Thursday, 11 June 2026
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Pubblicato il 11 June 2026 alle 07:00
Olbia. Una nuova, straordinaria avventura d'alta quota è pronta a partire per Ernesto Macera Mascitelli, l'esperto alpinista che ormai da tempo vive e risiede a Olbia, tenendo sempre con il fiato sospeso i tantissimi appassionati che seguono le sue imprese. Questa volta la sfida punta dritta al cuore del Nepal, verso il gigante Dhaulagiri. "Il prossimo 22 agosto lascerò l'Italia con destinazione Kathmandu – ci racconta il protagonista con l'entusiasmo che lo contraddistingue – per dare il via a una spedizione alpinistica che punta alla settima vetta più alta della Terra, uno degli ottomila più temuti e selettivi al mondo per via di una salita altamente tecnica ed esposta, seracchi imponenti, crepacci insidiosi e venti gelidi".
La pianificazione logistica è stata complessa, resa possibile anche grazie alla preziosa collaborazione di Suman Neupane, il cui supporto agenziale è fondamentale per l'ottenimento di tutti i delicati permessi di scalata necessari. La spedizione entrerà nel vivo il 28 agosto, dopo l'arrivo nella capitale nepalese, quando comincerà il lungo trekking di avvicinamento che condurrà me e il mio compagno di cordata, il fortissimo alpinista nepalese Lhakpa Gelbu, fino al Campo Base situato a circa 4.800 metri di quota. In attesa della partenza lo abbiamo incontrato chiedendogli approfondendo i dettagli della spedizione che si presenta come una grande sfida.
Il Dhaulagiri è considerato uno degli ottomila più impegnativi e pericolosi in assoluto. Quali sono le insidie maggiori che dovrete affrontare una volta arrivati sulla montagna?
"Il Dhaulagiri, alto 8.167 metri, è uno dei quattordici ottomila metri più temuti dagli alpinisti. La salita è molto tecnica ed esposta, caratterizzata da enormi seracchi e pericolosissimi crepacci. A rendere questa ascesa estremamente complessa e severa sono anche i fattori meteorologici, con temperature eccezionalmente basse e fortissimi venti che in quota possono soffiare fino a oltre cento chilometri orari. Affronteremo questa spedizione con la massima consapevolezza dei rischi che comporta, ma anche con responsabilità e maturità alpinistica".
Dal punto di vista della strategia di scalata, quale filosofia avete scelto di adottare per raggiungere gli 8.167 metri della vetta?
"Come abbiamo già testato con successo sul Manaslu lo scorso anno, io e Lhakpa saliremo in totale autonomia e senza supporti esterni lungo la montagna. Utilizzeremo due portatori esclusivamente per il trasporto dei materiali fino al campo base, situato a circa 4.800 metri di quota. Da quel momento in poi inizieremo ad allestire da soli i tre campi alti: il primo a 5.800 metri, il secondo a 6.400 metri e il terzo a 7.200 metri. Sarà proprio dal terzo campo che, verso la fine di settembre, tenteremo direttamente la spinta verso la vetta".
Questa spedizione non vive di sole performance sportive, ma è fortemente legata alle comunità locali attraverso due importanti gesti di solidarietà. In cosa consistono questi progetti?
"Il legame con il territorio per me è fondamentale e questa spedizione sarà scandita da due momenti speciali. Prima di partire da Kathmandu verso la montagna, andremo al villaggio natale di Lhakpa, che si chiama Fhaplu, per consegnare personalmente del materiale didattico alla scuola locale. Al mio ritorno, previsto per i primi di ottobre, farò invece visita a un altro villaggio dove lo scorso anno ho inviato i fondi necessari per acquistare una protesi acustica destinata a un bambino di cinque anni, non udente dalla nascita. Sarà un modo per toccare con mano un aiuto concreto, prima del rientro definitivo in Italia fissato per il 10 ottobre".
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