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Fabio Manuel Mulas si racconta: il regista di Bandidos e Balentes che conquista il mondo

Dal successo straordinario in India al nuovo capitolo in arrivo nelle sale nel 2027

 Fabio Manuel Mulas si racconta: il regista di Bandidos e Balentes che conquista il mondo
 Fabio Manuel Mulas si racconta: il regista di Bandidos e Balentes che conquista il mondo
Laura Scarpellini

Pubblicato il 08 November 2026 alle 07:00

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Alghero. Il cinema sardo continua a varcare i confini dell'Isola, conquistando spazio sulla scena internazionale attraverso storie profondamente radicate nell'identità e nella memoria del territorio. Tra i protagonisti di questo percorso figura l'algherese Fabio Manuel Mulas, regista, produttore e anima della Nuragica Film, che ha fatto della narrazione della Sardegna, delle sue tradizioni e delle sue vicende più controverse il tratto distintivo della propria produzione cinematografica.

Il suo Bandidos e Balentes ha ottenuto importanti riconoscimenti internazionali, con un bilancio di 205 premi e selezioni festivalieri dichiarati dal regista, tra cui quelli legati al Kalakari Film Festival 2026 in India. Un successo che, nelle parole di Mulas, dimostra come le storie nate in un contesto locale possano suscitare interesse anche presso pubblici culturalmente e geograficamente lontani.

Quello di Mulas è un percorso artistico lontano dagli schemi tradizionali. Prima del cinema, il lavoro da pastore, l'esperienza dell'emigrazione e il servizio nella Brigata Sassari hanno contribuito a formare una sensibilità che oggi si riflette nel suo modo di raccontare storie e dirigere gli interpreti. Più volte insignito del Premio della Cultura Sarda nel Mondo, il regista guarda ora al prossimo appuntamento cinematografico: Bandidos e Balentes 2 – La resa dei conti, il sequel previsto nelle sale nel 2027. Lo abbiamo incontrato per parlare del successo internazionale delle sue opere, del valore della memoria, della libertà creativa e del significato di fare cinema indipendente in Sardegna.

Fabio, Bandidos e Balentes ha ottenuto oltre 200 riconoscimenti internazionali. Come spiega la capacità di un cinema così profondamente legato al codice d'onore e all'identità sarda di suscitare emozioni in culture tanto lontane dalla nostra?

"Bandidos et Balentes ha ottenuto 205 riconoscimenti nei festival di tutto il mondo, arrivando a superare persino produzioni premiate agli Oscar all'Universal Festival del 2021, dove ha conquistato il riconoscimento come miglior action thriller. Credo che il motivo principale di questo successo sia la scarsa conoscenza della cultura e delle tradizioni sarde al di fuori dell'Isola. Per molti spettatori rappresentano qualcosa di completamente nuovo, un mondo ancora inesplorato. È proprio questa novità, insieme al fascino dell'ignoto, a conquistare il pubblico fin dal primo impatto, indipendentemente dagli aspetti più oscuri delle vicende storiche raccontate".

Il suo percorso professionale non nasce nelle accademie tradizionali, ma attraverso esperienze di vita molto diverse, dal lavoro da pastore all'emigrazione, fino al servizio nella Brigata Sassari. Quanto questo vissuto influenza il suo modo di dirigere gli attori e ricercare l'autenticità dei personaggi?

"Nel mio percorso professionale ho sempre considerato fondamentale creare innanzitutto un rapporto umano con gli attori e con le persone che scelgo per i miei film. Non voglio interpretazioni forzate, ma persone capaci di esprimersi con naturalezza. È proprio la naturalezza, secondo me, a colpire maggiormente chi guarda e ascolta.

Da maestri come Enzo Girolami Castellari, Giorgio Lanni Terra e Lorenzo Laveggi ho imparato quanto sia importante costruire un rapporto di amicizia e di empatia con gli interpreti. Quando un attore si fida del regista, riesce a liberarsi da ogni timore davanti alla macchina da presa. Ed è in quel momento che emerge la sua autenticità".

Con Bandidos e Balentes 2 – La resa dei conti, atteso nelle sale nel 2027, quale evoluzione stilistica e narrativa dobbiamo aspettarci? Come riesce a mantenere il realismo del primo capitolo, aumentando al tempo stesso la tensione drammatica?

"Quando scrivo una sceneggiatura basata su fatti realmente accaduti, sono io a costruire la tensione narrativa e a individuare il momento in cui alzare l'asticella emotiva. Alcune scene vengono studiate appositamente per dare maggiore forza a un'immagine, a un gesto o a una situazione. Anche un episodio apparentemente normale può racchiudere un grande potenziale drammatico. Il mio compito, come regista, è riconoscerlo e valorizzarlo, accompagnando lo spettatore verso una percezione più intensa di ciò che sta accadendo.

Le storie che racconto sono vere, ma chi non le ha vissute direttamente può soltanto immaginarle. Attraverso la regia cerco di trasformare quell'immaginazione in un'esperienza visiva ed emotiva, capace di restituire la forza dei fatti realmente accaduti. È proprio in questo passaggio che, per me, si alza l'asticella".

Da Riflesso al progetto dedicato al sequestro di Luca Locci, fino ai lavori di carattere storico e d'inchiesta, il suo cinema sembra perseguire un obiettivo preciso: impedire che le ferite del territorio cadano nell'oblio. Con quale spirito affronta la responsabilità di trasformare la memoria collettiva in un'opera cinematografica?

"Ho iniziato come attore nel cinema horror, con il mio primo film girato tra Roma e l'Abruzzo, David's Dogs – I cani del diavolo. Successivamente ho trovato nel thriller la mia dimensione ideale, approfondendo gli aspetti della psicologia umana attraverso opere come Riflesso e altri lavori che hanno ricevuto riconoscimenti anche a Roma. I critici accostano spesso Bandidos et Balentes a produzioni come Gomorra o Romanzo criminale. In realtà, il nostro cinema racconta un mondo differente, legato a una cultura e a una lingua, quella sarda, con le sue numerose varianti, ancora poco conosciute dal grande pubblico rispetto ad altre realtà regionali. Rappresentare la mia terra significa assumersi una responsabilità enorme. Quando si affrontano vicende tragiche legate al banditismo e alla storia della Sardegna, è indispensabile mantenere il massimo rigore, senza tradire la verità dei fatti".

Le è stato conferito più volte il Premio della Cultura Sarda nel Mondo. Oggi, con una realtà produttiva come Nuragica Film, capace di raggiungere anche i mercati internazionali, cosa significa per lei continuare a fare cinema indipendente in Sardegna, senza accettare compromessi commerciali?

"Sono particolarmente orgoglioso di questo riconoscimento, che considero tra i più importanti per la valorizzazione della cultura sarda. Ne ho già ricevuti quattro e, per quanto mi risulta, si tratta di un primato. Presto dovrebbe arrivare anche il quinto. Credo che il valore del mio lavoro risieda soprattutto nella fedeltà alla storia. Non voglio romanzare i fatti, modificarli o alterarli. Voglio raccontarli per quello che sono, anche quando risultano crudi o difficili da accettare. Non mi interessa nascondere qualcosa per evitare di impressionare lo spettatore. Amo il cinema verità, quello che non ha paura di mostrare la realtà.

Essere indipendente mi permette di lavorare con questa libertà. Ritengo che, accettando determinati finanziamenti pubblici, regionali o nazionali, potrei trovarmi a dover rispettare condizioni che limiterebbero le mie scelte artistiche. Potrebbero essermi imposti un cast, determinate location oppure collaboratori con i quali non ho mai lavorato.

Con Nuragica Film, invece, posso contare su una squadra di persone di fiducia, con cui ho costruito un rapporto professionale consolidato. Anche il compositore delle colonne sonore è sempre lo stesso. Come si dice, squadra che vince non si cambia. Se per un determinato ruolo ritengo adatta Caterina Murino oppure Giulia Michelini, voglio essere io a fare quella scelta. Non deve essere un finanziatore a impormi un altro interprete, magari Luca Zingaretti. È il regista a dover stabilire quale attore possa rappresentare al meglio un personaggio e una storia.

Questa è la vera forza del cinema indipendente: poter realizzare un'opera secondo la propria visione, senza imposizioni esterne. Alla fine, voglio poter dire che quel film è davvero mio, che rappresenta il mio modo di vedere e raccontare il mondo, non quello di qualcun altro".