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Lo stop “a s’olbiesa”

Lo stop a s’olbiesa è uno stop come gli altri, non si spaventino coloro che ancora non lo sanno.

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Olbia, 14 luglio 2019- Ogni popolo, si sa, ha la sua cultura, le sue abitudini, i suoi pregi e difetti, la sua civiltà. Premetto che chi scrive ritiene – come invece altri fanno – che il grado di “civiltà” di un popolo non si misuri dal modo di guidare l’auto, né dal modo di vivere e comportarsi in strada, o rampognare il vicino se  la sua siepe viene potata ogni tre mesi anziché due. Portatemi in Svizzera o nei Paesi Bassi, o in Svezia, e divento pazzo dopo un mese. Da inguaribile latino, amo l’imprevisto, un certo creativo “disordine”, un senso di imprevedibile, calda umanità e, se vogliamo, di “inciviltà”, opposta cioè al senso teutonico del termine.

La “civiltà” e la vita insomma  – resto sulla personale opinione – non si misurano coi parametri ingegneristici dei meccanismi  di un Rolex,  i quali ci rendono al di fuori educatissimi e civili esseri, ma dentro aridi, tristi ed insopportabili automi. Sapevate che l’antica Atene e l’antica Roma vengono descritte dalle fonti del tempo come città caotiche, e non come ordinatissimi formicai o alveari umani? Invece Sparta la disciplinatissima resta sempre antipatica dai tempi delle medie, un po’ a tutti.

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Noi meridionali, o insulari mediterranei, siamo fatti così. Siamo consapevoli di ciò che siamo, ma scegliamo questo “disordine”, seppure nelle sue forme più o meno graduate a seconda dei luoghi e delle persone, perché in genere sappiamo che c’è una controparte di vita autentica nella casualità che non è mai tale nelle cose che accadono, che non possono essere tutte gestite “razionalmente”  – e qui ritorno ancora al modo di guidare- da regole e cartelli stradali.

Un primo esempio. Alle tre di notte, procedendo a venti all’ora in zona industriale, e non vedendo fari di auto che sopraggiungono dalle due parti, andrebbe reputato come un perfetto coglione colui che si fermasse a rispettare uno “stop” che pareva già assurdo essere stato segnato sul terreno per il giorno. Idem dicasi dell’uso del clacson, e qui introduco il secondo esempio. Più volte in ambito urbano può capitare di salvare gatti in insensato attraversamento della carreggiata (tipico di questi graziosi animaletti), o piccioni tutti indaffarati sulla linea di mezzeria beccare i resti di un croissant buttato maleducatamente dal finestrino. In casi siffatti si possono salvare vite solo con un ben assestato colpo di clacson. È da maleducati farlo in città, lo so, ma è anche da autisti che hanno fretta e sono nel contempo sensibili alla vita del regno animale. È meglio pertanto essere ritenuti cafoni che vedere gatti e piccioni miseramente spiccicati sui basoli di granito del centro storico, come tristemente e spesso riscontriamo.

Ora, non elencherò qui i vari difetti di civiltà automobilistica che segnano e connotano noi olbiesi. Oggettivamente, non siamo meglio di Amsterdam, Monaco o Lugano, ci mancherebbe, ma nemmeno peggio di Roma, Bogotà o Mumbai. Siamo un agglomerato disomogeneo cresciuto tanto in pochi anni, e ci portiamo i difetti del paese, anche nel modo di guidare (e non solo). Non ve li elencherò per annoiarvi troppo, ma come annunciato dal titolo non posso rinunciare a parlare dello stop a s’olbiesa (all’olbiese, per chi non è aduso al logudorese di Olbia).

Un’immagine del traffico di Calcutta (India)

Lo stop a s’olbiesa non si sa dove sia nato, né chi lo abbia introdotto per la prima volta. Cronologicamente pare sia nato negli anni Sessanta, col boom economico e l’automobile di massa. Correva voce, qualche decennio fa, che ci fosse un istruttore di una nota scuola guida che lo suggeriva informalmente ai suoi alunni, durante le prove di conduzione, senza testimoni che udissero nel raggio di almeno cinque metri.  Voci che corrono, non appurabili. Sicuro però che vi sono genitori che lo insegnano ancora ai figli. Fidanzati alle fidanzate. Amici provetti nella guida ad amici principianti nella stessa. Lo stop a s’olbiesa è come la sagra delle cozze con l’Ichnusa, il panino caddozzo a San Simplicio, l’aperitivo al bar di piazza. Lo stop a s’olbiesa viene praticato indistintamente da uomini e donne, ammogliati e scapoli, belli e brutti, ricchi o poveri. Lo stop a s’olbiesa è in ogni dove, ma predilige e può essere documentato sempre e soprattutto in Viale Aldo Moro, in Via Barcellona e in Via Vittorio Veneto. Lo stop a s’olbiesa vive da sessant’anni e non morirà mai, finché automobile olbiese sia.

Un’immagine del traffico di Amsterdam

Lo stop a s’olbiesa è uno stop come gli altri, non si spaventino coloro che ancora non lo sanno. Noi olbiesi rispettiamo lo stop, in genere, e siamo assolutamente precisi nel farlo, togliamo ogni equivoco. Chi scrive si permette di opinare tuttavia, in piena e libera, latina, creativa consapevolezza, che a fermarsi prima della fascia d’arresto debbano essere non le ruote anteriori, ma le posteriori. Dalla nostra parte stanno in particolare il ciclista e il motociclista lanciati a quaranta all’ora che, rischiato di schiantarsi sul parafango anteriore, osano protestare solennemente, venendo poi altrettanto solennemente redarguiti, anzi insultati dall’esecutore dell’aberrante, quanto tradizionale arresto dell’auto alla convenzionale scritta di quattro lettere maiuscole. Come a dire implicitamente: “Non lo sai che qui lo stop a s’olbiesa è questo da sempre? Ma dove credi di essere? Chi ti ha insegnato a guidare?” Legum corrector usum diceva lo storico latino Tacito, l’uso corregge le leggi. Forza dei costumi e delle tradizioni. E guai a chi protesta. E guai anche a chi dovrebbe fare applicare la lex essendo preposto a farlo. Nemmeno ci prova, infatti.

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