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Dionigi Panedda, il Giudicato di Gallura e la provincia cancellata

Quarant’anni fa usciva “Il Giudicato di Gallura” di Dionigi Panedda, l’opera più significativa del grande studioso olbiese

Ph Marco Agostino Amucano
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Olbia, 15 luglio 2018- Poco meno di quarant’anni fa, esattamente nell’ottobre 1978, Dionigi Panedda consegnava alle stampe dell’Editrice Libreria Dessì di Sassari quella che personalmente considero la sua opera più significativa ed importante: Il Giudicato di Gallura. Curatorie e centri abitati. L’indimenticato studioso (Bitti 1916-Olbia 1989), il quale non ha certo bisogno di presentazioni (a lui a alla sua opera verrà dedicato nella nostra rubrica OLBIAchefu ben più di un articolo), dedicò un buon quarto di secolo di tenace e paziente studio topografico-storico al più piccolo dei quattro regni che caratterizzarono il pieno medioevo sardo. Nella premessa all’opera egli preciserà che le cinquecentottanta pagine risultato delle sue fatiche “…non hanno per oggetto le vicende interne ed esterne del regnum Gallurense, attraverso i secoli della sua storia”, ma sono invece il frutto “…delle ricerche eseguite nelle fonti documentarie, nella toponomastica e nelle tradizioni locali…” allo scopo di conoscere il “..numero e la distribuzione delle curatorie  in cui era suddivisa la Gallura giudicale…e dei suoi centri abitati, grandi e piccoli” e quindi “l’ubicazione di quelli tra essi che più non esistono (e sono la maggior parte)”.

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Si tratta dunque di un lavoro svolto alternativamente tra le fonti storiche, cartografiche ed archivistiche e le ricognizioni sui luoghi, durato decenni, dedicato al giudicato nella sua interezza territoriale, e non soltanto per una sua particolare parte amministrativa, quale una curatoria, o una villa. Un lavoro che va in estensione quanto in profondità, fornendo una mole immensa di dati  registrati sul campo, segnalati per la prima volta o rianalizzati criticamente con un metodo inappuntabile. Un’attività di indagine immane per le condizioni in cui fu svolta: in quasi totale solitudine. Com’è ben noto, Dionigi Panedda si laureò a Roma con Giuseppe Lugli, padre della topografia archeologica in Italia, in tempi in cui la laurea in archeologia non era ancora diventata una “cosuccia” (come minimo era obbligatoria la conoscenza, comprovata dagli esami, delle due lingue antiche greca e latina). Del Lugli egli riflette l’acume e la completezza delle analisi autoptiche, come la volontà di non porsi mai in un atteggiamento mediato, nei confronti del territorio da indagare, se non dalla rigorosa articolazione delle fasi metodologiche, come dimostrano i due volumi della Forma Italiae, dedicati a Olbia e al suo territorio,  editi rispettivamente nel 1953 e 1954.

Prof. Dionigi Panedda in un ritratto del pittore Lino Pes, eseguito pochi anni prima della scomparsa dello studioso

Fu ordinato sacerdote, ma non molto dopo scelse di ridursi allo stato laicale e quindi svolse per diversi decenni la professione di stimatissimo insegnante nelle scuole secondarie. Dionigi Panedda era uomo di profonda spiritualità, autenticamente libero e di grande spessore culturale. Dietro di lui non c’erano istituzioni accademiche a proteggerlo, o enti, o istituti di vario genere che ne finanziassero gli ambiziosi obiettivi di ricerca. Per come vanno le cose in questa Italia da almeno settant’anni, sarebbe stato ben difficile, anzi impossibile, trovare un finanziamento continuativo per una fatica scientifica di tale portata, e per di più per uno studioso che dalla politica si tenne sempre fuori per temperamento e per necessità di ricerca, nel senso che, pur volendolo, la dedizione alla ricerca stessa non gliene avrebbe dato il tempo. Mi spiego meglio: se un assessore regionale – ipotizzo – gli avesse concesso un primo finanziamento per avviare una ricerca di enorme impegno come quella sul giudicato gallurese, possiamo ben credere che quasi certamente l’assessore della successiva legislatura il finanziamento glielo avrebbe negato,  semplicemente perché non era stato lui il primo politico ad interessarsi della faccenda. Figuriamoci poi se il politico fosse stato di un diverso partito dal precedente, o non avesse riconosciuto nel Panedda quei connotati specifici, anche solo nelle esteriori apparenze dell’abbigliamento, tali da qualificarlo come aderente ad  ideologia “non consona” per un intellettuale.

Il regno di Gallura (tratto da F.C. CASULA, La storia di Sardegna, Sassari 1998, p. 259)

Dionigi Panedda non era però uomo da demordere, anche perché in lui la vocazione alla ricerca, da vero storico e cristiano convinto, andava sicuramente oltre i limiti umani particolari e storici, e oltre le ideologie egemonizzanti della sua, nostra epoca. Insomma, per dirla in breve, fece tutto o quasi mettendoci i quattrini di tasca sua, girando in lungo in largo e in profondità un territorio vasto quanto impervio, in luoghi non facili anche dal punto di vista antropologico -diciamo così- affrontando disagi e continui avanti e indietro con la sua mitica Seicento Fiat, approfittando dei mesi estivi, liberi dall’insegnamento scolastico (“….intendo ringraziare” anche “…quelle persone che, incuranti del loro disagio, vollero accompagnarsi a me come guide, qualche volta sotto le canicole di luglio e i solleoni di agosto, affinché potessi raggiungere, attraverso territori che mi erano sconosciuti, località dove un giorno ferveva (o stentava), la vita della Gallura medioevale”).

Particolare della tavola fuori testo del volume, con indicati i confini delle curatorie e l’ubicazione delle ville secondo le indicazioni del Panedda. (D. PANEDDA, il Giudicato di Gallura. Curatorie e centri abitati, Sassari 1979)

Ad aiutarlo nella compilazione della carta topografica generale annessa al volume fu il prof. Vittorio Farneti (ne riporto qui uno stralcio), mentre il Lions Club di Olbia gli fece dono dei fogli e rispettive tavolette della Carta d’Italia dell’Istituto Geografico Militare, che riguardavano il territorio un giorno abbracciato dal regno giudicale. Invece l’Assessorato al Lavoro e alla Pubblica Istruzione lo deliziò del formidabile contributo di L. 300.000 (attuali 150 euro circa) per le ricerche. Con tutti gli sprechi ed i finanziamenti per  progetti e pubblicazioni-mondezza di quegli anni, soprattutto di quegli anni, la “caramella” regalata al grande Dionigi oggi come allora ci fa tristemente sorridere.
Non farò qui una recensione del volume “Il Giudicato di Gallura”, per tanti motivi. Scrivo solo che non esiste nessuna opera del genere sugli altri tre giudicati sardi, e ciò anzitutto per la serietà scientifica e la capacità di approfondimento, senza dire dell’eleganza dello stile e della proprietà lessicale, anch’esse sempre più rare… Ovviamente presenta i limiti di un’opera scritta quarant’anni fa, ma nonostante le diverse possibilità di aggiornamento che i nuovi studi e i nuovi metodi hanno apportato alla ricerca archeologica e storica in tutto questo tempo, nessuno ha fatto di meglio in Sardegna,  intendendo cioé nel produrre un’opera siffatta nella sua complessità, come progetto di ricerca, portato a termine, su un intero giudicato. Questo del Giudicato di Gallura è un contributo essenziale per abbondanza e novità dei dati contenuti, tanto più pregevole, quanto più la topografia storica si fa essa stessa storia, le vicende del regnum gallurese sfuggendoci in larghissima parte a motivo della scarsissima quanto lacunosa documentazione sopravvissuta.

Il volume, pubblicato con una tiratura limitata, finì presto esaurito, ed è a tutt’oggi consultabile nelle migliori biblioteche. Nigi Pala, il nostro collaboratore di OLBIAchefu, l’affezionato nipote cui il grande studioso affidò tutta la sua opera scientifica edita ed inedita con lascito testamentario, da anni si sta attivando – tra una delusione e l’altra – per la ristampa anastatica dell’opera, ma il compito non gli è facile. Non è facile, eppure è necessario, assolutamente necessario. Lo richiedono le nuove generazioni e le vecchie, anzi forse più le vecchie delle nuove.

Confini della recentemente soppressa provincia di Olbia-Tempio

Quando qualche anno fa furono soppresse le provincie sarde di nuova istituzione, fra tutte queste c’era anche la Provincia di Olbia–Tempio.  Furono legittimamente mantenute le provincie cosiddette “storiche”, come quelle di Cagliari, Sassari, Oristano, non a caso già capitali di giudicati medievali. Di contro la nostra provincia, territorialmente erede di gran parte del giudicato di Gallura, scandalosamente non venne ritenuta “storica” e venne soppressa dopo pochi anni di vita. Fu un affronto vergognoso alla nostra storia territoriale, culturale, istituzionale. Un miserabile, violentissimo colpo di mano dei poteri forti del Capo di Sotto e del Capo di Sopra, ancora una volta coalizzati contro il più piccolo e povero dei quattro giudicati sardi. Siamo convinti che se quest’opera scientifica ignorata dai più fosse stata fatta conoscere e valorizzata come meritava e sempre merita, in primis con la sua ristampa, noi galluresi avremmo saputo protestare ed argomentare meglio le nostre legittime rimostranze nelle opportune sedi, davanti all’umiliante stupro della nostra storia più autentica e forte, considerata de facto come inesistente. E invece, salvo qualche voce isolata, regnò il silenzio. Non il silenzio delle vittime innocenti, ma degli ignoranti e dei vigliacchi.

©Marco Agostino Amucano

15 luglio 2018

∗ in copertina: veduta del Castello Pedreso (Olbia)  da nord (foto scattata dall’autore nell’anno 2011)

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