: “Cosa fai quando la vita ti chiama? Ti nascondi o ti metti al servizio? Consapevole che quello che puoi fare tu nessun altro potrà farlo come te. Stai cogliendo o sprecando la tua occasione di portare al mondo un contributo unico?”.
Si è poi discusso di relazioni, amore e libertà: “Io ho sempre di più la sensazione che la mia vita non mi appartenga – ha dichiarato Lumera - una delle critiche più grandi che sono presenti nel mio libro è rivolta al possesso su cui si fonda questa società: «Sei mio/sei mia» vuol dire farti sentire che ti proteggo. Ma l'amore vero non è questo. Amore è far sentire all’altra persona che è libera. E questo non ha niente a che fare con l’infedeltà o il non essere leali. Vuol dire invece concedere all’altro piena fiducia, senza rinchiuderlo nell'idea che ci si è fatti della relazione o nell'idea che si ha sull'altro, perché queste causerebbero la morte relazionale. Molti smettono presto di guardare l'altra persona per ciò che è realmente e la racchiudono in un concetto, negandosi la possibilità di lasciarsi sorprendere. Costantemente si spinge l’altro ad essere ciò che si pensa di lui”. Quante relazioni contengono un elemento di possesso e di proprietà? Quanto siamo capaci di lasciare l'altra persona libera anche di non essere conosciuta, di rimanere un mistero e di sorprenderci quindi costantemente? Dovremmo essere noi a fare all’altro questo invito, invece spesso lo spegniamo per un bisogno di controllo e di sicurezza. “Il rimanere wild è anche questo – spiega l’autore - rompere costantemente gli schemi, mettersi alla prova e tirare fuori il meglio che abbiamo dentro di noi e che risiede nell’altro. È mettere in discussione tutto pur avendo delle idee. E’ la capacità di restare fedeli a sé stessi e alla propria identità, consapevoli che il cambiamento sia l’unica vera certezza costante nella vita. Tendiamo a voler "conoscere" del tutto l'altro solo per sedare la nostra ansia e avere controllo. Facendo così, però, spegniamo la sua scintilla e la sua capacità di sorprenderci”. Mantenere uno spazio d'ombra, di mistero e di continua evoluzione personale all'interno della coppia, rifiutando di farsi ingabbiare dalle aspettative o dalle routine sarebbe quindi, nella visione di Lumera, fondamentale per la crescita della coppia stessa. D’altronde, mettere in discussione le proprie certezze mentali non significa minare la stabilità del rapporto, ma evitare che la relazione diventi una prigione di schemi prefissati.
Infine, il dibattito ha toccato le corde del cuore del pubblico, con l’esaltazione da parte dell’autore della nostra splendida isola, unica nel suo genere per diversi fattori. Ha messo in luce Lumera: “Qui in Sardegna abbiamo una fortuna enorme: natura, paesaggio, lentezza, capacità di armonizzarci ancora con i ritmi naturali. Tutto ciò, però, spesso non coincide con gli standard del progresso. E questa comunità ha bisogno di comprendere che non deve necessariamente andare al passo con i tempi, proprio perché la fortuna dell’isola, da sempre, risiede nella sua caratteristica di essere “fuori dal tempo”. Non dobbiamo adeguarci a qualcosa che non ci appartiene, quanto piuttosto valorizzare la nostra unicità e farne dono al mondo, a chi viene nella nostra terra proprio per rigenerarsi. La gente ha bisogno di questo adesso: di guarire. E la Sardegna ha il potere di riconnettere le persone a sé stesse e alla propria biologia grazie alla natura ancora incontaminata, dove è possibile sentirsi parte del tutto con la natura. “Il silenzio certamente è un elemento di cura e io auguro a questa comunità di insegnarlo al turista insieme alla lentezza e alla presenza”.
Alla fine della presentazione abbiamo fatto alcune domande all’autore che ha risposto con grande coinvolgimento personale, dando prova del suo forte legame con la Sardegna. Riportiamo un estratto dell’intervista.
Che cosa si prova ad essere in questo luogo e a presentare un libro della portata di “Scegli la tua vita” in termini di vocazione e allineamento con la propria missione nel mondo “in casa”?
“Io sono sardo, e per me, tornare nella mia terra e stare in Sardegna è proprio una medicina naturale. E poi sono felice perché questi posti mi portano fuori dal tempo, mi riportano al ritmo della natura. Pertanto reputo la possibilità di presentare i miei libri in Sardegna sempre un’occasione di nutrizione profonda.
Durante la presentazione si è parlato di libertà e di amore come le due facce della stessa medaglia. Come possiamo liberarci da noi stessi - o meglio dall'identità che pensiamo di avere - per aprirci a quella che è in realtà la nostra missione e far spazio a ciò che la vita vuole da noi?
“E’ necessario un percorso di ricerca e crescita interiore che insegni l'educazione alla consapevolezza. Un percorso di grande auto-osservazione, che metta al centro la meditazione. Noi ci identifichiamo con ciò che facciamo, con ciò che abbiamo e spesso anche con quello che sentiamo. Ma tutto ciò non siamo noi. Diventare liberi non vuol dire non giocare più un ruolo o non essere responsabili, ma comprendere che noi siamo al di là di ogni ruolo e che se ricopriamo un ruolo dobbiamo farlo con spirito di servizio. Sono fortemente convinto che, come persone e comunità, abbiamo bisogno di riappropriarci di un percorso di consapevolezza”.
Quale è l'augurio che fa a chi leggerà il suo nuovo libro?
“Quello di osare ed essere eretico, cioè di seguire la propria unicità e non i modelli preconfezionati di felicità e di successo che il mercato ci mette a disposizione, ma che sono lontani dalle nostre esigenze più profonde”.
Una serata interamente dedicata alla cultura, alla spiritualità e alla crescita personale, ricca di spunti di riflessione per trovare la propria missione di vita e provare a dare un senso alla propria esistenza in termini di apertura, amore e servizio disinteressato. Un libro per risvegliare le proprie passioni, cercare i propri talenti e riconnettersi a quell’intelligenza emotiva innata intrinseca in ciascuno, assopita sotto il peso dei condizionamenti sociali e delle regole imposte. Un invito a riscoprirsi unici e a portare il proprio contributo al mondo nelle cose importanti e in quelle più semplici, con la sola condizione di essere pienamente e autenticamente sé stessi. Una sola domanda finale dalle mille risposte che ciascuno potrà trovare, che sollecita la ricerca identitaria e saggia la volontà e la responsabilità personale: “Tu, chi scegli di essere?”.
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