Sunday, 09 August 2026
Informazione dal 1999
Pubblicato il 09 August 2026 alle 09:00
Olbia. Desiderare profondamente un legame sincero, trovare finalmente qualcuno capace di esserci per davvero e poi, all’improvviso, avvertire l’impulso irresistibile di scappare. Rispondere meno ai messaggi, rifugiarsi nel lavoro, iniziare a ritrovare difetti microscopici nell'altro pur di giustificare una via d'uscita. È un paradosso quotidiano che attraversa le vite di molti. Per capire da dove nascano queste dinamiche, ne abbiamo parlato con la coach Paola Gallelli.
Paola, perché arriviamo ad allontanare proprio chi dichiariamo di volere accanto?
«Può sembrare una contraddizione, ma non sempre ci allontaniamo perché non sentiamo nulla: a volte ci allontaniamo proprio perché sentiamo troppo. Quando una relazione diventa importante porta con sé l'esposizione. Essere amati significa lasciarsi vedere davvero, anche in quelle parti che abbiamo imparato a proteggere: la vulnerabilità, la paura di essere abbandonati, di non essere abbastanza o persino il timore di perdere noi stessi. È qui che si attivano comportamenti legati a quello che la psicologia definisce attaccamento evitante».
Oggi si parla molto di "evitanti" e "ansiosi". Non rischiamo di incasellare in etichette rigide i comportamenti umani?
«È una precisazione fondamentale: le persone non sono categorie. La teoria dell’attaccamento è una mappa preziosa, ma la mappa non è il territorio. Siamo esseri complessi e plastici. Una persona prevalentemente ansiosa può allontanarsi in certi contesti, così come chi tende a proteggersi con la distanza può sperimentare una forte paura dell'abbandono in altri legami. Usare queste etichette come sentenze rischia di diventare una nuova gabbia. Inoltre, queste modalità non riguardano solo la coppia, ma emergono in qualsiasi legame significativo: amicizie, famiglia e persino sul lavoro».
Spesso si tende anche a catalogare subito questi legami come "relazioni tossiche". È davvero così?
«Questo è un errore diffusissimo. Uno stile di attaccamento insicuro non equivale a una relazione tossica. Una persona ansiosa può avere più bisogno di rassicurazioni; una evitante può sentire una forte necessità di autonomia. Queste differenze generano incomprensioni, ma da sole non rendono un rapporto tossico. La differenza sta in ciò che facciamo con quello che emerge: posso riconoscere la mia paura e comunicarla senza pretendere che l'altro la risolva, oppure posso sentire il bisogno di distanza senza sparire, punire o svalutare chi ho accanto. Dire "sono evitante" non può diventare un modo elegante per sparire. La consapevolezza deve renderci più responsabili delle nostre azioni, non meno.»
C'è chi usa la psicologia o le varie dinamiche inconsce come giustificazione?
«Comprendere da dove nasce un comportamento non significa affatto giustificarlo. Dire “sono evitante” non può essere una scusa per non assumersi la responsabilità delle proprie azioni, così come definirsi “ansiosi” non giustifica il controllo asfissiante sull'altro. La consapevolezza serve ad aumentare la responsabilità personale».
Qual è il ruolo del corpo in questi momenti di fuga?
«Importantissimo. Quando qualcuno supera una certa soglia emotiva, il nostro organismo reagisce prima ancora che la mente razionale elabori il pensiero "ho paura dell'intimità". Sentiamo tensione, soffocamento, un'improvvisa irrequietezza. Va detto però che, non tutto è autosabotaggio o trauma: a volte vogliamo andarcene semplicemente perché quella persona non fa per noi o non la desideriamo più».
Come capiamo, allora, quando si tratta di una nostra difesa?
«La domanda chiave sorge quando notiamo una ripetizione. Se cambiano i volti e le storie, ma il finale è sempre lo stesso — non appena qualcuno si avvicina, noi ci chiudiamo — allora vale la pena fermarsi. Piuttosto che chiedersi solo "Questa persona è giusta per me?", dovremmo domandarci: "Che cosa sta accadendo dentro di me mentre si avvicina?". Dobbiamo spostare lo sguardo su di noi, osservare il corpo, dare un nome all'emozione. Temiamo di soffrire? Di perdere la libertà? O che l'altro veda una parte di noi che avevamo nascosto?».
Qual è il primo passo per uscire da questo schema?
«Imparare a rimanere presenti. Maturare nelle relazioni non significa non avere più paura, ma riconoscere quando è la paura a scegliere al posto nostro. A volte, il contrario della paura non è smettere di averne: è riuscire a restare. Restare quando il primo impulso sarebbe chiudersi, almeno il tempo necessario per chiederci se stiamo scappando dall'altro o da ciò che sta emergendo dentro di noi».
Il campo delle relazioni avrà sempre tante variabili quante saranno quelle delle dinamiche umane: infinite. Vale comunque la pena restare presenti a sè stessi con un atteggiamento di curiosità amorevole capace di guidare alla scoperta del proprio mondo interiore a partire dall'ambito relazionale, che altro non è se non un grande specchio di quell'autenticità che abbiamo imparato a nascondere dietro maschere, ruoli e abitudini. Osservare senza giudicare è il primo passo per comprendere, integrare e superare qualsiasi limite.
09 August 2026
09 August 2026
09 August 2026
09 August 2026
08 August 2026
08 August 2026
08 August 2026
08 August 2026
08 August 2026
08 August 2026
08 August 2026