Thursday, 05 November 2026
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Pubblicato il 05 November 2026 alle 21:00
Luras. Un castello isolato, un enigma torinese del Novecento e la penna affilata dello scrittore gallurese.Le radici profonde non si perdono mai tra le pagine dei libri. Lo scrittore lurese Fabio Delizzos torna in libreria con un nuovo e attesissimo romanzo edito da Newton Compton, Il castello dei delitti. Maestro indiscusso del thriller storico italiano, l'autore originario del borgo gallurese ci trasporta nella Torino del 1911. Al centro della narrazione c'è il criminologo Cesare Gorgo, chiamato a risolvere un enigma agghiacciante all'interno di un lussuoso albergo alpino isolato dalla neve.Un'indagine serrata che unisce la psicologia alla nascita della polizia scientifica, confermando la cifra stilistica di un autore capace di dominare la tensione narrativa con rigore e pulizia formale. La voce di Delizzos si distingue nel panorama nazionale per la capacità di fondere il dettaglio storico con il respiro internazionale del giallo classico, mantenendo intatto quel legame speciale con la terra sarda che nutre da sempre la sua ispirazione letteraria. Abbiamo avuto modo di incotrare l'autore, durante la promozione di questo nuovo avvincente romanzo che verrà seguitocome sempre, dagli amanti del genre, e non solo.
In questo nuovo romanzo lei sposta l'indagine di Cesare Gorgo in un castello isolato tra i monti piemontesi: quanto pesano le atmosfere claustrofobiche nella costruzione del perfetto meccanismo a incastro del thriller?
"Da tantissimo tempo, praticamente da sempre, desideravo scrivere un romanzo ambientato in un luogo chiuso, circoscritto, con delle regole diverse da quelle del mondo esterno. Sono molto contento di averlo fatto, finalmente. Le mie storie precedenti si svolgono tutte in una città. Perciò, pensavo che ambientare un intero romanzo in un posto più piccolo e ben delimitato, sarebbe stato intrigante per me, dal punto di vista narrativo, una specie di sfida tecnica. In effetti lo è stato. Quando le vicende si svolgono in un unico luogo, bisogna descrivere i dettagli, far sì che l’azione si muova e progredisca in modo vario. Per fortuna ho scelto un luogo – un castello medioevale adibito a Grand Hotel di lusso, in montagna – che è risultato affascinante innanzitutto per me stesso e che, per sua natura, offriva moltissimi ambienti diversi e interessanti. Certamente, l’atmosfera claustrofobica qui ha la sua importanza, perché elementi del giallo classico si uniscono al thriller contemporaneo".
Torino nel 1911 fa da sfondo alla nascita della moderna criminologia scientifica: quanto studio e quanta documentazione storica servono per muoversi con tale precisione tra i segreti di quell'epoca?
"Torino è dove la criminologia moderna italiana è nata, basta pensare a Cesare Lombroso, Salvatore Ottolenghi, Giovanni Gasti. Lombroso non ha bisogno di presentazioni. Il professor Ottolenghi è stato il fondatore della scuola di polizia scientifica. Il commissario Gasti fu il primo direttore della polizia scientifica. Nel 1911 il lavoro di questi pionieri era ancora visto con molta diffidenza, considerato alquanto inaffidabile e inutile, meramente teorico. Il castello dei delitti è anche un personale tributo a questi pionieri straordinari. Per ciò che concerne la documentazione… Be’, ne serve tanta, come sempre quando si scrive un romanzo storico. Mi sono avvalso di tutte le fonti possibili. Trattandosi di un periodo storico non molto lontano, ho potuto lavorare nel dettaglio per ricostruire la Belle Époque".
Il suo legame con la Gallura e con Luras è un marchio di fabbrica profondo: in che modo le origini e i silenzi della sua terra continuano a influenzare la sua scrittura?
"Da bambino, arrivato a Luras da Torino, a nove anni, ho potuto fare esperienze importanti e vivere tantissime emozioni meravigliose, ma certo non avevo a disposizione gli svaghi della grande città in cui ero nato. A Luras ho imparato ad ascoltare storie affascinanti e misteriose. Anche fra amici si passava molto tempo a raccontare, ad ascoltare. Ognuno aveva il proprio talento personale. Era bello. E poi anche i luoghi raccontavano. I silenzi, soprattutto in autunno e in inverno… forse mi hanno reso la persona che sono. A volte penso che sia nata da quel tipo di atmosfera e di situazioni la mia passione per la scrittura. Soprattutto, a Luras ho imparato ad arricchire il mio mondo interiore e a espanderlo".
Tra misteri storici, codici e indagini ad alta tensione, cosa rappresenta oggi per lei la sfida di tenere il lettore incollato alla pagina fino all'epilogo?
"Per me, è la sfida più importante, la parte principale del lavoro. Penso al romanzo come a un tao. Ci devono essere il bianco e il nero, compenetrati, in perfetto equilibrio. Due essenze fondamentali dello scrivere. La prima è la passione-ossessione dell’autore o, se si preferisce, l’ispirazione, il talento… L’altra è proprio l’energia che tiene il lettore incollato alla pagina (e l’autore alla scrivania). È ciò che costringe un autore a imparare, a fare esperienza, considerando la scrittura un vero e proprio mestiere, con serietà, con tecnica, umilmente, pensando a crescere e a migliorare sempre. Per riuscire a catturare il lettore e fargli battere più forte il cuore, è necessario conoscere il funzionamento della mente umana e riuscire a sfruttarlo al meglio, per creare una trama efficiente ed efficace, che produca con potenza l’effetto desiderato nella mente di chi legge. È una bella sfida, che non mi annoia mai, e anche un impegno. Prima ancora di essere uno scrittore, sono un lettore, e anche io cerco quel meccanismo che funziona. Ho bisogno di vedere che l’autore sa quello che sta facendo. Secondo me, è l’elemento che dà senso e spessore al genere thriller".
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