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Sardares 1400
OLBIAchefu

Il dolmen di Cosimo

In territorio di Golfo Aranci un monumento preistorico che pochi conoscono

Ph M. A. Amucano
Morostesa

Non l’avrei mai trovato quel raro dolmen, se non mi ci avesse accompagnato Cosimo, in quel maggio 2011. Egli ne era stato forse, o sicuramente, anche il primo vero scopritore, da anni essendo pastore affittuario e custode nell’amena tenuta di Campu Majore, proprietà dei Tamponi in territorio di Golfo Aranci: un’incantevole e fertile distesa pianeggiante che digrada lievemente verso il fiordo di Cugnana.

Il ricordo della tomba preistorica mi è oramai vago. Conservare “da qualche parte” i blocchi di appunti purtroppo ha come sconfortante e frequente esito anche quello di occultarli a se stessi per un tempo indeterminato. Molto più del dolmen preistorico, il ricordo che ho di Cosimo è invece vivido, fermo, limpidissimo.

Cosimo Damiano Tolu non è stato mio amico -lo preciso onestamente- ma solo una conoscenza fugace, legata alla necessità di essere guidato per trovare alcuni siti archeologici della zona. Era un personaggio che univa discrezione e volto bonario a temperamento forte e dinamico. Col suo fuoristrada andava e veniva dallo storico stazzo ottocentesco, rimodernato senza troppa cura e gestito esternamente con la caotica e sciatta razionalità degli ovili sardi, dove l’estetica è una parola che sembra sconveniente usare.  Appena varcato il cancello, dopo lo stretto sottopassaggio ferroviario, alcuni cani male assortiti ti venivano addosso che sembravano volerti sbranare. Al momento dei saluti di congedo però le bestiole non volevano più lasciarti andare via, oscillando freneticamente le code come gioiose fruste.  Molti anni prima Cosimo era calato con i genitori dalla Barbagia di Onanì, il paese con la chiesa romanica di granito dalla facciata così strana. Quando lo conobbi la moglie aveva già lasciato questa amara valle di lacrime a causa di una maledetta ed implacabile malattia, ed i suoi vecchi se ne erano alfine tornati nella terra da dove erano provenuti. So che aveva un altro lavoro, ma non ricordo più quale. Era ancora un giovane di cinquant’anni quando lo conobbi.  Da esperto cacciatore  conosceva ogni tana di volpe o passaggio di cinghiale da Campu Majore a Conia e S. Eliseo e, ovviamente, ogni resto visibile di passate civiltà.

Pur non assomigliandogli affatto nella fisionomia, in qualche maniera Cosimo mi richiamava alla mente Gavino Ledda, l’autore di Padre padrone, per l’amore simbiotico con la natura e la terra, da “nativo”, e per il suo sguardo penetrante, solo apparentemente distratto e un po’ svagato mentre sorrideva mite. Uno sguardo che andava oltre l’angusto orizzonte del “suo” stazzo di Campu Majore, e talvolta dei suoi stessi pensieri. Come tutti i pastori intelligenti, osservatori e curiosi, letterati falliti per destino ma non per vocazione, mi apparve subito tanto schivo e riservato, quanto incompreso da chi è vittima sacrificale dei luoghi comuni. Ed i pastori sardi lo sono.

Stazzo di Campu Majore in una nostra foto del 2011

Un frequentatore di stazzi ed ovili in quanto dannato dell’archeologia, anzi dall’archeologia, nonché appassionato di bella letteratura quale era ed è chi scrive, lesse subito il fondo poetico di un animo amante dei cavalli costipato entro la rude apparenza. Lui in fondo parve silenziosamente ricambiare la mia sensibilità. Nei miei cenni di sfogo intuiva discretamente in me –ne sono convinto – il definitivo disincanto per la professione che allora svolgevo a tempo pieno, con una crisi economica che infieriva nello svuotare di lavoro e di entusiasmo la mia giornata.

Non si può essere pastore di antico lignaggio barbaricino senza essere informato di tutto e di tutti nel raggio di almeno dieci chilometri. Nell’areale di controllo di Cosimo rientrava pertanto a pieno titolo geografico anche l’abitato portorotondino, un luogo che gli era sostanzialmente ed antropologicamente estraneo, come può esserlo una pecora buttata su una barca in alto mare. Estraneo, ma non ignoto.  Aneddoti e segreti della Portorotondo con le sue feste e i suoi festini, i suoi lussi, le sue raffinatezze o le volgari ostentazioni, la sua vanitas vanitatum insomma, stavano tutti dentro il suo cranio dolicocefalo da protosardo, come anche dentro il suo sottile disprezzo.

Uno dei tafoni di Campu Majore con tracce di antica frequentazione (foto dell’autore, 2011)

Il dolmen di Campu Majore sorge in mezzo ad una fitta boscaglia, ai piedi di un’altura con dei tafoni spettacolari che in passato hanno restituito resti ceramici del neolitico recente della cultura di Ozieri, una civiltà raffinata che è uno degli incanti più sorprendenti ed affascinanti del remoto passato della nostra Isola. Non me ne abbiate a male, cari i miei quattro lettori di OLBIAchefu, se non vi dirò esattamente come farvi arrivare. Sono certo che Cosimo non me lo perdonerebbe. Mentre mi ci portava per la prima volta, precedendomi col fucile da caccia in spalla, egli mi spiegava – con assoluta certezza e non avendolo letto in nessun manuale di archeologia sperimentale – che le zecche non erano un problema per chi viveva nelle capanne preistoriche: bastava spargere la cenere sul pavimento e quelle si dileguavano. Così come non lo erano le zanzare, che a Campu Majore abbondano per la presenza dei vicini stagni di Cugnana, un tempo Saline Regie del re di Spagna: per i temuti insetti era sufficiente far bruciare lentamente, come uno zampirone, lo sterco di vacca secco all’interno della capanna. Apprendevo così da Cosimo che dal neolitico all’era del DDT il pastore sardo sopravviveva in tal maniera a parassiti ed anofele, così come erano sopravvissuti i suoi avi barbaricini nelle fumose barrakkas dal pavimento in umida terra battuta.

Golfo Aranci, loc. Campu Majore, da un tafone: frammento di vaso decorato a incisione del Neolitico Recente (cultura di Ozieri 3550-2700 a.C.). Immagina tratta da AA. VV., Olbia e il suo territorio. Storia e archeologia, Ozieri 1991, p. 28

Ti dico grazie per le tue bellissime lezioni, caro Cosimo. Nessuno all’università me le aveva fatte, e nessuno me le aveva raccontate con la pacata naturalezza delle narrazioni ovvie, ma solo per chi parla. Ho provato a chiamarti per ricondurmi al tuo dolmen, ma a ben pensarci era solo una scusa per risentire i tuoi racconti. Quel numero telefonico era però diventato inesistente. Poi ho saputo, troppo tardi, che una maledetta ed implacabile malattia ti aveva restituito agli antenati di Onanì. Lo stazzo è tornato così al suo proprietario di sempre, e non so che fine avranno fatto i tuoi cavalli ed i tuoi cani festaioli. E quei quattro libri che tenevi su uno scaffale della cucina. L’ancestrale tomba è sempre là, esiste maestosa nella sua sacrale essenzialità da cinquemila anni, e congedandoti da lei per l’ultima volta ne avrai certo affidato la custodia ai tuoi avi e al bosco di macchia, che sempre più impenetrabile l’avvolgerà e custodirà fedele, almeno spero. Io adesso non me la sento più di chiamarlo come ”il dolmen di Campu Majore”, la fertile piana che digrada verso il mare, dove tu vivesti e dove vissero e morirono liberi e felici gli uomini del Neoliico ignari dei metalli, senza che zecche e zanzare li infastidissero nelle capanne col tetto a doppio spiovente. Per me quello è e sarà sempre e soltanto “il dolmen di Cosimo”. E com’è vero Iddio nessuno, dico nessuno al mondo me lo farà chiamare diversamente.1

 

@Marco Agostino Amucano

 

1  La prima notizia del dolmen è in P. MANCINI,  Gallura orientale. Preistoria e protostoria, Olbia 2010, pp- 41 ss. (Ediz. Taphros).

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