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Golfo Aranci, gli allagamenti e le polemiche inutili sulle allerte

Il sistema funziona: l'allerta non è una cambiale per il disastro

Golfo Aranci, gli allagamenti e le polemiche inutili sulle allerte
Golfo Aranci, gli allagamenti e le polemiche inutili sulle allerte
Angela Galiberti

Pubblicato il 06 November 2026 alle 07:00

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Olbia. Non erano passate neanche un paio d'ore dagli allagamenti subiti dal paese di Golfo Aranci che, sui social, impazzavano a più non posso le polemiche. Polemiche sulle allerte rosse, che non servono; polemiche sulla mancata pioggia a Olbia (poi arrivata nel tardo pomeriggio); polemiche sulle mancate alluvioni (eppure gli allagamenti ci sono stati); polemiche sull'onnipresente tombino da pulire, come se pulire le caditoie salvasse dagli eventi estremi. La notizia è questa: non ci sono stati disastri diffusi ed è una buona notizia.

Il sistema di allerta funziona così: ci avverte di un possibile rischio che viene calcolato sulla base di parametri specifici che riguardano le previsioni meteo, certo, ma anche la stessa orografia del territorio. Un'allerta rossa non è una cambiale per il disastro, non ci dice che accadrà certamente una calamità, ma ci avverte del possibile pericolo. Se alle istituzioni spettano delle azioni concrete (per esempio: chiudere le scuole, chiudere i tratti pericolosi, e così via), a noi spetta seguire le norme di autoprotezione e le indicazioni delle istituzioni.

Anche questa volta ci è andata bene. Per meglio dire: è andata bene alla città di Olbia, agli olbiesi. Tutte le perturbazioni pericolose che avrebbero potuto mettere in grossa difficoltà Olbia hanno scaricato sul mare: è successo questa volta, è successo qualche anno fa quando è stata colpita Bitti. Se questa perturbazione avesse scaricato la sua potenza sulla terraferma ce ne saremmo accorti, purtroppo: i danni sarebbero stati molto più estesi. Invece, poche località sono state colpite: Capo Comino, per esempio, ma anche Golfo Aranci.

A Golfo Aranci, in poche ore, sono caduti quasi 200 mm di pioggia: per la precisione 165,6 mm in 6 ore e 201,4 in 12 ore. In termini di tempi di ritorno (TR), il dato a 6 ore equivale a due volte e mezzo un TR di 20 anni e 1,74 volte un TR di 100 anni. Si tratta di una quantità d'acqua enorme: altro che tombini da pulire, questa quantità di acqua è tanta da smaltire per una rete dimensionata per un altro clima e ideata molti anni fa. 

La domanda, come cittadini e cittadine, che dobbiamo porci non è se serve l'allerta, perché le allerte servono. Dobbiamo iniziare a chiederci se è più utile spendere in capodanni da urlo o in infrastrutture capaci di reggere questi "urti", dobbiamo iniziare a capire cosa si intende per politiche di adattamento, cosa significa realmente consumare suolo. Dobbiamo capire tutte queste cose per costringere le amministrazioni pubbliche (di ogni ordine e grado, non è un problema di un singolo comune) a fare scelte diverse o quanto meno a fare entrambe le cose, con un occhio di riguardo alle conseguenze del cambiamento climatico. Si badi bene: possiamo avere un PIL stratosferico, ma se non investiamo in adattamento basta un evento tragico per mettere in ginocchio un'intera comunità. 

C'è poi un altro aspetto sul quale bisogna riflettere e trovare i giusti strumenti: i privati.  Quanto è utile, durante un'allerta rossa, chiudere esclusivamente i servizi pubblici e mantenere aperti quelli privati? La vita di un dipendente statale vale più di quella di un dipendente privato? Dobbiamo affidarci al buon cuore dell'imprenditore di turno? Non ci sono risposte facili a queste domande perché il punto è chi lo deve decidere, cioè chi si prende la responsabilità. Magari basterebbe una norma nazionale con tanto di divieto di lamentele e rivalse per mancati guadagni in caso di mancato disastro. Del resto, la vita delle persone dovrebbe essere più importante di qualsiasi profitto.