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La tomba di giganti Monte ’e S’Abe, la fantarcheologia ed una foto vintage

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Navigando su Youtube dopo avere digitato per curiosità la voce “tomba di giganti”, capita di incappare in un video, alquanto curato nelle riprese e nel montaggio, riguardante il notissimo monumento funerario, che nel suo genere è uno dei più grandi rimasti della gloriosa Civiltà dei Nuraghi.  Protagonista del filmato dalle chiare velleità didattiche è un attempato e sorridente signore barbuto –verrà taciuto il suo nome- il quale, qualificatosi in sottotitolo come “ricercatore e scrittore”, descrive con voce pacata e tono sicuro la tomba dell’età del bronzo, aggiungendovi alcune personali interpretazioni e supposizioni.

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Tra queste menzioneremo quella relativa alla specificazione di “giganti” conferita tradizionalmente alla tipologia monumentale. Egli tuttavia non dà per scontato il fatto che la fantasiosa denominazione sia da ritenersi ingenerata da un’interpretazione suggestivamente folkloristica e popolare della sepoltura, come accade per molti monumenti della preistoria europea (menhir, dolmen), e non solo della preistoria (ad esempio lo storico medioevale danese Saxo Grammaticus, vissuto tra il XII ed il XIII secolo,  citava i giganti per dar conto dei grandi monumenti che oggi sappiamo essere dovuti…all’Impero romano). No. Chi espone nel video getta per inciso il dubbio, che nondimeno non è esclusione di possibilità, che il lungo corridoio sepolcrale potesse accogliere i resti delle abnormi figure extraumane, i giganti appunto, i quali, secondo una bizzarra teoria molto diffusa tra i fantarcheologi sardi, avrebbero calpestato le lande sarde in epoca remotissima.

Il protagonista del video la butta là en passant, e con fare ambiguamente misterioso sembra restare vago al riguardo. Ma c’è quanto basta nel passaggio in cui fa opportunamente notare che “al momento non abbiamo reperti ossei per stabilire le eventuali dimensioni di questi esseri” mostruosi che –aggiungiamo-  la mitologia greca diceva essere figli della Terra fecondata dal sangue dell’evirato dio Urano. Quindi –osserviamo ancora- seguendo la prospettiva così impostata, non sarebbe tanto la mancanza del dato concreto degli enormi reperti ossei a rendere assurda l’ipotesi dell’esistenza dei giganti sardi, come arguirebbe una qualsiasi nonnina sarda dotata di buon senso.  Al contrario, la congettura viene considerata scontatamente plausibile, mancando dunque per il “ricercatore” del video solo la conferma materiale delle dimensioni di crani, tibie e peroni dei giganteschi mostri antropomorfi.

È certo che se la scienza archeologica dovesse cominciare a ragionare nella stessa maniera, si aprirebbero porte inaspettate alla conoscenza del nostro passato. Quelle porte che, secondo i fantarcheologi de su populu sardu e non solo, l’archeologia ufficiale si ostinerebbe a serrare ottusamente a lucchetto per partito (o complotto) preso.  È una vera rivoluzione mentale copernicana quella richiestaci: pensate quali prospettive conoscitive si aprirebbero ammettendo come possibilità reale l’esistenza di Polifemo, mancando solo il fatale momento in cui verrà ritrovato il cranio di uno degli straordinari esseri della stirpe di Nettuno. Sempre che gli archeologi ufficiali, nell’eventualità in cui lo avessero già portato in  luce, non lo abbiano fattoscoperti-reperti-di-scheletri-gi precipitosamente scomparire nelle segrete ministeriali. Insomma, una volta che il cranio di Polifemo sarà mostrato al mondo, finalmente si potrebbero misurare le dimensioni dell’unica, enorme cavità orbitale, e quindi del diametro del tronco appuntito da Ulisse e compagni per accecare nel sonno il crudele ciclope ubriaco. Per evitare di essere tacciato di limitata apertura mentale, dirò che sarò ben disposto a rivedere le mie posizioni, una volta che mi verrà esibito anche un solo molare di gigante sardo; ma certamente non  riterrò accettabile una di quelle immagini rielaborate in Photoshop tanto diffuse nella rete, autentiche amenità da suggerire a chi soffre di malumore cronico (ne pubblichiamo qui sopra una fra le tante scaricabili).

Un altro passaggio della video-spiegazione sul quale ritengo doveroso soffermarmi è quella in cui il “ricercatore” (apposizione che non si può oggettivamente negare a nessuno, dacché tutti nella vita abbiamo prima o poi ricercato qualcosa), asserisce recisamente che “non si è mai rinvenuto un pozzetto” e “che non abbiamo questo tipo di documento” che “in effetti è totalmente assente”. Non si capisce bene cosa intenda per “pozzetto” il nostro “ricercatore”.  Una volta entrato in un argomento così delicato, tuttavia, se avesse letto la bibliografia archeologica essenziale, egli non avrebbe potuto omettere di dire davanti alla telecamera che qualcosa del genere è clamorosamente attestata e documentata per la tomba di giganti olbiese, e che gli archeologi ufficiali nulla hanno fatto e fanno per nasconderla.

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Ad informarci  di una “fossa per offerte” dalle caratteristiche non troppo dissimili da quelle di un pozzetto, e comunque con funzione assai probabilmente analoga, fu la prof.ssa Editta Castaldi, già docente presso l’Istituto di Paletnologia dell’Università di Roma, la quale nei mesi di settembre-ottobre del 1968 condusse le operazioni di scavo e restauro della tomba di giganti di Su Monte ‘e S’Abe, dietro incarico del Soprintendente alle Antichità delle Provincie di Sassari e Nuoro, il famoso prof. emerito Ercole Contu. Allo scavo fece repentinamente seguito la pubblicazione dei relativi risultati, con allegata pianta del monumento, finalmente svelato nella sua interezza e nelle sue dimensioni straordinarie (1). Alla p. 23 del prezioso articolo l’archeologa romana ci informava che ..”alla distanza di m. 2,60 dall’ingresso era una grossa pietra immessa in un terreno incoerente: la rimozione fece conoscere una fossetta che, in parte, conserva una delimitazione formata da pietre sovrapposte…” che aveva un diametro di cm 60 ed una profondità di cm 35. Al suo interno furono ritrovati “parecchi frammenti ceramici di piccole dimensioni ed alcune schegge di ossidiana”, i cui disegni che riproponiamo sono tratti dalla fig. 22 a p. 41 del citato articolo, insieme alla planimetria del monumento (pp. 9-10) dove la fossetta è puntualmente riportata.

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Da quanto riferito sarebbe superfluo aggiungere ulteriori elementi probanti a quelli ufficialmente documentati dalla grande archeologa Castaldi. Ma dato che dopo quasi cinquant’anni la fossetta, o pozzetto che sia, non è più visibile in quanto progressivamente ricolmatasi di terra, e visti poi tempi che corrono, ed anche la moda-propensione dei fantarcheologi sardi ad attribuire ogni nefandezza agli archeologi uffìciali (2), ci siamo premurati di fornire noi un’ulteriore, inoppugnabile prova. Si tratta di una foto vintage scattata nell’ultima domenica di novembre del 1968, dunque poche settimane dopo la fine del cantiere.

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In essa vi appaiono tre bambini che l’autore della pregevole inquadratura ha dislocato qua e là sapientemente, onde non coprire parte alcuna del monumento finalmente aperto alle visite dei primi curiosi della zona. Due dei bambini attendono sorridenti  il clic stando discretamente dietro agli ortostati dell’esedra, sulla sinistra. Il terzo, di circa otto anni, sceglie invece una posizione più originale ed attende seduto proprio sul bordo della fossetta, una volta introdotti al suo interno i piedini e le gambe.

State tranquilli, non è un Photoshop. La foto è autentica, come autentico è il bambino seduto nella fossetta. Si tratta infatti del sottoscritto, e gli altri sono i suoi fratelli, Teresa e Gianni. Mio padre Antonio, con la sua Voitglander, è invece l’autore dello scatto e della stampa che conservo gelosissimamente. Forse fu proprio in quel momento, con i piedi infilati là dentro, che nacque la mia decisione di fare l’archeologo da grande?

NOTE

1  CASTALDI, Editta , Nuove osservazioni sulle << Tombe di giganti>> , in Bullettino di Archeologia italiana, n. s. XIX, vol. 77,  1968, pp. 7 ss.

2 Basta infatti avere la colpa di una laurea specialistica per essere considerati tali da costoro ed essere accusati di nascondere i dati di scavo per occultare la vera verità della storia antica sarda (quella che loro propalano, ovviamente)  o di fornire versioni del passato non corrispondenti a quelle negazioniste o fantastiche dai medesimi diffuse in un fiorire di pubblicazioni invasive (ad esempio, i Fenici non sono esistiti, Atlantide invece sì ed era la Sardegna nuragica, ecc. ecc.).

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© Marco Agostino Amucano

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