sabato, 16 gennaio 2021

Informazione dal 1999

Cronaca

Mattia Campus: un emigrato olbiese in giro per il mondo

Mattia Campus: un emigrato olbiese in giro per il mondo
Mattia Campus: un emigrato olbiese in giro per il mondo
Antonio Pani

Pubblicato il 07 febbraio 2016 alle 16:11

condividi articolo:

Olbia, 07 febbraio 2016 - Sono sempre in aumento i ragazzi sardi che decidono di emigrare all'estero. Alcuni lo fanno perché stanchi di stare in Italia, altri decidono di cambiare aria e di provare nuove esperienze, molti invece lo fanno per cercare un lavoro che qua in Sardegna, per via della crisi, scarseggia. Oggi vogliamo raccontarvi la storia di un ragazzo di Olbia, Mattia Campus, con il quale iniziamo il nostro viaggio alla scoperta del mondo degli "expat", delle persone che - costrette dalle circostanze o spinte dalla voglia di conoscere il mondo - decidono di lasciare la terra natia. Mattia Campus, olbiese, ha deciso di lasciare la sua Sardegna e la sua Olbia per tentare la fortuna altrove: una fortuna che ha immediatamente sorriso al giovane olbiese. Ecco la sua storia.

Mattia: "La mia vita in giro per il mondo con la Sardegna nel cuore".

Applicai per Emirates tanto tempo fa per partecipare ai loro Open Day ma, nonostante ricevessi gli inviti non partecipaimai a nessuno fino a che, come se il destino mi stesse chiamando, Emirates venne a Olbia nel 2013. Avevo 28 anni e una voglia matta di andare via, di cambiar vita. La monotonia mi stava uccidendo dentro e le prospettive di vita e di unacarriera decenteerano veramente misere,ho sempre voluto qualcosa di diverso per me e per la mia futura famiglia. Partecipai all'Open day e nel giro di qualche mese fui catapultato in una nuova realtà, mollai tutto e tutti, non fu facile, per niente facile, tuttavia grazie alle nuove amicizie, alle miriadi di informazioni che ricevevo ogni giorno durante il training e tutte le cose nuove da esplorare e conoscere nella mia nuova casa a Dubai, le difficoltà sono state senza dubbio meno ardue da superare di chi invece ho lasciato a casa. Nel giro di 6 mesi dal mio trasferimentoavevo giàcalcato ogni continente di questo mondo e nei 2 anni che ormai sono qui ho visitato quasi tutte le 160 destinazioni dove la mia compagnia opera, sono stato nei paesi che sognavo di vedere sin da bambino come il Giappone, la Nuova Zelanda e il Brasile, ho visto Saigon e ho posato per un selfie a Capo di Nuova Speranzain Sud Africa. Insomma viaggio parecchio ed è quello che ho sempre sognato di fare. Non mancano le difficoltà ovviamente; di sicuro gli orari proibitivi sono ciò che rendono meno affascinante questo lavoro; doversi svegliare a mezzanotte per il volo delle 4 del mattino che durerà 12 ore non è semplice, dormire a comando non è cosa facile e qui ho dovuto imparare a farlo. Nella maggior parte dei posti che visitiamo non rimaniamo più di 24 ore che poi alla fine si riducono a molto meno considerando i trasferimenti vari e riposo. Il Jet leg è un altra bella tortura. Ultimo ma non meno importante è la tipologia di passeggeri che ogni giorno trasportiamo, le differenze culturali sono delle barriere molto grosse da superare quando si tratta di un lavoro di customer service, talvolta molto affascinate, ma spesso davvero irritante. Faccio un lavoro che non è quello per il quale ho investito tanti soldi e anni di studioe seppur il campo sia molto simile, ogni giorno mi viene sbattuto in faccia che sono ad un passo dal mio sogno di essere al comando. Forse tra tutte le difficoltà del mio lavoro, questa è la più grande e dolorosa. Ma, la vita va in modi diversi da come ce la siamo immaginata da piccoli, la vita è breve, così sfuggevole da trovare irritante chi rimane seduto con le mani in mano ad aspettare che il mondo gli regali un po' di fortuna. In Italia purtroppo la situazione lavorativa per i giovani è drammatica, è fortunato chi ha agganci anche solo per un lavoro a tempo determinato. Stimo chi rimane nel proprio paese e crea un nuovo lavoro da zero o chi si reinventa dal nulla dopo aver perso il proprio lavoro, tuttavia non tutti sono creativi e coraggiosi da sperimentare in un paese "disastrato" come il nostro, quindi la soluzione più "facile" è emigrare e trovare fortuna da un altra parte, come ho fatto io. Emigrare è nella natura umana quando le riserve della propria terra scarseggiano. Non c'è niente di male in questo. Noi siamo la generazione degli emigranti proprio come i nostri bisnonni, ma a differenza loro siamo cresciuti in un mondo perfetto che lentamente si è sgretolato e questo ci ha reso scansafatiche, ignoranti, incapaci e impauriti. Quelli della nostra generazione hanno terrore di essere troppo stanchi per il fine settimana, hanno paura di lavorare la domenica, pensano che sia loro diritto avere una paga senza però doversela sudare. Viviamo ogni giorno pensando che domani qualcuno bussi alla porta offrendoci il lavoro dei nostri sogni, e piano piano invecchiamo senza aver concretizzato niente. Svegliamoci da sto sonno surreale, basta aspettare che le cose cadano dal cielo, alziamoci e andiamo a crearci il nostro futuro, che sia a casa nostra o all'estero. Abbiamo una vita e una sola. Non sprechiamola. Tornando a me, per il futuro mi piacerebbe che i miei figli conoscano l'Italia, che imparino ad amare la Sardegna tanto quanto la amo io, tuttavia per quanto mi riguarda vorrei poter tornare un giorno a Olbia solo da pensionato. Ti lascio con una piccola storia da uno dei miei viaggi: Arrivato a Dhaka in Bangladesh, come mio solito mi sono munito di macchina fotografica e insieme ad alcuni colleghi siamo usciti dal lussuoso hotel per avventurarci in città, ovviamente intorno a noi c'era solo povertà e miseria. In pochi istanti siamo circondati da bambini piccolissimi curiosi della nostra presenza, due di loro, i più grandicelli ci offrono di farci da guida, con un po di timore accettiamo, i due fermano dei "taxi" più simili alle Api Piaggio che a dei comodi veicoli. Nel tragitto chiesi ai due dodicenni cosa volessero in cambio per la loro gentilezza, la ragazzina, piú spigliata del maschio disse "food". Finito il tour roccambolesco, portammo i ragazzini ad quello che sembrava un fast food indiano, ma loro dissero "no" e ci trascinarono in un supermercato. Pensai "forse vorranno comprare cioccolata e caramelle", li lasciai scegliere, con mia sorpresaciò che posarono al bancone mi sciolse il cuore: un bariletto di latte in polvere per neonati e un sacco di riso, punto!

Mattia Campus

Cronaca

Cronaca