Friday, 16 October 2026
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Pubblicato il 16 October 2026 alle 17:30
Olbia. Una piccola figura umana con numerosi capelli scuri incorporati nel ventre, lasciata sulle pietre del pozzo sacro di Sa Testa. Un manufatto apparentemente moderno, realizzato con un impasto deperibile, che richiama pratiche magiche conosciute da secoli e presenta una singolare analogia con un reperto archeologico conservato al British Museum di Londra. Il recente ritrovamento nel santuario nuragico olbiese, seguito dall’intervento di don Gianni Sini, esorcista della Diocesi di Tempio-Ampurias (leggi qui l’articolo), offre l’occasione per approfondire un fenomeno che negli ultimi anni ha interessato più volte i monumenti archeologici cittadini: la deposizione di oggetti ai quali vengono attribuiti significati spirituali, simbolici o magico-rituali. Non si tratta di stabilire l’efficacia di presunti malefici, ma di comprenderne le radici culturali e, soprattutto, di distinguere le tradizioni popolari dalle interpretazioni contemporanee dei monumenti nuragici.
Il confronto più eloquente arriva dall’Egitto di epoca romana. Nelle collezioni del British Museum si conserva una piccola figura antropomorfa in cera, alta appena 7,6 centimetri e datata tra il I e il III secolo dopo Cristo. Il reperto, identificato con il numero di inventario EA37918, presenta una particolarità significativa: capelli umani inseriti all’altezza dell’ombelico e un rotolino di papiro collocato nella parte posteriore. La figura appartiene al contesto delle pratiche magiche dell’antichità, nelle quali simulacri antropomorfi potevano essere utilizzati per rappresentare simbolicamente una determinata persona. L’associazione tra capelli e raffigurazione del corpo umano risponde al principio della cosiddetta magia per contatto: nella credenza rituale, infatti, un elemento appartenuto a una persona conserverebbe un legame simbolico con essa. È proprio questo il particolare che richiama la bambolina rinvenuta a Sa Testa lo scorso 12 ottobre, nella quale numerosi capelli scuri sono stati incorporati nella regione addominale. La somiglianza, per quanto impressionante, non prova alcuna continuità tra le pratiche dell’Egitto romano e quelle popolari della nostra Isola. Il valore del confronto è soprattutto storico e antropologico: attesta che l’utilizzo di simulacri associati a capelli era già conosciuto e praticato nel Mediterraneo antico.
Nella storia delle credenze magiche, il corpo umano è stato frequentemente rappresentato attraverso piccoli oggetti realizzati in cera, argilla, stoffa e altri materiali modellabili, come il composto di farina, acqua e sale rinvenuto nel vestibolo del sito nuragico. Secondo i principi della magia imitativa, il simulacro può assumere il ruolo simbolico della persona rappresentata. Capelli, unghie o indumenti vengono talvolta associati all’oggetto per identificarne il presunto destinatario. In alcune pratiche rituali, anche la trasformazione fisica della figura può assumere un significato particolare. Il caso di Sa Testa presenta, da questo punto di vista, un ulteriore elemento: la bambolina era stata lasciata all’aperto, esposta al sole, alla pioggia e al progressivo essiccamento. Non è possibile stabilire se l’esposizione alle intemperie, e il conseguente deterioramento, fossero voluti. La presenza dei capelli nella regione addominale potrebbe inoltre suggerire riferimenti simbolici alla corporeità o alla sfera riproduttiva. Ma, come ha spiegato l’esorcista diocesano: “Non esistono elementi sufficienti per attribuire al manufatto una finalità specificamente legata alla malattia, all’infertilità o all’interruzione di una gravidanza”.
Liquidare queste pratiche come semplici superstizioni medievali significherebbe ignorare una documentazione storica ed etnografica ben più articolata. Una testimonianza di grande rilievo arriva da Max Leopold Wagner, il celebre linguista e studioso delle tradizioni popolari sarde, che nel 1913 pubblicò lo studio “Il malocchio e credenze affini in Sardegna” sulla rivista Lares – Bullettino della Società di Etnografia Italiana, volume II. Wagner non si limitò a esaminare il malocchio e i rituali di protezione. La sua ricerca affrontò anche le fatture, le pratiche malefiche e le cosiddette “mazzine”, documentando credenze e procedimenti diffusi nella tradizione popolare dell’Isola. Altrettanto significativo è il riferimento alla scrittrice premio Nobel Grazia Deledda, che Wagner cita richiamando il volume "Le tentazioni", pubblicato a Milano nel 1899 dall’editore L. F. Cogliati. A pagina 124, Deledda descrive una pratica che presenta sorprendenti analogie con le figure antropomorfe utilizzate nei rituali di magia imitativa: “I sortilegi per il danno o la morte delle persone odiate si eseguivano con statuette di sughero, flagellate di chiodi e d’aculei, e collocate in luogo sotto il quale la persona presa di mira passasse”.
La scrittrice racconta inoltre che, secondo quelle credenze, i chiodi e gli aculei avrebbero provocato malattie o morte alla persona destinataria del sortilegio. Per liberarsi dal presunto maleficio, sarebbe stato necessario ritrovare la statuetta e disfarla, estraendone i chiodi. Non siamo dunque davanti a un’invenzione contemporanea, né a una credenza circoscritta esclusivamente al Medioevo. Le pratiche che prevedevano l’impiego di piccoli simulacri, oggetti personali e materiali simbolici sono documentate in epoche e contesti culturali differenti, fino ai nostri giorni. Naturalmente, la loro presenza nella letteratura e negli studi etnografici non dimostra che i presunti malefici producessero effetti reali. Indica, piuttosto, che si tratta di un fenomeno sociale e culturale abbastanza radicato da attirare l’attenzione di scrittori e studiosi. Tra questi ricordiamo anche l’antropologa Clara Gallini, che nel 1973 pubblicò "Dono e malocchio", dedicato al rapporto tra credenze, ritualità e società tradizionale sarda. Un autorevole contributo più recente arriva da Gianna Saba, antropologa e funzionaria della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Sassari e Nuoro, autrice della tesi di dottorato “Varietà e complessità del magico in Sardegna: tradizione, innovazione, identità”, discussa nel 2015 presso l’Università degli Studi di Sassari. La ricerca approfondisce la persistenza e la trasformazione delle credenze magiche nell’Isola, dalle pratiche tradizionali alle nuove espressioni di spiritualità, e offre un quadro antropologico prezioso per comprendere fenomeni che ancora oggi suscitano interesse e interrogativi.
Quanto alla bambolina oggetto del nostro articolo del 12 ottobre la documentazione finora esaminata non permette di individuare una tradizione specificamente gallurese o campidanese che preveda esattamente una figura modellata con farina, acqua e sale, contenente capelli e lasciata essiccare all’aperto. L’origine culturale del manufatto rimane quindi sconosciuta. A rendere il ritrovamento ancora più curioso è la scelta del luogo. Il pozzo sacro di Sa Testa è un santuario nuragico legato al culto delle acque, articolato in un cortile cerimoniale, un vestibolo e una scala che conduce alla sorgente sotterranea. Alcune letture simboliche dell’architettura dei pozzi sacri sardi hanno associato questi monumenti al corpo femminile, al grembo materno e alla fertilità. Si tratta di interpretazioni suggestive, ma non provate sul piano archeologico, che non possono essere considerate una spiegazione scientifica della funzione originaria dei santuari.
Sa Testa, il precedente del 2015 e la denuncia di Rubens D’Oriano
Il santuario olbiese non è nuovo a ritrovamenti riconducibili a pratiche spirituali contemporanee. Nel novembre 2015 Olbia.it pubblicava "Offerte rituali alla dea Acqua nel pozzo sacro di Sa Testa", articolo firmato da Marco Agostino Amucano, dedicato a un’insolita deposizione documentata pochi giorni prima nel pozzo sacro (leggi qui ). Nel vestibolo era comparso un cestino di vimini contenente pietre, conchiglie e altri piccoli oggetti, accompagnato da un cartello che invitava i visitatori a lasciare offerte all’Acqua. A intervenire era stato Rubens D’Oriano, allora responsabile della sede olbiese della Soprintendenza archeologica, preoccupato per l’utilizzo dei monumenti antichi da parte di persone dedite a pratiche spirituali di ispirazione neopagana o New Age. L’archeologo aveva richiamato il principio secondo cui i siti archeologici aperti al pubblico sono destinati alla visita e alla conoscenza del patrimonio storico, non a iniziative rituali individuali. D’Oriano contestava inoltre l’idea che i Nuragici venerassero necessariamente l’acqua stessa come divinità: secondo l’archeologo, l’acqua poteva costituire un elemento fondamentale dei rituali senza identificarsi automaticamente con la divinità venerata. Un richiamo che conserva tutta la sua attualità di fronte alla diffusione di letture spirituali contemporanee dei monumenti preistorici.
Il rospo morto e la croce alla Tomba dei Giganti
Un altro episodio singolare risale al 2019 e riguarda la Tomba dei Giganti di Su Monte ’e S’Abe, uno dei principali monumenti funerari nuragici del territorio olbiese. In un articolo intitolato Olbia: riti “satanici” alla Tomba dei Giganti, firmato dalla nostra direttrice Angela Galiberti, veniva documentato un particolare ritrovamento: sopra una pietra del sito erano stati fotografati un rospo morto e una croce rudimentale (leggi qui). La disposizione aveva fatto sorgere interrogativi sulla possibile presenza di un gesto rituale, senza che fosse possibile stabilirne la natura. Nelle ipotesi formulate all’epoca, la scena era stata associata a possibili pratiche pagane o di magia nera. Ma anche in questo caso il dato più rilevante rimane l’utilizzo di un monumento archeologico come luogo nel quale lasciare oggetti estranei al suo contesto storico.
Agosto 2026: più di trenta cumuli di pietre a Su Monte ’e S’Abe
Più recentemente, il 15 agosto 2026, la Tomba dei Giganti è tornata al centro dell’attenzione per la presenza di numerosi piccoli cumuli di pietre, più di trenta, realizzati in diversi punti del sito. L’episodio è stato documentato da Olbia.it il 29 agosto, dopo la segnalazione della guida turistica ENGT e artista olbiese Dama Viola, che aveva informato il Comune di Olbia e la Soprintendenza (qui l’articolo). Nell’area erano state osservate anche tracce di candele, piccoli mazzi di fiori e pane, senza che fosse possibile stabilire se tutti gli elementi fossero collegati tra loro. I cumuli, comunemente chiamati cairn, possono avere significati differenti: in alcuni contesti sono utilizzati come segnavia, in altri come composizioni decorative o simboliche. Non costituiscono quindi, di per sé, una prova di pratiche esoteriche. Il problema nasce quando le pietre vengono prelevate, spostate o impilate direttamente sulle strutture archeologiche, con il rischio di alterare il contesto monumentale.
Tra credenze contemporanee e tutela del patrimonio
Dal cestino di offerte del 2015 al rospo morto documentato nel 2019, dai cumuli di pietre dell’agosto 2026 fino al recente ritrovamento della bambolina, emerge una successione di episodi differenti che coinvolgono due importanti monumenti nuragici olbiesi. Non esistono prove che questi ritrovamenti siano collegati tra loro o riconducibili alle stesse persone. Né è possibile sostenere che le pratiche contemporanee – lo ribadiamo – derivino direttamente dalle cerimonie celebrate in questi luoghi durante l’età nuragica. Rimane tuttavia una questione concreta: proteggere monumenti millenari da usi impropri, qualunque siano le credenze di chi li frequenta. Ed è su questo terreno, quello della conoscenza scientifica e della tutela, che il mistero diventa una questione di interesse pubblico: custodire la memoria autentica di questi luoghi, senza trasformare le interpretazioni moderne in presunte verità sul loro passato.
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